Pannello 1

la Speleologia


Conoscere, esplorare e studiare il mondo sotterraneo

La speleologia è la disciplina tecnica e scientifica che studia le grotte naturali. Il termine deriva dalla fusione delle parole greche: spelaion (grotta) e logos (discorso).
La speleologia moderna nacque dalla ricerca idrologica in quello che allora era l’impero austroungarico con le pionieristiche esplorazioni dei fiumi sotterranei della Moravia e della Carniola; le prime associazioni specialistiche nacquero a Vienna nel 1879 e a Trieste nel 1883, mentre in Francia nel 1895, Édouard-Alfred Martel fondò la Société de Spéléologie.
Oggi la speleologia è una disciplina che coinvolge le ricerche in numerosi ambiti delle scienze naturali. Componente essenziale di questa attività è inoltre la ricerca e l’esplorazione di nuove cavità.

Sul territorio italiano la speleologia è praticata da circa 5000 speleologi, aderenti per lo più alla Società Speleologica Italiana e al Club Alpino Italiano e sono oltre 35 mila le grotte censite per uno sviluppo complessivo di 2400 chilometri.

DIDASCALIE

1884, i primi intrepidi esploratori del Timavo sotterraneo alle prese con la discesa della sesta cascata. Da una stampa apparsa sul periodico austriaco Zeitschrift des Deutschen und Oesterreichischen Alpensvereins.

Il grande inghiottitoio delle Škocjanske jame (grotta di San Canziano) in Slovenia, dove scompare il fiume Timavo (Rijeka in sloveno), teatro delle prime epiche esplorazioni speleologiche.

Il salone terminale dell’abisso Trebiciano, nel carso triestino, venne raggiunto nel 1841 dall’ingegnere “montanistico” Federico Lindner, che vi scoprì un tratto del Timavo sotterraneo.

Pannello 2

il Carsismo
Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra

Il carsismo è un processo chimico e fisico che agisce su alcune rocce, perciò dette solubili. L’acqua è l’elemento fondamentale di questo fenomeno naturale, che riguarda soprattutto le rocce carbonatiche (calcari, dolomie, marmi) e quelle dette evaporitiche, cioè il salgemma e il gesso.

Arricchita di anidride carbonica, che la rende più acida e aggressiva, l’acqua meteorica modella il paesaggio superficiale e continua la sua azione in profondità, dove può dare vita a vasti complessi di cavità sotterranee.

Il termine carsismo deriva dal Carso, la regione nell’entroterra del golfo di Trieste. A sua volta il toponimo (kras in sloveno) deriverebbe da un’antica radice proto-indoeuropea: karra, col significato di “pietroso, roccioso”.

DIDASCALIE

Solchi di corrosione lungo una superficie di rocce calcaree.

Una dolina (da dol, valle in lingua slava), depressione a forma di scodella che rappresenta la forma più tipica del carsismo superficiale.

Il Popovo polje in Erzegovina. I polje, vaste conche dal fondo pianeggiante, sono fra le più caratteristiche forme del paesaggio carsico.

L’acqua meteorica d’infiltrazione non è l’unica responsabile della formazione delle grotte. In alcune situazioni, ad esempio in presenza di una risalita di emissioni termali, può dar adito alla creazione di grotte particolari dette ipogeniche. Qui a fianco una sala dell’abisso dei Cocci, cavità siciliana di origine ipogenica.

Pannello 3

il fenomeno carsico in Italia

Panorama di un mondo nascosto

Dai rilievi alpini alla dorsale appenninica, fino ai monti delle isole maggiori, l’Italia è ricca di aree carsiche, con il loro corollario di grotte, sorgenti e paesaggi rocciosi.

DIDASCALIE

Grande arco naturale del Supramonte di Baunei. Alla Sardegna spetta il primato delle grotte e degli ambienti carsici più spettacolari del nostro Paese.

La grava di Castellana in Puglia, la regione italiana con maggiore presenza di fenomeni carsici; fra le migliaia di altre grotte è famosissima quella di Castellana, aperta alle visite turistiche fin dal 1939.

