Archives for category: mondi virtuali

CARTOLINA


Cartolina del troppo lavoro


Già ho mostrato questo ambiente qualche volta su questo blog. Un punto di osservazione verso ciò che sta fuori, una “panchina obbligata “per “passeggiare da fermi” quando si tira il fiato durante un lungo lavoro. Un punto anche dove raccogliere e tenere e mettere insieme e costruire relazioni.
Come dice Georges Perec “ogni appartamento è composto da un numero variabile, ma finito di stanze; ogni stanza ha un numero funzione particolare“. Ogni stanza è definita dalle cose che ci stanno dentro: la camera ad esempio è caratterizzata dalla presenza del letto. La cucina dal forno ecc ecc. Questa è la stanza dalla quale costruire, guardare e pensare altri luoghi. Pensare mondi. Pensando a quanto appena citato da Perec aggiungerei per quanto mi riguarda che in ogni stanza (di numero finito) ci stanno e ci possono stare infiniti mondi.

Saluti da qui

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Answer: from one plane to another, one field to another, creating a surrealistic costruct of the universe, and all the caotic choices that you make in it.
Nigel Coates, Guide to Ecstacity.

Risposta: … da un mondo ad un altro, dalla ricerca di una nuova esperienza per il proprio corpo ad un’altra.
Nei nuovi modi di “vagare” nei nuovi spazi c’è una nuova dimensione tattile che non sempre viene colta.

Quel che è cambiato in questi anni è il sistema di riferimento della nostra possibilità di viaggiare.
Sicuramente sul nostro pianeta ma non solo. Ai viaggi reali, fisici, ai viaggi immaginari dentro la letteratura (dalla mitologia al Manuale dei luoghi fantastici di Guadaluppi Manguel) si sono aggiunti i viaggi nei mondi virtuali. Anche i viaggi nella dimensione dell’immaginario hanno assunto una tattilità che sottolineano come il corpo, reale e proiettato, sia il centro intorno al quale lavorare o quanto meno il necessario punto di partenza. Ne testimonia l’immensa letteratura degli anni ottanta-novanta sul tema del corpo-cyborg, che è tutta da rileggere: mostra la sua potenza proiettiva confermata per molte parti. Ciò che mancava al tempo era la possibilità realizzare “universi sintetici” di massa. Lo sbarco in massa sui mondi di questi ultimi anni è un atto finale/iniziale che ha richiesto/richiede una crescita per le nostre stesse facoltà (qui non si può non citare l’Umanità accresciuta di Giuseppe Granieri).
Abitare i mondi e abitare il proprio corpo/avatar sono un tutt’uno: richiede che si debba riconsiderare il significato scontato di alcune parole e di alcune abitudini. I mondi imnaginati, pensati, progettati e costruiti nella rete, gli universi sintetici, i mondi virtuali, hanno una natura tattile molto forte. Ma si tratta di una tattilità differente che non ha più il senso organico del toccare: “implica semplicemente la contiguità epidermica dell’occhio e dell’immagine, la fine della distanza estetica dello sguardo” (Baudrillard, Cette fois). Lo schermo del computer attraverso il quale entriamo nella virtualità dello spazio è la retina dell’occhio della mente e dunque una parte della struttura fisica del nostro cervello umano.
E in questo sta un’altra interpretazione di una nuova tattilità corporea con il mondo delle cose che ci circondano: da tempo abbiamo esteriorizzato parti del corpo umano all’interno dei “media” che utilizziamo. Ognuno di questi media ha gradi differenti di realtà, ha rapporti differenti con la realtà. Saltiamo continuamente tra dimensioni differenti di realtà e di virtualità.
Quella che si vive è una realtà equivalente costruita con stratificazioni in cui convivono e si compenetrano tra loro elementi del reale, dei desideri, dei sogni dell’imaginario e delle simulazioni. Viviamo immersi in tutto questo.
Ma è il nostro corpo che resta al centro e le sue estensioni/emanazioni/figurazioni.
Alla fine faccio esperienza nei mondi virtuali e il mondo virtuale esiste attraverso la mia esperienza incorporata.
Il mondo virtuale e il mio corpo si definiscono tra loro.
Io abito il mondo virtuali e il mondo virtuale abita con me.
Per questo la mia prima esperienza per me è stata di natura nomadica: ho viaggiato per lungo tampo perché dovevo costruire questa relazione tra mondo e l’avatar, per non vivere l’estensione come amputazione, come suggerirebbe McLuhan, ma come esperienza e quindi arricchimento.
Alla fine, se si semplifica tutto questo come un semplice “gioco”, questo stare nei mondi ha un significato preciso: “giocare” per vivere/conoscere/ragionare/pensare…

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SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.

Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).

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Questo palazzo sono io?


Un tempo facevo illustrazioni per una rivista. Costruivo racconti per immagini che cercavano elementi narrativi per descrivere i luoghi. Queste immagini.
Non le faccio più. Era il 2001.


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Come brilla l’aria, tanto da dimenticare tutto


Sistemando le cose nelle mie memorie digitali, ora le riscopro e le rileggo con gli occhi di oggi, tempo nel quale si cerca una nuova sostenibilità e una nuova relazione con gli spazi e l’abitare.
Ricordo che pensavo a come brilla la luce nella città, a come si colora in funzione del tempo atmosferico. Vivere Milano con il grigio delle nuvole è un’esperienza difficile da raccontare, ma è vero che quel grigio scalda.


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Le città sembrano ormai essere come navi che prendono il largo


Lo spazio è un unico spazio, e il pensiero è un solo pensiero, ma ho sempre diviso spazi e pensieri come stanze di condomini. Il mio abitare lo spazio, gli spazi diversi… era come abitare una città fatta di condomini.
Quando pensavo allo spazio, al tempo, pensavo al mio condominio abitato stanza per stanza, da me e le persone che conosco: la mente crea spazi negli spazi che si riempono di cose e di persone.


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Qualcosa ci chiama con urgenza


Dopo tanto tempo penso alle cose che possiedo e che ho accumulato, infinità di libri e cose, immagini e altro. Penso alle stanze che li ospitano. Sono spazi produttivi. Che pensano ormai anche senza la mia presenza (a questo ci pensa l’apparato simbolico che ognuno di noi mette in campo. Tutti i luoghi abitati hanno questa qualità.
Per cambiare una idea devi staccarti dallo spazio che l’ha prodotta. Lo spazio e il pensiero sono uniti in una chiave che è l’abitare (enorme è la letteratura per sostenere questa ipotesi e per questo motivo non cito nessuno).


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Come da un diario intimo


Continuando ad andare

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Possiedo una serie di scatole che con il tempo si sono riempite di oggetti, cose immagini: testimoni. Questi testimoni non dicono nulla se lasciati da soli, ma dietro ad una osservazione e ad una attività di confronto, di paragone fanno scattare il pensiero. Un esempio: queste banalissime cartoline del Lago di Misurina. Prese una ad una non dicono un gran che. Raccolte nel corso del tempo (soggetto: le Alpi) e messe dentro la scatole non hanno prodotto nulla fino a quando non le ho messe una a fianco dell’altra e da lì scatta una indagine sui particolari, sugli indizi che rendono differenti le foto ma allo stesso tempo uguali. Differenti in quanto scatti unici, ma uguali perché scattati dalla stessa persona, nella stessa giornata (non tutte ma quasi).
Non è il classico caso del Deja vue e cioè di come cambiano le cose negli anni. Semmai è un pensiero sulla vita delle immagini stesse, di come queste sono capaci di suggerire sempre delle storie nel momento in cui si richiamano tra loro, nel momento in cui ci sono come delle sentinelle che richiamano la nostra attenzione e producono senso.
Ogni immagine ha una storia a sé e produce un proprio mondo. Spesso le immagini sono rumori di fondo del nostro vivere. Raramente, come in questo caso, sono capaci di ricostruirsi e ricomporsi nel tempo e produrre non più un solo rumore bianco ma un tema che passa da una immagine all’altra. Alcuni di questi indizi parlano dell’attività del paese, dei suoi tempi. Improvvisamente compaiono panni stesi, lenzuola. Se li conto potrei tentare di indovinare quante persone sono presenti nell’albergo. I panni stesi dietro l’albergo che si ripetono in alcune immagini testimoniano inoltre che le fotografie sono state scattate nello stesso giorno. Confermate dalla presenza di barche, auto e altri dettagli.


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Altri dettagli mi suggeriscono la presenza di una passeggiata che sale dal lago. Osservo le ombre che si spostano e mi chiedo quanto tempo è passato tra uno scatto e l’altro. Era da solo il fotografo?
Quelle che sembrano pure apparenze si ricompongono in tessuti di storia.
Questo insieme di foto è quindi una storia, un mondo in sé rimasto sospeso.
Per non citare Didi-Huberman che sul tema delle immagini è davvero una autorità assoluta, cito Nelson Goodman perché mi interessa vedere questa serie come la rappresentazione di un mondo che si è cristallizzato in un istante lungo un pomeriggio, come fosse un fotoromanzo muto. Nel suo volume La struttura dell’apparenza dice: “il mondo non è, in se stesso, in un modo piuttosto che in un altro, e nemmeno noi. La sua struttura dipende dai modi in cui lo consideriamo e da ciò che facciamo. E ciò che facciamo, in quanto esseri umani è parlare e pensare, costruire ed agire e interagire”.

