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la Speleologia


Conoscere, esplorare e studiare il mondo sotterraneo

La speleologia è la disciplina tecnica e scientifica che studia le grotte naturali. Il termine deriva dalla fusione delle parole greche: spelaion (grotta) e logos (discorso).
La speleologia moderna nacque dalla ricerca idrologica in quello che allora era l’impero austroungarico con le pionieristiche esplorazioni dei fiumi sotterranei della Moravia e della Carniola; le prime associazioni specialistiche nacquero a Vienna nel 1879 e a Trieste nel 1883, mentre in Francia nel 1895, Édouard-Alfred Martel fondò la Société de Spéléologie.
Oggi la speleologia è una disciplina che coinvolge le ricerche in numerosi ambiti delle scienze naturali. Componente essenziale di questa attività è inoltre la ricerca e l’esplorazione di nuove cavità.

Sul territorio italiano la speleologia è praticata da circa 5000 speleologi, aderenti per lo più alla Società Speleologica Italiana e al Club Alpino Italiano e sono oltre 35 mila le grotte censite per uno sviluppo complessivo di 2400 chilometri.

DIDASCALIE

1884, i primi intrepidi esploratori del Timavo sotterraneo alle prese con la discesa della sesta cascata. Da una stampa apparsa sul periodico austriaco Zeitschrift des Deutschen und Oesterreichischen Alpensvereins.

Il grande inghiottitoio delle Škocjanske jame (grotta di San Canziano) in Slovenia, dove scompare il fiume Timavo (Rijeka in sloveno), teatro delle prime epiche esplorazioni speleologiche.

Il salone terminale dell’abisso Trebiciano, nel carso triestino, venne raggiunto nel 1841 dall’ingegnere “montanistico” Federico Lindner, che vi scoprì un tratto del Timavo sotterraneo.

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il Carsismo
Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra

Il carsismo è un processo chimico e fisico che agisce su alcune rocce, perciò dette solubili. L’acqua è l’elemento fondamentale di questo fenomeno naturale, che riguarda soprattutto le rocce carbonatiche (calcari, dolomie, marmi) e quelle dette evaporitiche, cioè il salgemma e il gesso.

Arricchita di anidride carbonica, che la rende più acida e aggressiva, l’acqua meteorica modella il paesaggio superficiale e continua la sua azione in profondità, dove può dare vita a vasti complessi di cavità sotterranee.

Il termine carsismo deriva dal Carso, la regione nell’entroterra del golfo di Trieste. A sua volta il toponimo (kras in sloveno) deriverebbe da un’antica radice proto-indoeuropea: karra, col significato di “pietroso, roccioso”.

DIDASCALIE

Solchi di corrosione lungo una superficie di rocce calcaree.

Una dolina (da dol, valle in lingua slava), depressione a forma di scodella che rappresenta la forma più tipica del carsismo superficiale.

Il Popovo polje in Erzegovina. I polje, vaste conche dal fondo pianeggiante, sono fra le più caratteristiche forme del paesaggio carsico.

L’acqua meteorica d’infiltrazione non è l’unica responsabile della formazione delle grotte. In alcune situazioni, ad esempio in presenza di una risalita di emissioni termali, può dar adito alla creazione di grotte particolari dette ipogeniche. Qui a fianco una sala dell’abisso dei Cocci, cavità siciliana di origine ipogenica.

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il fenomeno carsico in Italia

Panorama di un mondo nascosto

Dai rilievi alpini alla dorsale appenninica, fino ai monti delle isole maggiori, l’Italia è ricca di aree carsiche, con il loro corollario di grotte, sorgenti e paesaggi rocciosi.

DIDASCALIE

Grande arco naturale del Supramonte di Baunei. Alla Sardegna spetta il primato delle grotte e degli ambienti carsici più spettacolari del nostro Paese.

La grava di Castellana in Puglia, la regione italiana con maggiore presenza di fenomeni carsici; fra le migliaia di altre grotte è famosissima quella di Castellana, aperta alle visite turistiche fin dal 1939.

La piana carsica di Castelluccio di Norcia ai piedi del versante umbro dei monti Sibillini. Dalla Puglia alla Liguria l’intera dorsale appenninica ospita imponenti paesaggi modellati dal carsismo.

Sul monte Canin (Friuli Venezia Giulia – Slovenia), recenti esplorazioni condotte da speleologi triestini hanno collegato due grandi complessi sotterranei già noti in precedenza: ne è risultata la grotta npiù estesa d’Italia, con oltre 80 chilometri di sviluppo.

L’ingresso della grotta Parolini, sorgente dell’Oliero, in Valsugana. Le acque di origine carsica sono un’importante risorsa idropotabile, fondamentale in molte regioni italiane.

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il carsismo in Emilia-Romagna

I territori delle grotte

Il carsismo in Emilia-Romagna è presente nei terreni così detti evaporitici, cioè formati da rocce originate dalla deposizione di sali in conseguenza dell’evaporazione dell’acqua marina. Queste formazioni sono di due tipi: quella Triassica che risale a circa 200 milioni di anni fa, situata nell’alta valle del fiume Secchia, nel Reggiano e quella Messiniana che risale a 6 milioni di anni fa e che si estende nella fascia collinare parallela ai margini della pianura.

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Alla Croara nel cuore del Parco dei Gessi Bolognesi, occhieggia la profonda dolina del buco dei Quercioli.

Le fonti di Poiano nell’alta val di Secchia, la più importante sorgente carsica della regione Emilia-Romagna.

Ingresso della grotta del Coralupo, nella dolina dell’Inferno in località Farneto. Al suo interno si trova il pozzo più profondo del bolognese di 35 metri di altezza.

La valle del Fiume Secchia scorre fra i caratteristici collinoni dei gessi triassici; sullo sfondo l’inconfondibile profilo della Pietra di Bismantova.

Il torrente Idice nei pressi di Castel dei Britti. In questo punto le banconate gessose attraversano l’alveo del torrente, disegnando alcune belle forme di carsismo superficiale.

La risorgente del Torrente Antico nei gessi di Brisighella, punto di emergenza delle acque
del sistema carsico de La Tanaccia nella Vena del Gesso Romagnola.

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il mare si fece montagna

Appunti sulla formazione dei gessi

Il gesso è un sale comunemente presente nell’acqua marina. Quando la maggior parte dell’acqua che lo contiene evapora, il gesso precipita, depositandosi al fondo delle lagune costiere. Questo fenomeno è avvenuto in tutto il bacino del Mediterraneo poco meno di 6 milioni di anni fa, in un periodo geologico chiamato Messiniano. Nel corso del tempo questa fase, detta “evaporitica”, fu più volte interrotta e ripresa, alternandosi alla deposizione di sedimenti argillosi. Trascorsi circa un milione di anni, altri eventi geologici sollevarono la formazione messiniana portandola in superficie, mettendo in evidenza le caratteristiche stratificazioni gessose che oggi si possono osservare sulle colline bolognesi.