La piana carsica di Castelluccio di Norcia ai piedi del versante umbro dei monti Sibillini. Dalla Puglia alla Liguria l’intera dorsale appenninica ospita imponenti paesaggi modellati dal carsismo.

Sul monte Canin (Friuli Venezia Giulia – Slovenia), recenti esplorazioni condotte da speleologi triestini hanno collegato due grandi complessi sotterranei già noti in precedenza: ne è risultata la grotta npiù estesa d’Italia, con oltre 80 chilometri di sviluppo.

L’ingresso della grotta Parolini, sorgente dell’Oliero, in Valsugana. Le acque di origine carsica sono un’importante risorsa idropotabile, fondamentale in molte regioni italiane.

Pannello 4

il carsismo in Emilia-Romagna

I territori delle grotte

Il carsismo in Emilia-Romagna è presente nei terreni così detti evaporitici, cioè formati da rocce originate dalla deposizione di sali in conseguenza dell’evaporazione dell’acqua marina. Queste formazioni sono di due tipi: quella Triassica che risale a circa 200 milioni di anni fa, situata nell’alta valle del fiume Secchia, nel Reggiano e quella Messiniana che risale a 6 milioni di anni fa e che si estende nella fascia collinare parallela ai margini della pianura.

DIDASCALIE

Alla Croara nel cuore del Parco dei Gessi Bolognesi, occhieggia la profonda dolina del buco dei Quercioli.

Le fonti di Poiano nell’alta val di Secchia, la più importante sorgente carsica della regione Emilia-Romagna.

Ingresso della grotta del Coralupo, nella dolina dell’Inferno in località Farneto. Al suo interno si trova il pozzo più profondo del bolognese di 35 metri di altezza.

La valle del Fiume Secchia scorre fra i caratteristici collinoni dei gessi triassici; sullo sfondo l’inconfondibile profilo della Pietra di Bismantova.

Il torrente Idice nei pressi di Castel dei Britti. In questo punto le banconate gessose attraversano l’alveo del torrente, disegnando alcune belle forme di carsismo superficiale.

La risorgente del Torrente Antico nei gessi di Brisighella, punto di emergenza delle acque
del sistema carsico de La Tanaccia nella Vena del Gesso Romagnola.

Pannello 5

il mare si fece montagna

Appunti sulla formazione dei gessi

Il gesso è un sale comunemente presente nell’acqua marina. Quando la maggior parte dell’acqua che lo contiene evapora, il gesso precipita, depositandosi al fondo delle lagune costiere. Questo fenomeno è avvenuto in tutto il bacino del Mediterraneo poco meno di 6 milioni di anni fa, in un periodo geologico chiamato Messiniano. Nel corso del tempo questa fase, detta “evaporitica”, fu più volte interrotta e ripresa, alternandosi alla deposizione di sedimenti argillosi. Trascorsi circa un milione di anni, altri eventi geologici sollevarono la formazione messiniana portandola in superficie, mettendo in evidenza le caratteristiche stratificazioni gessose che oggi si possono osservare sulle colline bolognesi.

DIDASCALIE

Cristallo di gesso dalla caratteristica forma a coda di rondine. Durante la loro formazione i cristalli di gesso si sono sviluppati sul fondale marino con la punta rivolta verso il basso.

Le propaggini occidentali della Vena del Gesso si immergono nei terreni argillosi segnati dai calanchi.

Foto aerea della località Farneto; sono visibili a destra le dorsali gessose intervallate da fasce boscate. Alla base della scarpata centrale si apre la grotta del Farneto.

Vena del Gesso Romagnola, è ben visibile l’alternanza delle banconate gessose e quelle più sottili di argilla.

Carta geologica delle colline bolognesi realizzata da Giovanni Capellini
nel 1871; gli affioramenti gessosi sono colorati di rosso intenso.

Pannello 6

i sistemi sotterranei bolognesi

Il reticolo di grotte che circonda Bologna

Le grotte dei Gessi bolognesi si concentrano prevalentemente in cinque aree carsiche. Da est verso ovest: nei gessi di Borgo Tossignano nell’Imolese, nei gessi di San Lazzaro di Savena del Farneto e della Croara, in quelli di Gaibola a Bologna e in quelli di Zola Predosa.