Questo post mi è nato da una chicchierata con Mario, sul guardare ostinatamente le cose, ripetutamente. Ci sono cose che guardiamo mille e mille volte e sono sempre capaci di farci nascere un pensiero, una emozione. I volti del Rinascimento, del Botticelli ad esempio o di Raffello. In altri casi… ma questa è un’altra storia.


Аэлита, Aelita, Queens of Mars, (1924) regia Yakov Protazanov
Estratto da YOUTUBE. Musica di Cleaning Women

Gor made a telescope that enables to observe life on the other planets
Gor: A great invention, but il must be kept a secret
Aelita the Queen of Mars: Show me some other worlds! No one will find out
Gor: I’ll show you life on our neighboring planet

Dialogo dal film

Guardare una cosa è un poco come fare penetrare la cosa stessa attraverso gli occhi, permettergli di entrare nella nostra testa, dentro di noi affinché la cosa possa farsi conoscere. Ma è anche come se il nostro stesso occhio penetrasse la cosa per renderla nota al cervello, come se una mano fatta del più semplice sguardo attraversasse la cosa per appropriarsene.
Questo è ciò che accade quando si fa esperienza della tele-visione, intesa non solo come elettrodomestico: il nostro spazio viene attraversato da storie di altri, da pensieri di altri quando nello stesso tempo la telecamera ha agito verso quegli stessi altri. L’altrove diventa presente.

Aelita è un film che mostra l’ingresso nell’altrove: non è fantascienza alla Jules Verne dei Meliès, una “falsa partenza” per il cinema di fantascienza; non è la realizzazione di un sogno e non è nemmeno un film di “sola propaganda sovietica” come spesso viene liquidato. E’ l’ingresso in un mondo vero e reale costruito da una mente che è presente e reale; è un pensiero preciso sul suo tempo.
E’ il primo film dove viene mostrato lo scrutare in altri mondi, per cercare nell’altro un senso per il proprio mondo e non per costruire una via di fuga onirica: è espediente per parlare della Russia e della rivoluzione ma anche per fare entrare in una “galleria d’arte contemporanea a scena aperta” il grande pubblico, per farlo entrare nella nuova dimensione estetica che sta cambiando. Marte è costruita in chiave cubo-futurista ad opera degli scenografi Isaak Rabinowitsch, Serger Koslowski e Viktor Simow; i costumi sono di Aleksandra Exter: è un viaggio nel presente della ricerca più alta dell’arte del tempo.
Protozanov esce con il suo film nel 1924: il telescopio che permette la tele-visione della vita sulla terra precede la stessa parola di 23 anni: solo il 10 marzo del 1947 verrà coniato il termine televisione e il suo acronimo TV ad Atlantic City.
Il guardare altrove o in un altro tempo è sempre stato un modo utilizzato dagli scrittori per parlare del presente. Un esempio: se il romanzo dell’Ottocento è una “virtualizzazione” del mondo, nel senso che isola e rappresenta la realtà per osservarla da vicino e poterla capire meglio, il Manzoni ci porta dentro ad una visione seicentesca per parlare delle questioni del proprio tempo (l’ottocento).
Nel film si apre una finestra e si capisce che questa apertura porta alla conoscenza di un altro che ci mostrerà come siamo fatti noi stessi.
E’ un film molto datato per certi aspetti ma anche molto attuale per altri; tra questi nel mostrare le implicazioni dell’osservare “altri mondi”, fare esperienza di altri mondi… In altre parole nel mostrarcene una causalità.

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Foto-montaggio-souvenir dalla gita su Google Mars (rinnovato in occasione dei 150 anni dell’astronomo Schiapparelli)

Prelude to Space Travel

Within the next 10 or 15 years, the earth can have a new companion in the skies…


Werner Von Braun
Accross the space frontier
Crower-Collier 1953




La conquista dell’inutile


Fitzcarraldo
Al cuoco dei suoi cani! A Verdi! A Rossini! A Caruso!
Don Araujo
A Fitzcarraldo, signore e conquistatore delle cose inutili!