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Cristallo di gesso dalla caratteristica forma a coda di rondine. Durante la loro formazione i cristalli di gesso si sono sviluppati sul fondale marino con la punta rivolta verso il basso.

Le propaggini occidentali della Vena del Gesso si immergono nei terreni argillosi segnati dai calanchi.

Foto aerea della località Farneto; sono visibili a destra le dorsali gessose intervallate da fasce boscate. Alla base della scarpata centrale si apre la grotta del Farneto.

Vena del Gesso Romagnola, è ben visibile l’alternanza delle banconate gessose e quelle più sottili di argilla.

Carta geologica delle colline bolognesi realizzata da Giovanni Capellini
nel 1871; gli affioramenti gessosi sono colorati di rosso intenso.

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i sistemi sotterranei bolognesi

Il reticolo di grotte che circonda Bologna

Le grotte dei Gessi bolognesi si concentrano prevalentemente in cinque aree carsiche. Da est verso ovest: nei gessi di Borgo Tossignano nell’Imolese, nei gessi di San Lazzaro di Savena del Farneto e della Croara, in quelli di Gaibola a Bologna e in quelli di Zola Predosa.

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Un passaggio attraverso le belle concrezioni del Buco dei buoi nel Complesso Spipola-Acquafredda.

Cristallizzazioni di gesso nella grotta della Befana nei gessi imolesi.

Un tratto iniziale dell’inghiottitoio del torrente Acquafredda; è questa una zona particolarmente labirintica del Complesso Spipola-Acquafredda.

Il suggestivo soffitto della sala del Trono nella grotta del Farneto.

Mappa delle aree carsiche del Farneto (a sinistra) e della Croara (a destra).

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le grotte dell’Appennino

Percorsi sotterranei fuori dai gessi

Le grotte più importanti e numerose del territorio bolognese si aprono nei gessi, ma ve ne sono diverse anche nelle rocce arenacee nel medio e alto Appennino. Si tratta di cavità che si aprono prevalentemente lungo spaccature in cui il carsismo non ha avuto un ruolo rilevante.

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La tana dell’Uomo Selvatico, non lontano da Castel d’Aiano.

L’abisso di Madognana presso Porretta, profonda spaccatura nelle arenarie macigno.

La grotta delle Fate di Monte Adone incide per 40 metri l’interno del Contrafforte pliocenico.

Buco nel Sasso Massei, una piccola cavità di crollo nelle rare formazioni ofiolitiche del Bolognese, presso San Benedetto del Querceto.

La grotta di Labante, caratteristica cavità formatasi nei travertini, rocce composte da un cemento calcareo che ingloba detriti organici come rami, foglie e muschi.

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le grotte nella preistoria

Gli antichi abitatori delle grotte bolognesi

La presenza umana nelle grotte bolognesi risale a un periodo compreso fra i 6.000 e i 3.000 anni fa (Età del rame ed Età del bronzo). I ritrovamenti archeologici più importanti furono quelli scoperti nel 1871 da Francesco Orsoni alla grotta del Farneto a cui si aggiunsero i reperti dell’omonimo Sottoroccia scoperti da Luigi Fantini negli anni Trenta del secolo scorso. Altre testimonianze dell’uomo preistorico provengono dalla grotta Serafino Calindri dove, fra i diversi reperti rinvenuti, si è stabilito che già allora il gesso veniva ridotto in polvere, cotto e rimpastato per essere utilizzato in diversi modi.

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La Cava a Filo alla Croara, dove varie campagne di scavo hanno messo in luce straordinari resti di fauna pleistocenica.

Grande vaso in ceramica per la conservazione dei cereali rinvenuto all’interno della grotta Serafino Calindri.

L’ingresso della grotta del Farneto come si presentava all’inizio degli anni ’60.

Scavi archeologici alla grotta Serafino Calindri.

Alcuni dei reperti rinvenuti da Luigi Fantini nel Sottoroccia del Farneto, oggi conservati al Museo Civico Archeologico di Bologna.

Il cranio di una donna vissuta 5300 anni fa, rinvenuto all’interno di un ramo recentemente esplorato nella grotta Marcel Loubens al Farneto.

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i precursori della speleologia

Le origini della speleologia scientifica a Bologna

A Bologna l’interesse per le grotte naturali ha radici molto antiche. Si deve infatti al naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1552-1605) la prima descrizione conosciuta al mondo di una concrezione di grotta. Il primo elenco descrittivo delle grotte bolognesi fu pubblicato nel 1781 nel Dizionario corografico d’Italia di Serafino Calindri.

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La località il Castello alla Croara, in alto si nota il solcoterminale del torrente Acquafredda che porta all’inghiottitoio omonimo “… le quali acque senza questo naturale sfogo formerebbero un ampio e cupo lago…” (Calindri, 1781).

La grotta Michele Gortani, teatro della prima cronaca scritta di un’escursione in una grotta bolognese, risalente al 1836 ad opera di Antonio Santagata
e del figlio Domenico.

Ulisse Aldrovandi e le concrezioni con “vari pezzi di Stelechite” illustrati nel Museum Metallicum.

L’epsomite, un sale di magnesio osservato nel XVIII secolo da Tommaso Laghi all’interno di “una grotta situata nelle colline bolognesi”, luogo attribuibile alla risorgente del torrente Acquafredda.

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1871: Orsoni scopre il Farneto

Nascita e sviluppo della speleologia a Bologna

La scoperta della grotta del Farneto da parte di Francesco Orsoni nel 1871, attirò l’attenzione di studiosi che contribuirono a gettare le basi per le ricerche sistematiche nelle grotte bolognesi; fra questi vanno ricordati il geologo Giovanni Capellini e l’archeologo Edoardo Brizio, autori dei primissimi studi scientifici sulle grotte e il carsismo dei gessi.
Nel 1903 quattro studenti di geologia dell’Università di Bologna – Michele Gortani, Ciro Barbieri, Carlo Alzona e Giorgio Trebbi – fondarono una società speleologica che si aggiunse ai sodalizi già esistenti a Trieste, Udine, Milano e Brescia.

DIDASCALIE

Una rarissima immagine di Franceso Orsoni datata attorno al 1879.