DIDASCALIE

Un passaggio attraverso le belle concrezioni del Buco dei buoi nel Complesso Spipola-Acquafredda.

Cristallizzazioni di gesso nella grotta della Befana nei gessi imolesi.

Un tratto iniziale dell’inghiottitoio del torrente Acquafredda; è questa una zona particolarmente labirintica del Complesso Spipola-Acquafredda.

Il suggestivo soffitto della sala del Trono nella grotta del Farneto.

Mappa delle aree carsiche del Farneto (a sinistra) e della Croara (a destra).

Pannello 7

le grotte dell’Appennino

Percorsi sotterranei fuori dai gessi

Le grotte più importanti e numerose del territorio bolognese si aprono nei gessi, ma ve ne sono diverse anche nelle rocce arenacee nel medio e alto Appennino. Si tratta di cavità che si aprono prevalentemente lungo spaccature in cui il carsismo non ha avuto un ruolo rilevante.

DIDASCALIE

La tana dell’Uomo Selvatico, non lontano da Castel d’Aiano.

L’abisso di Madognana presso Porretta, profonda spaccatura nelle arenarie macigno.

La grotta delle Fate di Monte Adone incide per 40 metri l’interno del Contrafforte pliocenico.

Buco nel Sasso Massei, una piccola cavità di crollo nelle rare formazioni ofiolitiche del Bolognese, presso San Benedetto del Querceto.

La grotta di Labante, caratteristica cavità formatasi nei travertini, rocce composte da un cemento calcareo che ingloba detriti organici come rami, foglie e muschi.

Pannello 8

le grotte nella preistoria

Gli antichi abitatori delle grotte bolognesi

La presenza umana nelle grotte bolognesi risale a un periodo compreso fra i 6.000 e i 3.000 anni fa (Età del rame ed Età del bronzo). I ritrovamenti archeologici più importanti furono quelli scoperti nel 1871 da Francesco Orsoni alla grotta del Farneto a cui si aggiunsero i reperti dell’omonimo Sottoroccia scoperti da Luigi Fantini negli anni Trenta del secolo scorso. Altre testimonianze dell’uomo preistorico provengono dalla grotta Serafino Calindri dove, fra i diversi reperti rinvenuti, si è stabilito che già allora il gesso veniva ridotto in polvere, cotto e rimpastato per essere utilizzato in diversi modi.

DIDASCALIE

La Cava a Filo alla Croara, dove varie campagne di scavo hanno messo in luce straordinari resti di fauna pleistocenica.

Grande vaso in ceramica per la conservazione dei cereali rinvenuto all’interno della grotta Serafino Calindri.

L’ingresso della grotta del Farneto come si presentava all’inizio degli anni ’60.

Scavi archeologici alla grotta Serafino Calindri.

Alcuni dei reperti rinvenuti da Luigi Fantini nel Sottoroccia del Farneto, oggi conservati al Museo Civico Archeologico di Bologna.

Il cranio di una donna vissuta 5300 anni fa, rinvenuto all’interno di un ramo recentemente esplorato nella grotta Marcel Loubens al Farneto.

Pannello 9

i precursori della speleologia

Le origini della speleologia scientifica a Bologna

A Bologna l’interesse per le grotte naturali ha radici molto antiche. Si deve infatti al naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1552-1605) la prima descrizione conosciuta al mondo di una concrezione di grotta. Il primo elenco descrittivo delle grotte bolognesi fu pubblicato nel 1781 nel Dizionario corografico d’Italia di Serafino Calindri.

DIDASCALIE

La località il Castello alla Croara, in alto si nota il solcoterminale del torrente Acquafredda che porta all’inghiottitoio omonimo “… le quali acque senza questo naturale sfogo formerebbero un ampio e cupo lago…” (Calindri, 1781).

La grotta Michele Gortani, teatro della prima cronaca scritta di un’escursione in una grotta bolognese, risalente al 1836 ad opera di Antonio Santagata
e del figlio Domenico.

Ulisse Aldrovandi e le concrezioni con “vari pezzi di Stelechite” illustrati nel Museum Metallicum.