Fitzcarraldo
Werner Herzog
La conquista dell’inutile, Mondadori 2007
anche su:
Fitzcarraldo
1982 Ugo Guanda editore


Prendo a pretesto la nuova edizione di “Google Mars” rilanciata da ieri in occasione dei 150 anni dalla nascita di Giovanni Schiapparelli, lo scienziato italiano che disegnò la mappa di Marte; lo faccio per un pensiero sull’abitare e l’alterità, sulla fantascienza e la tecnologia.
Se la luna ha sempre rappresentato qualcosa come “l’altra faccia di noi”, Marte ha sempre avuto il ruolo di rappresentare un destino, reciproco: o il luogo della nostra umana salvezza futura (in seguito ad un paziente “terraforming”) o, all’opposto, il luogo dal quale i destinati – i marziani – a vivere sulla terra sarebbero arrivati per sconfiggerci .

La nostra esperienza di marte è sempre stata di natura cinematografica (mettendoci dentro pure il Ray Bradbury delle Cronache marziane che ne ha alimentato continuamente l’immaginario) per non dire Hollywoodiana. Il cinema di fantascienza ha una semplice caratteristica: annulla le distanze. L’infinito diventa finito e l’ignoto diventa noto. La fredda immensità dello spazio impersonale, il terrore dell’uomo di fronte all’universo e al vuoto – là fuori – vengono ridotti attraverso la riduzione ad immagine di ciò che è alieno. Il paesaggio dell’infinito viene sovvertito a finito e grazie agli effetti speciali assume un carattere ottimista controllato dalla tecnologia. Google Earth è l’effetto speciale quotidiano che ha annullato le distanze, ha reso note le sequenze di ciò che sta lungo le strade di città a noi aliene, come un dispositivo cinematografico. Lo sgomento e il terrore sono annulati.
Il ritratto che si ha di Marte somiglia ai deserti terrestri costellati da crateri.
Ma il cinema di fantascienza recupera lo stupore nello sguardo delle cose terrestri… “osservando quei paesaggi marini misteriosi, e silenzioni:la sabbia bagnata e scura e la spuma del mare che si frange silenziosamente contro le geometrie bizzarre e indefinibili delle rocce a picco… lo spettatore è costretto a riconoscere, seppure inconsciamente, la pochezza e la precarietà della stabilità dell’uomo, la sua vulnerabilità al vuoto che c’e’ qui come là fuori, l suo isolamento totale, la caducità del suo corpo”* ed il totale interesse degli occhi di madre natura.
In contrapposizione agli altri mondi immaginati creati nei set o ai mondi reali o ai mondi virtuali talmente pieni di tecnologia da sembrare a misura d’uomo sono i deserti e la spiaggia, l’autostrada e la propria casa che ci viene presentata come alterità minacciosa. Quando la terrà che ci ha nutriti ci minaccia siamo davvero perduti nello spazio.

Morale: Google Earth, pure nella “versione” Mars ci rende noti e familiari anche i luoghi più alieni: dal pianeta rosso alle botteghe che si allineano su una strada di Madrid o Pechino; ma può poco contro il nostro perturbamento verso la realtà più prossima. Non ci sono effetti speciali per le nostre paure più profonde.

*Vivian Sobchack Spazio e Tempo nel cinema di fantascienza, Bononia University press, 2002

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Prima immagine: intrecciare immagini di mondi


La seconda, un’immagine letteraria:


“…E fu di Donna/ Questo si mirabil fatto/ Giunsero in questi luoghi, ov’or vedrai/ sorger la gran cittade e l’alta rocca/ de la nuova Cartago, che dal fatto/ Birsa no mossi, per l’astuta merce/ che, per fondarla, fèr di tanto sito/ quanto cerchiar di bue potesse in tergo/ Ma voi chi siete? onde venite? e dove Drizzate il corso vostro?”
(Eneide: libro 1, 360-360)


Reminiscenza di “antichi” studi, la storia di DIdone arrivata in Africa. Astutamente, fece a strisce due pelli di bue e di quelle cinse ed ottonne la terra utile per costruire Cartagine e diventarne regina.


La terza immagine, l’occhio- mongolfiera di Odilon Redon (To Edgar Poe: The Eye Balloon (The Eye, Like a Strange Balloon, Mounts Towards Infinity – 1878). :


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Nella prima immagine d’apertura di questo post ho fatto fettuccine con due immagini, due “pelli d’immagine” prese una dal metaverso e una dal mondo reale, “per quello che vediamo”. Fatt ele ettuccine le ho intrecciate per ricomporre una nuova immagine. Davanti a quelle immagini c’e’ l’occhio, the “eye” o anche the “I”, e cioè sempre io. Ma cosa c’entrano gli occhi, le fettuccine e Cartagine insieme?