Grotta del Farneto, vaso biconico con fasci di incisioni verticali.

Un’immagine degli anni Trenta della grotta del Farneto che fin dal 1880 era divenuta un’abituale meta turistica dei bolognesi.

Giovanni Capellini, geologo e rettore dell’Università di Bologna; nel 1883 fu l’autore del primo saggio scientifico sui fenomeni carsici dei Gessi bolognesi.

Le morfologie carsiche della Croara pubblicate nel saggio di Capellini sulla geologia dell’Appennino settentrionale, vi si riconoscono le erosioni del buco delle Candele e l’ingresso del buco del Belvedere.

Da sinistra a destra: Luigi Fantini e Giuseppe Loreta del GSB con Eugenio Boegan e Michele Gortani durante i giorni del primo Congresso nazionale di speleologia tenutosi a Trieste nel 1933.

Il primo rilievo topografico di un grotta bolognese fu quello della grotta del Farneto eseguito dall’archeologo torinese Edoardo Brizio nel 1882.

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il Gruppo e l’Unione

La grande organizzazione speleologica bolognese

Il Gruppo Speleologico Bolognese e l’Unione Speleologica Bolognese, oggi riuniti in un unico sodalizio denominato GSB-USB, sono da decenni il punto di riferimento della speleologia bolognese.
Le attività del GSB-USB si orientano in ogni campo specialistico dell’attività speleologica, con particolare attenzione alle grotte bolognesi e all’esplorazione dei grandi abissi delle Alpi Apuane in Toscana e di altri territori d’Italia e del mondo.

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Il Gruppo Speleologico Bolognese nel 1936 all’osteria del Farneto.

I risultati delle ricerche e delle esplorazioni del GSB-USB sono pubblicati sulla rivista “Sottoterra” una delle più longeve nel panorama speleologico italiano.

Istruttori e allievi alla palestra di roccia di Badolo, durante una lezione pratica in un corso di avviamento alla speleologia curato dal GSB-USB.

La salvaguardia dell’ambiente carsico ha contraddistinto da sempre le azioni del GSB-USB; fra queste vi sono gli interventi di protezione delle grotte del Parco dei Gessi.

L’esplorazione e gli studi scientifici all’interno di nuove cavità sono rese possibili grazie alle esercitazioni pratiche e all’applicazione di tecniche di progressione.

Dal 1995 il GSB-USB gestisce il Museo di speleologia “Luigi Fantini” situato presso il Cassero di Porta Lame, sede storica di questa associazione.

Grotta Govjestica (Bosnia ed Erzegovina) esplorata dal GSB-USB.

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la Biblioteca Franco Anelli

archivio e memoria della speleologia italiana

La La Biblioteca “Franco Anelli”, situata presso la Sede di Geologia e Paleontologia del Dipartimento BiGeA dell’Università di Bologna in Via Zamboni 67, è specializzata sulle materie inerenti i fenomeni carsici e la speleologia. La struttura è curata da personale della Società Speleologica Italiana con il supporto del Dipartimento. La consultazione è online (e parzialmente digitale a testo pieno), tramite il Catalogo del Polo Bolognese SBN e il catalogo specializzato “Speleoteca”, a cui aderiscono altre biblioteche speleologiche italiane.

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Il corpo originario della Biblioteca risale agli anni Venti e proviene dall’Istituto Italiano di Speleologia (IIS), l’ente scientifico delle Reali Grotte Demaniali
di Postumia che oggi opera all’interno del Dipartimento BiGeA.

Nella seconda metà del secolo scorso la Società Speleologica Italiana (SSI) costituì un proprio fondo documentario. Nel 1975 le Biblioteche dell’IIS e della SSI si fusero in un unico centro di documentazione speleologica che raccoglie in eredità i patrimoni di altre grandi biblioteche specializzate.

Oltre 68 mila sono i volumi monografici e i fascicoli di periodici posseduti dalla Biblioteca, di cui il 70% proviene da pubblicazioni estere. I fondi particolari, di pregio e rari, sono i libri antichi pubblicati prima del 1830 e altri di valenza storica. A questi si aggiunge una vasta emeroteca, le collezioni di stampe antiche, dépliant e guide turistiche, le cartoline e i manifesti, nonché gli archivi personali di importanti speleologi italiani e stranieri.

Tra i materiali non librari conservati presso la Biblioteca Anelli, sono oltre 2000 le stampe antiche dedicate alle grotte di ogni parte del mondo

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la Federazione speleologica 

La candidatura delle grotte nei gessi a patrimonio UNESCO

Dal 1974 i gruppi speleologici dell’Emilia-Romagna si sono associati nella Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna (FSRER) che ha lo scopo di coordinarne le attività e di rappresentarli nelle sedi istituzionali. Fra le diverse attività svolte dalla FSRER, vi è quella prioritaria di conservare e aggiornare il Catasto delle cavità naturali e artificiali della Regione, registro fondamentale per la conoscenza delle aree carsiche e strumento indispensabile per qualunque intervento di pianificazione nelle medesime.

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Nel 2006 la Regione Emilia-Romagna ha istituito la legge sui Geositi (L.R. 9/2006) che tutela e valorizza la geodiversità del territorio regionale. Quasi 700 sono i geositi censiti di cui 41 sono di tipo carsico. Sopra: la risorgente del sistema carsico della Tanaccia, geosito carsico della Vena del Gesso Romagnola.

La forra del sistema carsico della Tanaccia nei pressi della sorgente delle Solfatare.

Speleologia Emiliana è la rivista annuale della FSRER in cui è possibile trovare gli studi monografici realizzati su singole grotte ed aree carsiche della regione. La rivista ospita inoltre gli atti dei convegni e dei seminari organizzati dai gruppi speleologici regionali.

Attività rilevanti della FSRER sono le azioni di conoscenza, valorizzazione e tutela dei beni culturali delle aree carsiche e i progetti di ricerca condotti in collaborazione con i parchi e le università. Sopra: la valle cieca della buca di Budriolo, nel Parco dei Gessi Bolognesi, area compresa nel Progetto Life Gypsum che ha coinvolto sei Siti Natura 2000 regionali con interesse carsico.

Nel 2015 su proposta della FSRER la Regione Emilia-Romagna ha deciso di candidare i fenomeni carsici nelle evaporiti regionali a patrimonio dell’UNESCO. L’eventuale inserimento delle evaporiti regionali nella lista del World Heritage potrà concretizzarsi solo nel 2024, dopo un lungo e impegnativo iter procedurale. Nel mondo sono 25 i siti UNESCO di interesse carsico.