L’epsomite, un sale di magnesio osservato nel XVIII secolo da Tommaso Laghi all’interno di “una grotta situata nelle colline bolognesi”, luogo attribuibile alla risorgente del torrente Acquafredda.

Pannello 10

1871: Orsoni scopre il Farneto

Nascita e sviluppo della speleologia a Bologna

La scoperta della grotta del Farneto da parte di Francesco Orsoni nel 1871, attirò l’attenzione di studiosi che contribuirono a gettare le basi per le ricerche sistematiche nelle grotte bolognesi; fra questi vanno ricordati il geologo Giovanni Capellini e l’archeologo Edoardo Brizio, autori dei primissimi studi scientifici sulle grotte e il carsismo dei gessi.
Nel 1903 quattro studenti di geologia dell’Università di Bologna – Michele Gortani, Ciro Barbieri, Carlo Alzona e Giorgio Trebbi – fondarono una società speleologica che si aggiunse ai sodalizi già esistenti a Trieste, Udine, Milano e Brescia.

DIDASCALIE

Una rarissima immagine di Franceso Orsoni datata attorno al 1879.

Grotta del Farneto, vaso biconico con fasci di incisioni verticali.

Un’immagine degli anni Trenta della grotta del Farneto che fin dal 1880 era divenuta un’abituale meta turistica dei bolognesi.

Giovanni Capellini, geologo e rettore dell’Università di Bologna; nel 1883 fu l’autore del primo saggio scientifico sui fenomeni carsici dei Gessi bolognesi.

Le morfologie carsiche della Croara pubblicate nel saggio di Capellini sulla geologia dell’Appennino settentrionale, vi si riconoscono le erosioni del buco delle Candele e l’ingresso del buco del Belvedere.

Da sinistra a destra: Luigi Fantini e Giuseppe Loreta del GSB con Eugenio Boegan e Michele Gortani durante i giorni del primo Congresso nazionale di speleologia tenutosi a Trieste nel 1933.

Il primo rilievo topografico di un grotta bolognese fu quello della grotta del Farneto eseguito dall’archeologo torinese Edoardo Brizio nel 1882.

Pannello 11

il Gruppo e l’Unione

La grande organizzazione speleologica bolognese

Il Gruppo Speleologico Bolognese e l’Unione Speleologica Bolognese, oggi riuniti in un unico sodalizio denominato GSB-USB, sono da decenni il punto di riferimento della speleologia bolognese.
Le attività del GSB-USB si orientano in ogni campo specialistico dell’attività speleologica, con particolare attenzione alle grotte bolognesi e all’esplorazione dei grandi abissi delle Alpi Apuane in Toscana e di altri territori d’Italia e del mondo.

DIDASCALIE

Il Gruppo Speleologico Bolognese nel 1936 all’osteria del Farneto.

I risultati delle ricerche e delle esplorazioni del GSB-USB sono pubblicati sulla rivista “Sottoterra” una delle più longeve nel panorama speleologico italiano.

Istruttori e allievi alla palestra di roccia di Badolo, durante una lezione pratica in un corso di avviamento alla speleologia curato dal GSB-USB.

La salvaguardia dell’ambiente carsico ha contraddistinto da sempre le azioni del GSB-USB; fra queste vi sono gli interventi di protezione delle grotte del Parco dei Gessi.

L’esplorazione e gli studi scientifici all’interno di nuove cavità sono rese possibili grazie alle esercitazioni pratiche e all’applicazione di tecniche di progressione.

Dal 1995 il GSB-USB gestisce il Museo di speleologia “Luigi Fantini” situato presso il Cassero di Porta Lame, sede storica di questa associazione.

Grotta Govjestica (Bosnia ed Erzegovina) esplorata dal GSB-USB.

Pannello 12

la Biblioteca Franco Anelli

archivio e memoria della speleologia italiana

La La Biblioteca “Franco Anelli”, situata presso la Sede di Geologia e Paleontologia del Dipartimento BiGeA dell’Università di Bologna in Via Zamboni 67, è specializzata sulle materie inerenti i fenomeni carsici e la speleologia. La struttura è curata da personale della Società Speleologica Italiana con il supporto del Dipartimento. La consultazione è online (e parzialmente digitale a testo pieno), tramite il Catalogo del Polo Bolognese SBN e il catalogo specializzato “Speleoteca”, a cui aderiscono altre biblioteche speleologiche italiane.