In qualche modo ogni nostra “realtà” in rete si riempie dei territori altrui, si alimenta delle altrui attenzioni e in qualche modo si relaziona costruendo un orizzonte intrecciato percepibile analiticamente, per parti. Poi è la nostra “testa” che penserà a costruire una immagine sintetica che racchiuda il “nostro territorio” in rete. Le pagine degli altri diventano “testimoni” della nostra attività.
Ieri alla richiesta di Paolo Valente di costruire un post per il blog di Marco Minghetti (Le Aziende Invisibili) è come se avessi ripercorso i miei due anni da avatar all’interno dei mondi possibili in rete. E facendo a fettine le esperienze e riconnettendole mi si è mostrata la complessità e la vastità come mai avevo fatto prima: complessità composta da ragionamenti fatti assieme a tante persone, progetti condivisi ecc… In questo caso nessuna astuzia ma puro piacere per la condivisione e per il ragionamento. Messe le cose in fila una all’altra ho rivisto un percorso più chiaramente e come il mio percorso attraversa percorsi degli altri costruendo un tessuto di ragionamenti reperibile qui e altrove. L’immagine iniziale è solo metafora visiva di questo occhio, di questo “eye – I” sempre in viaggio; puro punto di vista soggettivo all’interno di una visione collettiva non contemplativa ma di azione; e cioè non per ricercare un bello ma per definire un senso. Un occhio – Io che si estende a tutta la sua biologia connessa, a tutti gli altri organi e a tutta la mia corporeità che si porta dietro le sinestesie ecc. L’occhio ne è solo la riduzione a simbolo (si veda Waldemar Deonna – Il simbolismo dell’occhio – Bollati Boringhieri). Un intreccio che racconta una modalità site-specific, che si sviluppa nello specifico di volta in volta a seconda del tema producendo, costruendo.

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Cosa avrebbe fatto Munari per spiegare agli adulti cosa è second Life? Come lo avrebbe raccontato?
In generale il digitale – in particolare second life – non viene mai raccontato correttamente, per quello che è. Ci sono storture più o meno intenzionali. Anche chi ci mette la sua buona volontà si sofferma su particolare che non rappresentano ciò che accade al suo interno. C’e’ come una pellicola traslucida – meglio ancora, opaca – che non riesce a collegare la civilizzazione in corso del digitale a quella “tradizionale”. Forse è colpa nostra: manca un linguaggio semplice come quello dei gesti per fare capire cosa si fa in-world? Troppi trattati che richiedono conoscenze? Troppo di nicchia le cose che ci sono? E chi è in questo caso il normodotato? Chi sta dentro e non è capito o chi sta fuori e non capisce? MA anche nel mondo non ci sono definizione univoche. Nella mostra fiorentina, lo dicevo, abbiamo cercato ponti tra le due realtà (quella seconda dei noi-avatar e la prima di tutti i viventi) – sottolineo realtà (mi spiego: le entrambe realtà). Il centro non è l’artista ma la dimensione sociale dell’arte. Anche in quel caso la comunicazione intorno all’evento si è attorcigliata talvolta nel tentare di non-capire cose semplici per mantenere le differenze di opinioni tra chi si occupa di rete e di arte piuttosto che cercare di stringere conclusioni capaci di portare in avanti il discorso. Il tema centrale di second life sembra essere diventato l’Arte quando invece è molto più articolata e attraversa molti elementi dove la creatività, l’immaginazione si esprimono in tante altre forme.
Sono pensieri che mi sono nati guardando il servizio al TG1 segnalato su UQBAR da Roxelo Babenko e da Roberta su Twitter. Un servizio corretto, semplice semplice forse troppo.

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Neupaul nel 13° piano (toccare l’immagine per ingrandire)

Sto viaggiando poco in rete. Diciamo periodo di pausa. Ieri però sono andato a visitare la nuova soluzione che Neupaul ha rezzato (costruito) nel suo spazio inworld. Anche Giovanni ne ha già parlato dicendone cose molto belle e giuste.
Second life può essere vista come una grande macchia di Rorschach: ognuno la interpreta a modo suo costruendoci all’interno un proprio modo di starci dentro. E’ uno spazio dove si ha l’illusione di costruirsi un proprio profilo nuovo e diverso, poi ci si ritrova se stessi… è uno spazio simbolico prima di tutto e con i simboli che ci descrivono non si scherza. L’intero spazio di Paolo/Neupaul fa questo: fa riaffiorare la sua ricerca e il suo giudizio sul mondo in una chiave di test psicologico. Un test che mette a confronto la nostra stessa idea di SL mostrandocene (simbolicamente) la filigrana (vedi il 13° piano). Grazie Paolo :)

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