Installazione di data-logger per il censimento dei pipistrelli, progetto di rilevamento per la protezione della chirotterofauna sotterranea.

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le cavità artificiali
Il mondo sotterraneo creato dagli uomini

Una branca della speleologia si interessa anche alle cavità artificiali, ovvero a quelle strutture realizzate in sotterraneo dall’uomo (cave e miniere, acquedotti, rifugi bellici, insediamenti rupestri, tombe ipogee, ecc.). Il limite più recente di studio viene posto alla fine del 1945. Nella provincia di Bologna troviamo più di 200 cavità artificiali censite. L’acquedotto romano, con un cunicolo di oltre 18 km, è sicuramente l’opera più estesa e imponente; è ancor oggi pienamente funzionante fornendo parte dell’acqua potabile di Bologna.

DIDASCALIE

Uno dei corridoi di accesso all’acquedotto romano nei pressi del fiume Reno.

Torretta del Pozzo Viola presso via di Casaglia, a Bologna, l’acquedotto romano scorre quasi cento metri più in basso.

Attraversamento dell’acquedotto romano sul Rio dei Rii, superato da un manufatto di epoca Ottocentesca.

L’acquedotto romano, completamente scavato nelle arenarie, è stato topografato dal GSB-USB per una lunghezza di 18 chilometri.

Cava in sotterraneo di arenaria La Forcola, situata sulle colline di Varignana, da cui venivano estratti i blocchi per vari impieghi edili. La cava venne usata anche come rifugio durante la Seconda Guerra Mondiale.

Galleria Leona presso Sasso Marconi, realizzata durante la Seconda Guerra Mondiale per farne un deposito di carburanti con accesso ferroviario.

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il gesso a Bologna

Il valore architettonico e l’impatto dell’estrazione

Il gesso è l’unica vera pietra presente nelle immediate vicinanze di Bologna e perciò è stato estratto come pietra da taglio fin dall’epoca romana; con grandi blocchi di gesso fu costruita la prima cinta muraria cittadina.
In seguito il gesso fu prevalentemente impiegato come materiale da impasto e la sua estrazione assunse una dimensione industriale, con migliaia di tonnellate di pietra estratte ogni anno fino al 1977, quando fu chiusa l’ultima cava.

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Arco a sesto acuto in gesso sulla facciata della Torre Prendiparte in via Sant’Alò.

Illustrazione del 1698 di un cava in gesso, da “Dissertazione epistolare del fosforo minerale…” di Luigi Ferdinando Marsili.

Un’immagine degli anni ’60 dell’estrazione del gesso alla Cava a filo in località Croara.

Basamento in gesso del porticato di Palazzo Grassi in via Marsala.

In primo piano i blocchi di gesso del porticato di Palazzo Grassi in via Marsala.

Il portale della chiesa dei santi Vitale e Agricola nel complesso stefaniano di Bologna.

Capitello in gesso dell’arcata sinistra della chiesa dei santi Vitale e Agricola in piazza Santo Stefano.

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il Parco dei Gessi

Dalle cave alla tutela di un territorio straordinario

Il Parco dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa è nato nel 1988 per preservare e salvaguardare un’area naturale che era fortemente minacciata dall’estrazione del gesso e dalla pressione urbana. Energicamente voluto fin dagli anni ’70 dalle associazioni speleologiche GSB- USB e dall’Unione Bolognese Naturalisti, il parco si estende a sud est di Bologna per 4800 ettari fra la valle del Savena e quella del torrente Quaderna.

DIDASCALIE

Località Croara con in primo piano la dolina della Spipola e sullo sfondo l’agglomerato urbano bolognese.

La Cava IECME, situata nella valle cieca dell’Acquafredda. Raffronto degli scavi tra il 1960 (sopra) e la situazione nel 1975 (a fianco).

I gessi del Farneto come si presentavano alla fine degli anni Trenta in basso a destra la casa natale di Luigi Fantini, oggi sede restaurata del parco.

Gli interventi di protezione delle grotte più vulnerabili del parco sono eseguiti dagli speleologi.

L’area ricreativa presso la grotta del Farneto, abituale meta di scolaresche e attività didattiche del Parco dei Gessi.

Non solo gli habitat sotterranei sono la ricchezza del Parco dei Gessi ma, fra le tante peculiarità ambientali, trovano spazio alcune associazioni vegetali di particolare pregio.

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una storia di acqua e di tempo

La formazione delle grotte nei gessi

Il gesso è molto solubile, per questo motivo l’evoluzione delle grotte in questo tipo di roccia è molto rapida. Le più antiche grotte nei gessi hanno al massimo mezzo milione di anni, mentre quelle nei calcari possono raggiungere decine di milioni di anni.
Le grotte nel gesso sono normalmente costituite da semplici tratti orizzontali, raccordati da brevi salti verticali (pozzi). Spesso si tratta di cavità di attraversamento, cioè trafori in cui un corso d’acqua esterno attraversa per intero le rocce carsificabili, venendo a giorno ai loro margini inferiori

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I “pendenti” del buco dei Buoi caratteristiche forme di erosione dovute all’unione di più canali scavati dalle acque.

I “mammelloni” del buco del Belvedere. Si tratta di forme non carsiche dovute allo svuotamento di un interstrato di argilla presente fra uno strato di gesso e l’altro. Le forme coniche sono dovute all’unione dei primi cristalli di gesso che si formavano sul fondale marino.

Galleria antigravitativa; si tratta di ambienti ad andamento sinuoso con il soffitto piatto che l’acqua ha eroso scavando dal basso verso l’alto.

Un ampio meandro all’interno della grotta Serafino Calindri.

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i minerali e i depositi delle grotte

Armonia e fascino del mondo sotterraneo

Le acque circolanti nel sottosuolo non sono solamente artefici della formazione delle grotte, ma possono anche depositare all’interno di esse diversi tipi di sedimenti, fisici o chimici.

I sedimenti fisici sono per lo più costituiti da crolli o da accumuli di ciottoli portati dalle acque. I sedimenti chimici sono i minerali e le concrezioni, come ad esempio le ben note stalattiti e stalagmiti.


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Il salone Giordani alla grotta della Spipola, il più grande ambiente di crollo di tutte le grotte dell’Emilia Romagna.

Ciottoli arrotondati dall’erosione fluviale all’interno dell’inghiottitoio dell’Acquafredda.

Estremità di una stalattite formata da splendidi micro cristalli di gesso nella grotta della Befana a Borgo Tossignano.

La grande colata stalagmitica della grotta del Coralupo (Farneto).