DIDASCALIE

Il corpo originario della Biblioteca risale agli anni Venti e proviene dall’Istituto Italiano di Speleologia (IIS), l’ente scientifico delle Reali Grotte Demaniali
di Postumia che oggi opera all’interno del Dipartimento BiGeA.

Nella seconda metà del secolo scorso la Società Speleologica Italiana (SSI) costituì un proprio fondo documentario. Nel 1975 le Biblioteche dell’IIS e della SSI si fusero in un unico centro di documentazione speleologica che raccoglie in eredità i patrimoni di altre grandi biblioteche specializzate.

Oltre 68 mila sono i volumi monografici e i fascicoli di periodici posseduti dalla Biblioteca, di cui il 70% proviene da pubblicazioni estere. I fondi particolari, di pregio e rari, sono i libri antichi pubblicati prima del 1830 e altri di valenza storica. A questi si aggiunge una vasta emeroteca, le collezioni di stampe antiche, dépliant e guide turistiche, le cartoline e i manifesti, nonché gli archivi personali di importanti speleologi italiani e stranieri.

Tra i materiali non librari conservati presso la Biblioteca Anelli, sono oltre 2000 le stampe antiche dedicate alle grotte di ogni parte del mondo

Pannello 13

la Federazione speleologica 

La candidatura delle grotte nei gessi a patrimonio UNESCO

Dal 1974 i gruppi speleologici dell’Emilia-Romagna si sono associati nella Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna (FSRER) che ha lo scopo di coordinarne le attività e di rappresentarli nelle sedi istituzionali. Fra le diverse attività svolte dalla FSRER, vi è quella prioritaria di conservare e aggiornare il Catasto delle cavità naturali e artificiali della Regione, registro fondamentale per la conoscenza delle aree carsiche e strumento indispensabile per qualunque intervento di pianificazione nelle medesime.

DIDASCALIE

Nel 2006 la Regione Emilia-Romagna ha istituito la legge sui Geositi (L.R. 9/2006) che tutela e valorizza la geodiversità del territorio regionale. Quasi 700 sono i geositi censiti di cui 41 sono di tipo carsico. Sopra: la risorgente del sistema carsico della Tanaccia, geosito carsico della Vena del Gesso Romagnola.

La forra del sistema carsico della Tanaccia nei pressi della sorgente delle Solfatare.

Speleologia Emiliana è la rivista annuale della FSRER in cui è possibile trovare gli studi monografici realizzati su singole grotte ed aree carsiche della regione. La rivista ospita inoltre gli atti dei convegni e dei seminari organizzati dai gruppi speleologici regionali.

Attività rilevanti della FSRER sono le azioni di conoscenza, valorizzazione e tutela dei beni culturali delle aree carsiche e i progetti di ricerca condotti in collaborazione con i parchi e le università. Sopra: la valle cieca della buca di Budriolo, nel Parco dei Gessi Bolognesi, area compresa nel Progetto Life Gypsum che ha coinvolto sei Siti Natura 2000 regionali con interesse carsico.

Nel 2015 su proposta della FSRER la Regione Emilia-Romagna ha deciso di candidare i fenomeni carsici nelle evaporiti regionali a patrimonio dell’UNESCO. L’eventuale inserimento delle evaporiti regionali nella lista del World Heritage potrà concretizzarsi solo nel 2024, dopo un lungo e impegnativo iter procedurale. Nel mondo sono 25 i siti UNESCO di interesse carsico.

Installazione di data-logger per il censimento dei pipistrelli, progetto di rilevamento per la protezione della chirotterofauna sotterranea.

