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© John Waters, Polyester (1981), sequenza delle esperienze olfattive in odorama

Gli odori ci riportano alle cose, ci riavvicinano alle esperienze, azzerano le distanze temporali.
(Scrivo questo post dopo avere visitato arte fiera a Bologna).

Molta letteratura del momento, specie architettonica, tende a fare rientrare le esperienze olfattive dentro “l’esperienza geografica” e quindi spaziale. Credo sia un approccio interessante ma a volte superficiale (approfondirò questa mia affermazione nel prossimo post); ribaltando l’ordine del discorso, l’odore riporta noi alle cose e al tempo. Il tempo delle nostre esperienze personali.
Questa “guerra territoriale” che molti stanno compiendo per riportare tutto alla geografia cercando di segnare confini alle emozioni o cercando di organizzare la memoria emotiva mediante uno storyboard di natura cinematografica, credo dovrebbe concentrarsi sull’idea che i sensi sono dispositivi e che dietro di essi c’e’ dell’altro.
Uscendo da una dimensione di godimento estetico basata sul più semplice “appagamento dei sensi” si possa arrivare ad un più profondo appagamento di natura estetica che coinvolge tutto il nostro apparato: psichico, fisico ecc… E’ un problema di porte e di percezioni e di volerle aprire e di non volersi semplicemente affacciare.

Le porte della materia
Quando penso alle mie prime visite alla Biennale di Venezia o ai saloni dell’arte non posso non ricordare il caratteristico odore di pittura che si poteva sentire nelle sale. E’ stampato nella mia memoria. Nell’olfatto partecipano tutti i processi menmonici: sia quelli legati ad episodi della nostra vita che quelli legati a conoscenze semantiche. Annusando le sale espositive, ancora oggi, quell’odore misto di acrilico, di resine, di bitumi mi riportano all’espressionismo astratto esposto a Venezia.
In un film di Aleksandr Sokurov, Arca Russa, il protagonista che ci accompagna per le sale si ferma ad annusare le tele, che odorano del legno delle cornici e dell’olio della pittura; gli odori annullano le distanze temporali aprendo le porte delle esperienze vissute riaggiornandole al presente: la pittura del 1600 diventa contemporaneo grazie alle sensazioni legate all’olfatto. Gli odori ci riportano verso le cose: in questo caso i materiali con i quali si compongono le opere d’arte. La pittura fino alle nuove tinte chimiche odorava di mescole a base di olii. La chiara d’uovo, ecc… Il divisionismo, l’espressionismo e gli altri movimenti si portano dietro il loro odore. Ricorderò per sempre il fetore di carne putrescente della perfomance purificatrice alla Biennale del 1997 di Marina Abramovic che per 22 ore e per 4 giorni, seduta su una montagna di ossa a spolparle con una brusca e acqua. Tutta l’arte che lavora sulla materia ha questa componente non visiva che è appunto l’odore, talvolta il fetore. Un gioco di parole: l’olfatto non ha il “senso del tempo”: il ricordo è presente, evoca istantaneamente.

L’odorama e le “porte digitali”.

E’ l’odore che segna una vera soglia tra il mondo reale e il mondo del virtuale. La sua assenza. Per il momento è un’esperienza vissuta come dentro la tuta dell’astronauta che protegge ma separa dall’ambiente circostante. Dopotutto gli astronauti continuano ad abitare una dimensione “terrestre” in quanto sono sempre immersi in una “atmosfera” conosciuta al proprio corpo. Così qualsiasi immersione nel digitale resta, per il nostro naso, semplicemente inesistente. La schermata è l’evidenza visiva del mondo virtuale come il programma che lo ha generato ne è l’evidenza concettuale.
Qualsiasi esperienza in Second Life, qualsiasi videogame (esperienze certamente immersive) si lasciano dietro questa possibilità di ricordare le esperienze di natura chimica e incisive nella nostra esperienza olfattiva. Almeno per il momento.

Nel tempo sono stati fatti esperimenti: ad esempio il cinema in odorama.
John Waters con il film Polyester (1981), seguito da Hairspray (1988), in una chiave disgutosa ed eccellente allo stesso tempo: Divine (Edith Massey) invita il pubblico a odorare i fetori più quotidiani di qualsiasi individuo in una sua giornata di vita qualunque americana. E’ il primo tentativo di superare il confine, di aprire la porta della percezione. L’Odorama di John Watera è più un esercizio di “comunicazione degli odori” che non una reale esperienza olfattiva che si spera, col tempo, possa anche questa varcare le soglie del digitale.