Le pisoliti, o perle di grotta, si sviluppano sul fondo di laghetti quando le acque sono in una condizione di sovra saturazione.

Infiorescenze gessose su concrezioni calacaree. I sedimenti delle grotte sono come dei “libri di pietra” che conservano traccia degli eventi climatici
del passato

Pannello 19

la vita nelle grotte

La biodiversità nascosta nel buio

Gli animali delle grotte provengono, in genere, dagli habitat del sottobosco, umido e poco luminoso. La biologia sotterranea (o biospeleologia) studia la vita nelle cavità sotterranee e i rapporti che legano i viventi in un ambiente profondamente differente da quello esterno e che ha prodotto nel corso dei millenni fenomeni evolutivi propri.

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Collemboli artropleona, dalle dimensioni di pochi millimetri, sono esapodi che possono essere osservati in prossimità delle pozze d’acqua o sulle superfici fangose.

Gli anfratti del sottobosco umido e poco luminoso sono gli ambienti da cui provengono gli animali cavernicoli.

Ghiro, roditore frequente nelle grotte del Bolognese. Anche se non è un animale troglobio, grazie alla capacità di seguire tracce olfattive può addentrarsi in grotta fino a notevoli profondità.

Laboratorio di biologia sotterranea alla Grotta Novella (Farneto).

Androniscus sp, è un crostaceo abituato ai terreni ricchi di humus dove può cibarsi di elementi organici in disfacimento.

Ragno del genere Meta, costruisce tele poligonali all’interno delle grotte.

Farfalla della famiglia dei Nottuidi, presente nei primi metri delle grotte.

Esemplare di pseudoscorpione (Chthonius tenuis) segnalato nel salone Giordani nella grotta della Spipola.

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i pipistrelli, le ali della notte

Gli unici veri mammiferi volanti

I Chirotteri (dal greco chéir, mano, e pterón, ala), noti anche con il nome generico di pipistrelli, sono gli unici mammiferi realmente volatori. La loro origine risale ad almeno 50 milioni di anni fa come animali di habitat forestale con abitudini diurne o crepuscolari. La loro capacità di volare nel buio è dovuta a un sofisticato meccanismo di ecolocalizzazione che è in grado di emettere impulsi ultrasonici dalla laringe o dalle narici. Questa caratteristica gli permette sia di evitare gli ostacoli che di individuare le prede. Sono animali protetti da specifiche leggi per la loro tutela.

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Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteinii) catturato in volo da una fotocellula all’uscita di una grotta del Bolognese.

Monitoraggio e censimento dei pipistrelli in un grotta del Parco dei Gessi.

Colonia di Miniotteri appena nati. I microchirotteri si accoppiano in autunno, dopodiché cadono in uno stato di semi letargo radunandosi in colonie nelle grotte o in altri ripari. In questo periodo le femmine mantengono in vita gli spermatozoi e procedono alla fecondazione solo all’arrivo della bella stagione.

Ferro di cavallo minore con cucciolo (Rhinolophus hipposideros minore). Dopo il risveglio primaverile, le femmine gravide partoriscono 1 o 2 piccoli che una volta allattati dovranno essere completamente autonomi prima dell’inverno.

Ferro di cavallo maggiore in volo. Ben presente nelle grotte del Parco
dei Gessi, è questa una delle oltre venti specie censite in Emilia-Romagna.

Il volo di un pipistrello in un sequenza stroboscopica.

Pannello 21

un mondo nascosto e fragile

L’impatto umano sulle cavità naturali

Le minacce e le aggressioni all’ambiente naturale sono sotto gli occhi di tutti, eppure gran parte di questo degrado rimane invisibile perché riguarda il mondo sotterraneo e altri ambienti che rimangono nascosti, come il fondo marino e il ventre dei ghiacciai.

Tra i danni maggiori arrecati agli ambienti carsici, e alle grotte in generale, c’è quello provocato dall’inquinamento delle acque circolanti (da liquami, discariche, pesticidi, ecc..). Occorre sapere che nelle aree carsiche le acque di infiltrazione meteorica scorrono con caratteristiche simili a quelle dei corsi d’acqua esterni, cioè senza le capacità depurative dovute a una lenta infiltrazione a livello microscopico. Inoltre, in questi territori, spesso manca il substrato terrigeno anch’esso un efficace filtro naturale. In questa situazione le acque sotterranee recapitano il loro carico inquinante direttamente alle sorgenti, con conseguenze facilmente immaginabili sugli ecosistemi situati più a valle e anche sulla salute pubblica.

Altre forme di degrado ambientale sotterraneo possono essere provocate da chi percorre le grotte (speleologi o visitatori occasionali) che, se non adeguatamente informato e sensibilizzato, rischia di creare danni molto seri. Alcune grotte non sono in grado di sopportare una frequentazione intensa; è il caso delle grotte così dette a “bassa energia”, che in genere sono quelle con scarso ricambio d’aria e di circolazione idrica. In queste cavità il rischio è che si modifichi il clima interno, con conseguente interruzione dell’accrescimento delle concrezioni e cambiamenti in tutta la catena alimentare della fauna sotterranea. Anche disturbare i pipistrelli durante il periodo di riposo invernale è estremamente dannoso e può risultare perfino letale per loro. Per risparmiare energia il metabolismo di questi preziosi mammiferi nei mesi più freddi è infatti fortemente rallentato; il risveglio improvviso li costringerebbe a consumare energie che non possono essere reintegrate in un periodo di carenza di cibo.

Questi sono solo alcuni esempi dei problemi ambientali legati al mondo delle cavità naturali. Evitare completamente l’impatto umano sulle grotte, come su qualsiasi altro ambiente naturale, è chiaramente impossibile; è possibile invece mitigarlo con un po’ di rispetto e buon senso e qualche semplice azione di prevenzione.

DIDASCALIE

Le parti iniziali di molte grotte e i pozzi naturali sono spesso usati come discariche abusive.

L’armonioso paesaggio carsico della Vena del Gesso Romagnola a Tossignano.

25 aprile 2021.

La foto della liberazione.
Maria Rabbi al centro, zia Maria, David Santrella

Quale luogo più sensibile di quello della memoria, della madre e della sua memoria scritta.