Pannello 14

le cavità artificiali
Il mondo sotterraneo creato dagli uomini

Una branca della speleologia si interessa anche alle cavità artificiali, ovvero a quelle strutture realizzate in sotterraneo dall’uomo (cave e miniere, acquedotti, rifugi bellici, insediamenti rupestri, tombe ipogee, ecc.). Il limite più recente di studio viene posto alla fine del 1945. Nella provincia di Bologna troviamo più di 200 cavità artificiali censite. L’acquedotto romano, con un cunicolo di oltre 18 km, è sicuramente l’opera più estesa e imponente; è ancor oggi pienamente funzionante fornendo parte dell’acqua potabile di Bologna.

DIDASCALIE

Uno dei corridoi di accesso all’acquedotto romano nei pressi del fiume Reno.

Torretta del Pozzo Viola presso via di Casaglia, a Bologna, l’acquedotto romano scorre quasi cento metri più in basso.

Attraversamento dell’acquedotto romano sul Rio dei Rii, superato da un manufatto di epoca Ottocentesca.

L’acquedotto romano, completamente scavato nelle arenarie, è stato topografato dal GSB-USB per una lunghezza di 18 chilometri.

Cava in sotterraneo di arenaria La Forcola, situata sulle colline di Varignana, da cui venivano estratti i blocchi per vari impieghi edili. La cava venne usata anche come rifugio durante la Seconda Guerra Mondiale.

Galleria Leona presso Sasso Marconi, realizzata durante la Seconda Guerra Mondiale per farne un deposito di carburanti con accesso ferroviario.

Pannello 15

il gesso a Bologna

Il valore architettonico e l’impatto dell’estrazione

Il gesso è l’unica vera pietra presente nelle immediate vicinanze di Bologna e perciò è stato estratto come pietra da taglio fin dall’epoca romana; con grandi blocchi di gesso fu costruita la prima cinta muraria cittadina.
In seguito il gesso fu prevalentemente impiegato come materiale da impasto e la sua estrazione assunse una dimensione industriale, con migliaia di tonnellate di pietra estratte ogni anno fino al 1977, quando fu chiusa l’ultima cava.

DIDASCALIE.

Arco a sesto acuto in gesso sulla facciata della Torre Prendiparte in via Sant’Alò.

Illustrazione del 1698 di un cava in gesso, da “Dissertazione epistolare del fosforo minerale…” di Luigi Ferdinando Marsili.

Un’immagine degli anni ’60 dell’estrazione del gesso alla Cava a filo in località Croara.

Basamento in gesso del porticato di Palazzo Grassi in via Marsala.

In primo piano i blocchi di gesso del porticato di Palazzo Grassi in via Marsala.

Il portale della chiesa dei santi Vitale e Agricola nel complesso stefaniano di Bologna.

Capitello in gesso dell’arcata sinistra della chiesa dei santi Vitale e Agricola in piazza Santo Stefano.

Pannello 16

il Parco dei Gessi

Dalle cave alla tutela di un territorio straordinario

Il Parco dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa è nato nel 1988 per preservare e salvaguardare un’area naturale che era fortemente minacciata dall’estrazione del gesso e dalla pressione urbana. Energicamente voluto fin dagli anni ’70 dalle associazioni speleologiche GSB- USB e dall’Unione Bolognese Naturalisti, il parco si estende a sud est di Bologna per 4800 ettari fra la valle del Savena e quella del torrente Quaderna.

DIDASCALIE

Località Croara con in primo piano la dolina della Spipola e sullo sfondo l’agglomerato urbano bolognese.

La Cava IECME, situata nella valle cieca dell’Acquafredda. Raffronto degli scavi tra il 1960 (sopra) e la situazione nel 1975 (a fianco).

I gessi del Farneto come si presentavano alla fine degli anni Trenta in basso a destra la casa natale di Luigi Fantini, oggi sede restaurata del parco.

Gli interventi di protezione delle grotte più vulnerabili del parco sono eseguiti dagli speleologi.

L’area ricreativa presso la grotta del Farneto, abituale meta di scolaresche e attività didattiche del Parco dei Gessi.

Non solo gli habitat sotterranei sono la ricchezza del Parco dei Gessi ma, fra le tante peculiarità ambientali, trovano spazio alcune associazioni vegetali di particolare pregio.