(da: AAVV. “La guerra nei miei occhi, 1945-1995 percorsi della memoria femminile”, edizioni del girasole, Vergato (Bo), 1995)

LA BATTAGLIA DI STANCO

Era l’inizio dell’estate e, come sempre, avevo seguito i miei amichetti sul monte di Stanco. Sul versante Nord si notavano delle buche con rialzi di terreno che imparammo chiamarsi trincee; non vi badammo: era molto più piacevole giocare nel versante sud. Quel giorno sentimmo il rombo di una formazione aerea ma non ci facemmo caso se non per contare quanti aerei fossero. Tutti impegnati nella nostra operazione li osservammo abbassarsi e per la prima volta vedemmo le bombe che scendevano e che provocavano grosse esplosioni: fummo testimoni del primo attacco aereo alle stazioni di Vergato e di Grizzana.

Probabilmente, i piloti avvertirono il nostro movimento tra gli alberi così ci presero di mira con le loro mitragliatrice. Fuggimmo a precipizio, con le pallottole che ci fischiavano vicino agli orecchi; fortunatamente nessuno di noi venne colpito dai proiettili. Quando al crepuscolo i genitori di Nino – un bimbetto di soli tre anni – tornarono dal lavoro dei campi, chiesero dove fosse il loro bambino; solo allora ci accorgemmo di averlo “perso” nella fuga. Lui, più giudizioso di noi, si era nascosto nel cavo di un vecchio albero. Lo ritrovammo così, piangente e sporco: dallo spavento si era fatto la pipì e la popò addosso ma, cosa più importante, era salvo.

La sera ci furono i vari racconti ed io imparai tra le altre cose che per poco non avevo perso la zia Maria. In quello stesso giorno decise di farsi la permanente e quindi si recò a Vergato dal parrucchiere. Lungo il viaggio del ritorno, una granata esplose vicino al gruppo di persone assieme al quale viaggiava: una scheggia di granata colpì un uomo che, facendole inconsapevolmente da scudo, la salvò, andandole a cadere addosso.  Mentre lo raccontava si guardava nello specchio dicendo: “Però, come è la vita. Lui è morto ed io sono viva, sana e bella.”

La guerra cominciava veramente a farsi sentire. Il cannone tuonava da lontano e la Minghina, una cara e ruspante vecchietta, diceva che erano gli alleati che “rompevano la frutta” (e voleva dire che “irrompevano attraverso la Futa”). In quei giorni venne piazzata la contraerea. La prima volta che sparò fu quando assieme alle mie cugine andammo a prendere l’acqua alla fontana della Doccia. Alle prime esplosioni udimmo la voce della zia Lina che urlava a squarciagola: “Bambine, bambine, fermatevi! Riparatevi che arrivo!” L’aspettammo sotto un albero e dopo alcuni minuti la vedemmo arrivare con un cesto in testa ed altri in mano che ci fece “indossare” a mo’ di elmetto. Sosteneva che ci avrebbero “salvate” dalle schegge. Ricordo che a me spettò il cestino del pane, il quale, un’ora dopo, tornò a fare il suo naturale uso senza nessun intervento igienico.

Di giorno in giorno le fortezze volanti passavano sempre più frequentemente. Il paese era costantemente tenuto sotto il tiro dei cannoni. Poiché il rifugio antiaereo non era stato ancora terminato, io, la mia nonna e le zie andammo a dormire nella stalla della Minghina. Pareva un posto molto sicuro per via dei muri spessi dell’edificio. Quella notte però una granata centrò in pieno il muro dove poggiavamo i pagliericci. Mi svegliai con il corpo esanime della Minghina, riverso su di me, che stringeva tra le braccia il corpicino senza vita del nipotino di un anno. Se voglio ricordare l’immagine del dolore, penso al viso della mamma del piccolino, teso, ma senza una lacrima e senza un lamento. 

Il lavoro per il rifugio continuava. Il tempo stringeva e il progetto iniziale di scavo a ferro di cavallo sotto la montagna venne abbandonato. I volontari non si davano tregua lavorando alacremente per costruire le strutture di sostegno in legno. A dirigere i lavori erano un poco tutti (“praticoni” abituati ai lavori manuali). Particolare merito va ad un biondino, del quale non ricordo il nome, che disegnò, ispirandosi alle inquadrature di un film visto al cinematografo, immagini di gallerie di miniere.  Questi schizzi servirono da suggerimento nei casi di incertezza. Sulle prime tutti erano recalcitranti ad entrare nel rifugio ma poi i continui cannoneggiamenti e le frequenti rappresaglie dei tedeschi fecero decidere anche i più incerti ad occupare il loro posto dicendo: “Tanto sarà una questione di pochi giorni; gli inglesi sono già qui dietro”.

I “pochi giorni” furono trentotto e sfido la più fervida fantasia ad immaginare quale fosse il tipo di vita di quel periodo.  Fortunatamente molti del paese sfollarono non so dove, nella speranza di trovare un poco di pace e tranquillità, altrimenti i due tronconi di rifugio non sarebbero stati sufficienti ad ospitare tutti. Tragicomico fu il saluto di una coppia di ragazzi poco più che quindicenni, lui costretto a lasciare il paese con i genitori, lei invece a rimanere. Prima si abbracciarono promettendosi fedeltà, poi si insultarono dicendo: “Se mi amassi veramente non mi lasceresti” e cose varie che dicono gli innamorati arrabbiati. Infine si riabbracciarono ed a quel punto il padre del ragazzo, un omone grande e grosso, sollevò di peso il figlio e lo issò sul carretto commentando: “Io non ho mai detto a sua madre che le voglio bene ed ho cinque figli. Figuriamoci un poco questi come promettono.” I primi giorni in rifugio non furono disastrosi. Nei momenti di tregua del cannoneggiamento si poteva uscire a respirare aria pulita, gli uomini salivano alle case e raccoglievano tutto ciò che poteva servire alla sussistenza, compresi gli indumenti puliti. Poi dal momento in cui i tedeschi si impadronirono del paese praticando i più disgustosi vandalismi su cose ed animali, i volontari cessarono le escursioni.

Col trascorrere dei giorni la situazione si appesantiva. Dopo una quindicina di giorni fummo costretti a restare chiusi e stipati (eravamo sessanta o forse settanta persone) nel rifugio. Si sopravviveva solo per la oculatezza e la previdenza di alcuni che si erano portati dietro più cibo possibile e per il coraggio di altri che, di notte, andavano di soppiatto alla ricerca di qualcosa di commestibile. Quante cose capitarono in quei giorni! I ricordi sono confusi ma non posso dimenticare come ci si lavava. Un piccolo catino passava da persona a persona e non vi dico il caos nell’essere così ammassati.