Pannello 17

una storia di acqua e di tempo

La formazione delle grotte nei gessi

Il gesso è molto solubile, per questo motivo l’evoluzione delle grotte in questo tipo di roccia è molto rapida. Le più antiche grotte nei gessi hanno al massimo mezzo milione di anni, mentre quelle nei calcari possono raggiungere decine di milioni di anni.
Le grotte nel gesso sono normalmente costituite da semplici tratti orizzontali, raccordati da brevi salti verticali (pozzi). Spesso si tratta di cavità di attraversamento, cioè trafori in cui un corso d’acqua esterno attraversa per intero le rocce carsificabili, venendo a giorno ai loro margini inferiori

DIDASCALIE

I “pendenti” del buco dei Buoi caratteristiche forme di erosione dovute all’unione di più canali scavati dalle acque.

I “mammelloni” del buco del Belvedere. Si tratta di forme non carsiche dovute allo svuotamento di un interstrato di argilla presente fra uno strato di gesso e l’altro. Le forme coniche sono dovute all’unione dei primi cristalli di gesso che si formavano sul fondale marino.

Galleria antigravitativa; si tratta di ambienti ad andamento sinuoso con il soffitto piatto che l’acqua ha eroso scavando dal basso verso l’alto.

Un ampio meandro all’interno della grotta Serafino Calindri.

Pannello 18

i minerali e i depositi delle grotte

Armonia e fascino del mondo sotterraneo

Le acque circolanti nel sottosuolo non sono solamente artefici della formazione delle grotte, ma possono anche depositare all’interno di esse diversi tipi di sedimenti, fisici o chimici.

I sedimenti fisici sono per lo più costituiti da crolli o da accumuli di ciottoli portati dalle acque. I sedimenti chimici sono i minerali e le concrezioni, come ad esempio le ben note stalattiti e stalagmiti.


DIDASCALIE

Il salone Giordani alla grotta della Spipola, il più grande ambiente di crollo di tutte le grotte dell’Emilia Romagna.

Ciottoli arrotondati dall’erosione fluviale all’interno dell’inghiottitoio dell’Acquafredda.

Estremità di una stalattite formata da splendidi micro cristalli di gesso nella grotta della Befana a Borgo Tossignano.

La grande colata stalagmitica della grotta del Coralupo (Farneto).

Le pisoliti, o perle di grotta, si sviluppano sul fondo di laghetti quando le acque sono in una condizione di sovra saturazione.

Infiorescenze gessose su concrezioni calacaree. I sedimenti delle grotte sono come dei “libri di pietra” che conservano traccia degli eventi climatici
del passato

Pannello 19

la vita nelle grotte

La biodiversità nascosta nel buio

Gli animali delle grotte provengono, in genere, dagli habitat del sottobosco, umido e poco luminoso. La biologia sotterranea (o biospeleologia) studia la vita nelle cavità sotterranee e i rapporti che legano i viventi in un ambiente profondamente differente da quello esterno e che ha prodotto nel corso dei millenni fenomeni evolutivi propri.

DIDASCALIE

Collemboli artropleona, dalle dimensioni di pochi millimetri, sono esapodi che possono essere osservati in prossimità delle pozze d’acqua o sulle superfici fangose.

Gli anfratti del sottobosco umido e poco luminoso sono gli ambienti da cui provengono gli animali cavernicoli.

Ghiro, roditore frequente nelle grotte del Bolognese. Anche se non è un animale troglobio, grazie alla capacità di seguire tracce olfattive può addentrarsi in grotta fino a notevoli profondità.

Laboratorio di biologia sotterranea alla Grotta Novella (Farneto).

Androniscus sp, è un crostaceo abituato ai terreni ricchi di humus dove può cibarsi di elementi organici in disfacimento.

Ragno del genere Meta, costruisce tele poligonali all’interno delle grotte.

Farfalla della famiglia dei Nottuidi, presente nei primi metri delle grotte.

Esemplare di pseudoscorpione (Chthonius tenuis) segnalato nel salone Giordani nella grotta della Spipola.

Pannello 20

i pipistrelli, le ali della notte

Gli unici veri mammiferi volanti

I Chirotteri (dal greco chéir, mano, e pterón, ala), noti anche con il nome generico di pipistrelli, sono gli unici mammiferi realmente volatori. La loro origine risale ad almeno 50 milioni di anni fa come animali di habitat forestale con abitudini diurne o crepuscolari. La loro capacità di volare nel buio è dovuta a un sofisticato meccanismo di ecolocalizzazione che è in grado di emettere impulsi ultrasonici dalla laringe o dalle narici. Questa caratteristica gli permette sia di evitare gli ostacoli che di individuare le prede. Sono animali protetti da specifiche leggi per la loro tutela.

DIDASCALIE

Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteinii) catturato in volo da una fotocellula all’uscita di una grotta del Bolognese.

Monitoraggio e censimento dei pipistrelli in un grotta del Parco dei Gessi.

Colonia di Miniotteri appena nati. I microchirotteri si accoppiano in autunno, dopodiché cadono in uno stato di semi letargo radunandosi in colonie nelle grotte o in altri ripari. In questo periodo le femmine mantengono in vita gli spermatozoi e procedono alla fecondazione solo all’arrivo della bella stagione.

Ferro di cavallo minore con cucciolo (Rhinolophus hipposideros minore). Dopo il risveglio primaverile, le femmine gravide partoriscono 1 o 2 piccoli che una volta allattati dovranno essere completamente autonomi prima dell’inverno.

Ferro di cavallo maggiore in volo. Ben presente nelle grotte del Parco
dei Gessi, è questa una delle oltre venti specie censite in Emilia-Romagna.

Il volo di un pipistrello in un sequenza stroboscopica.

Pannello 21

un mondo nascosto e fragile

L’impatto umano sulle cavità naturali

Le minacce e le aggressioni all’ambiente naturale sono sotto gli occhi di tutti, eppure gran parte di questo degrado rimane invisibile perché riguarda il mondo sotterraneo e altri ambienti che rimangono nascosti, come il fondo marino e il ventre dei ghiacciai.

Tra i danni maggiori arrecati agli ambienti carsici, e alle grotte in generale, c’è quello provocato dall’inquinamento delle acque circolanti (da liquami, discariche, pesticidi, ecc..). Occorre sapere che nelle aree carsiche le acque di infiltrazione meteorica scorrono con caratteristiche simili a quelle dei corsi d’acqua esterni, cioè senza le capacità depurative dovute a una lenta infiltrazione a livello microscopico. Inoltre, in questi territori, spesso manca il substrato terrigeno anch’esso un efficace filtro naturale. In questa situazione le acque sotterranee recapitano il loro carico inquinante direttamente alle sorgenti, con conseguenze facilmente immaginabili sugli ecosistemi situati più a valle e anche sulla salute pubblica.

Altre forme di degrado ambientale sotterraneo possono essere provocate da chi percorre le grotte (speleologi o visitatori occasionali) che, se non adeguatamente informato e sensibilizzato, rischia di creare danni molto seri. Alcune grotte non sono in grado di sopportare una frequentazione intensa; è il caso delle grotte così dette a “bassa energia”, che in genere sono quelle con scarso ricambio d’aria e di circolazione idrica. In queste cavità il rischio è che si modifichi il clima interno, con conseguente interruzione dell’accrescimento delle concrezioni e cambiamenti in tutta la catena alimentare della fauna sotterranea. Anche disturbare i pipistrelli durante il periodo di riposo invernale è estremamente dannoso e può risultare perfino letale per loro. Per risparmiare energia il metabolismo di questi preziosi mammiferi nei mesi più freddi è infatti fortemente rallentato; il risveglio improvviso li costringerebbe a consumare energie che non possono essere reintegrate in un periodo di carenza di cibo.

Questi sono solo alcuni esempi dei problemi ambientali legati al mondo delle cavità naturali. Evitare completamente l’impatto umano sulle grotte, come su qualsiasi altro ambiente naturale, è chiaramente impossibile; è possibile invece mitigarlo con un po’ di rispetto e buon senso e qualche semplice azione di prevenzione.

DIDASCALIE

Le parti iniziali di molte grotte e i pozzi naturali sono spesso usati come discariche abusive.

L’armonioso paesaggio carsico della Vena del Gesso Romagnola a Tossignano.