A volte veniva usata la scorta di acqua potabile per bagnare cenci che venivano fatti passare fino alle ultime persone in fondo al tunnel, le quali, alla meno peggio, si pulivano mani, occhi ed, a volte, anche altre parti del corpo, specie dopo il soddisfacimento di bisogni naturali. Uno dei più previdenti aveva pensato di portare anche due vasi da notte, che risultarono poi gli oggetti più utili: venivano fatti passare di mano in mano fino a chi ne aveva bisogno, e non vi dico cosa succedeva quando essi dovevano fare la strada a ritroso, colmi all’orlo, mossi da quelle mani tremolanti. Il più delle volte c’era la discussione per poter usare il “vasetto” prima di un altro a causa dell’urgenza del bisogno o per evitare di rovesciarsi addosso il prodotto altrui. Tra gli altri problemi vi fu anche una epidemia di dissenteria che durò tre giorni almeno. 

L’odore non era di lavanda, ma in compenso copriva l’acre odore stantio di sudore. Il più fortunato degli occupanti a mio parere era Aldino, un ragazzo sfollato da Bologna che, versando in malattia, aveva acquisito il diritto di disporre di una parte di posto destinato agli altri e di starsene sdraiato a letto. Chissà se anche lui condivideva il mio punto di vista sulla sua fortuna!La cosa che mancava maggiormente era il movimento: non era possibile fare altro che alzarsi in piedi per stiracchiarsi. Per quanto possa parere strano (pur se non abbondava), il cibo non mancò mai: quando la disperazione cresceva, come per incanto comparivano un formaggio e una pagnotta con almeno un mese di stagionatura dove era impossibile affondare i denti. Beati noi bambini che i denti li avevamo ed anche sani! Le poche mucche risparmiate dai tedeschi continua vano a dare latte. Venivano munte grazie al rischio dei più ardimentosi che assicurarono così il latte per i neonati e per i vecchi. Un giorno si sentì odore di salame: era un pezzo piccolo uscito chissà da dove. Non tutti riuscirono ad assaggiarlo ma solo l’averlo annusato diede a tutti un poco di allegria e fece sperare in tempi migliori.

Dopo una decina di giorni che non si usciva, cominciammo a notare che tutti o quasi avevano un gesto usuale e ripetitivo: grattarsi sotto le ascelle. Nessuno, a starlo a sentire, aveva i pidocchi ma era evidente che questi parassiti avevano trovato il loro agio su tutti noi. L’osservazione di noi stessi come se si fosse allo zoo era uno degli involontari passatempi. Ma solo dopo qualche anno sono riuscita a capire il pianto sommesso accompagnato da una ostinata solitudine di una ragazzina, forse tredicenne, accovacciata nell’angolo più buio del rifugio. Un ricordo chiaro me lo ha lasciato la Gina carbonaia sfollata da Bologna (ex infermiera): sfidando i colpi dei cecchini e le cannonate si recava a curare un ragazzo tedesco ferito che teneva nascosto dai partigiani dicendo: “Lui non ne ha colpa se ha dovuto obbedire ad un pazzo.” Propose anche di accoglierlo nel rifugio ‘tanto lì non lo avrebbero trovato’, ma i più si opposero. Poi il poveretto morì ed i suoi stivali furono utili ad un signore che, fuggendo sotto le granate per raggiungere il rifugio, aveva perso una scarpa.A noi si erano aggiunti alcuni scampati dall’eccidio di Marzabotto che ci raccontarono tutte le atrocità in aggiunta a quelle che già arrivavano da altre fonti. La nostra pena si indirizzava anche a quelli che preferirono l’esodo al rifugio, poiché per un raggio di diversi chilometri succedevano solo tragedie.

Da trentasei giorni eravamo chiusi nel rifugio. Quella notte sentimmo ripetutamente i colpi di cannone, accompagnati dalle raffiche delle mitragliatrice, durare fino all’alba quando, come per magia, finirono all’improvviso e tutto fu silenzio. Un uomo giunto nel rifugio da pochi giorni, quale unico superstite di una famiglia di Pioppe di Salvaro, si offrì di andare in avanscoperta per carpire informazioni, “tanto non ho più nulla da perdere”, disse. Dopo poco più di una ora rientrò inorridito raccontando che ovunque erano cadaveri accatastati di uomini di colore. “Sono tanti”; queste le sue uniche parole, poi rimase ammutolito. La giornata passò senza che si avvertisse nulla di nuovo. Dopo il crepuscolo, riecco tuonare la battaglia. Ancora più violenta della notte precedente: i colpi si sovrapponevano ai colpi, i bagliori dei fuochi illuminavano a giorno gli ingressi. Le esplosioni facevano vibrare il rifugio con la potenza di un terremoto. Pareva il finimondo. Dopo dodici ore circa, all’improvviso, la battaglia cessò; regnava ora una calma impressionante. Questa volta nessuno si offrì di andare a vedere cosa fosse successo. Tutti se ne stavano ammutoliti aspettando chissà quali nuovi eventi.

Dopo un certo tempo la nostra attenzione venne attirata da voci di uomini che parlavano una lingua a noi sconosciuta: era una pattuglia alleata che cercava i superstiti. Palese fu la loro meraviglia nel trovarci vivi. Uscimmo il più in fretta possibile dal rifugio e, giunti in paese, ci si parò davanti agli occhi uno “spettacolo” che, il suo solo ricordo, mi lascia scossa: camion carichi di cadaveri andavano a scaricare il loro peso a circa tre chilometri in uno spiazzo chiamato “gli ospedali”. Non so, ancora oggi, quanti siano stati i morti ma una stima di allora parlava di duemila durante la prima battaglia e una cifra di poco inferiore nella battaglia finale. Notevole impressione ci fece la vista del monte. Prima di andare a rintanarci nel rifugio lo vedevamo folto di alberi secolari; ora si presentava calvo come un testa rasata. Ricordo che molti uomini di colore erano seduti ai margini della strada, feriti. Chi aveva bendata la testa, chi un braccio, chi il torace e chi altro. Tutti avevano l’aria stanca ma stranamente serena, o rassegnata. Non so dove le avesse trovate, perché i tedeschi avevano fatto razzia di tutto, ma la nonna si presentò con un cesto di pere. Mentre le reggeva, mi incitava a donarle ai feriti. Mi sento ancora in colpa perché, mentre loro allungavano la mano e sorridevano, io ritraevo la mia per la paura del contatto. Posso assicurare che quella fu una esperienza veramente importante per me e, se pure sofferta, sarò sempre riconoscente alla nonna di avermela imposta. Senza dubbio mi è servita per maturare.

Nel giro di poche ore vedemmo arrivare militari di razze di diverse. I più affascinanti, almeno ai miei occhi di bimba, erano i Rhodesiani: bei fisici, alti, ma la cosa che mi colpiva di più erano i loro cappelloni a larga tesa e lo spirito allegro e cameratesco. Questi simpaticoni, alternandosi ad altri, rimasero con noi per sei mesi. Il paese venne sgomberato da cadaveri e feriti ed il comando medico si insediò nella casa della nonna ed in parte nella casa adiacente.  Una per una, le persone vennero chiamate per un controllo medico e, a seconda che avessero scabbia, pidocchi o entrambi, uscivano colorati in maniera diversa. Io uscii colorata di viola; ero tra i fortunati: avevo solo la scabbia. Feci subito amicizia con l’infermiere che mi spennellava il colore; mi offrii di insegnargli a saltare la corda e lui, di buon grado, accettò. In poco tempo fu bravissimo; forse era già capace di fare ciò che fingeva di imparare. Da quel momento il paese visse un’aria di festa. Totalmente disinfettato, vide l’installazione della luce elettrica. Si mangiava pane bianco in cassetta, formaggio tipo fontina, carne in scatola e cioccolata a volontà. Non mancarono nemmeno olio, sale, zucchero e, caffè “di levante”, come usava dire la nonna. Io ero diventata la mascotte degli alleati.  Un italoamericano di New York, David Santrella, quando poteva mi issava sulla jeep e mi accompagnava dove erano installati i mortai; qualche volta mi faceva anche tirare la funicella che fa partire il proiettile. Pure il capitano medico mi portava sempre con sé. Diceva che voleva adottarmi; un altro padre sparito con la guerra. Da allora, infatti, non ne ho saputo più nulla.

Rabbi Maria Fornasari

da: AAVV. “La guerra nei miei occhi, 1945-1995 percorsi della memoria femminile”, edizioni del girasole, Vergato (Bo), 1995

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Midday under the Palm VS Allestimento per Giuseppe Pellizza da Volpedo

Troppo tempo che non passo di qua. Ma è il tempo che lo faccia ponendomi una domanda: cosa lega il mezzogiorno sotto la palma di Miami con Volpedo? Risposta: la luce e il suo clima cromatico.

Ci voleva una… epifania nei giorni di Pasqua. Uno dei miei primi ricordi si associa a un paio di calzettoni che mi prese mia madre dal caratteristico colore che poi avrei chiamato “verde fastidio”. Questi calzini nella mia mente cambiavano continuamente colore.

Ero assorbito dal pensiero di quel colore che non era mai lo stesso. Ripensandoci poi, nel tempo, ho capito che una delle mie caratteristiche si lega alle acrobazie cromatiche, alla ricerca cromatica e alla costruzione di “trame cromatiche”.  I colori mi restano dentro, lasciano una impronta e continuano a lavorare anche molto dopo la visione, formano un clima cromatico che si sintetizzano in forma di emozione. Vedendo oggi la comunicazione della Maison Louis Vuitton questa impronta si è risvegliata.

Dopotutto pensiamo a colori così come vediamo mettendo in esercizio la nostra memoria e altre attitudini: ogni pensiero è un atto creativo che gioca tra memoria, esperienza e la capacità immaginativa che possiamo attivare.

Ma quale era il senso della domanda iniziale?

Questa epifania ha risvegliato l’epifania del 29 luglio di quest’anno, quando camminando per Volpedo in attesa dell’apertura del museo percorrevamo le strade di Volpedo. Immerso nella luce per la prima volta “sentivo” il dipinto come mai lo avevo sentito: una moltitudine di gente sotto il sole di una calda giornata immersa in una piazza assolata.

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Volpedo, 29 Luglio 2013, ore 13.10

Che il sole di mezzogiorno di una calda giornata sia quello che scalda il dipinto, ne abbiamo avuto prova camminando per le stesse strade di Volpedo.

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Volpedo, 29 Luglio 2013, ore 13.30

Le idee per l’allestimento dell’opera di Pellizza da Volpedo,  in occasione della mostra, erano tutte lì sotto il nostro naso. Non andavano che declinate nello spazio: lavorare con la luce e con la colorazione della sala. Il Quarto Stato il pittore lo ha visto crescere nei suoi anni di lavorazione all’interno di uno spazio alto, luminoso, con le pareti né chiare né scure. Un colore che ricorda una materia. Andava solo ripresa quella luce, quel clima. Come la soluzione di un enigma.

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Volpedo, 29 Luglio 2013, ore 15.00

Mostra al Museo del 900 di Milano, dal 15 novembre 2013 al 7 marzo 2014 a Cura di Aurora Scotti

Catalogo Electa

Allestimento di: Fabio Fornasari

con: Lucilla Boschi

 

25 Novenbre 2010, ore 15.30 ore 18.20

ElapsedTime: l’inarrestabile marcia del Quarto Stato verso la sua collocazione nel “Novecento”. Il viaggio finale.

In questi ultimi 10 anni, percorrendo il mio cammino lavorativo e di ricerca, ho incrociato personalmente per almeno quattro volte un’opera che definirla semplicemente un quadro è limitativo: il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Sono stati quattro incontri allo stato fisico e non semplicemente simbolico anche se con questo livello, con il simbolico, ho dovuto farne sempre conto.

Inutile nasconderlo: è una icona, forte e forse la più forte del ventesimo secolo italiano, talvolta tanto forte da limitarne la sua potenza che va oltre il fortunato dato iconografico. E’ un’opera che intenzionalmente ti avvicina, si presenta nella mente di chi la guarda come un “affresco composto da un bagaglio figurativo diffuso”. Qualcuno oltre al pittore lo capì subito. Giovanni Cena a Pellizza da Volpedo: “Ammiro. E’ una cosa che resterà e che non ha paura del tempo perché il tempo le gioverà. Ti Abbraccio con tutta l’anima”. Il passo della lettera del 1902 è stato scelto da Aurora Scotti nell’Introduzione al Volume Il quarto stato a cura di A.Scotti e ripreso nel saggio “Dentro e oltre l’immagine di un mito” di  Maria Fratelli – conservatore della GAM di Milano – in occasione di una mostra a Palazzo Reale voluta da Vittorio Sgarbi, il mio terzo incontro con l’opera.

26 Novembre 2010, ore 16.44  (foto Lonati)

La mia quarta volta con l’opera è al Museo del Novecento, un’incontro atteso da nove anni. Tempo di attesa che contiene tutti gli altri incontri. La collocazione pensata sulla carta nel 2001 in sede di concorso rispondeva ad una conoscenza dell’opera che non aveva ancora assunto la dimensione “interna”, del sentirsi “dentro l’immagine”. Al tempo era solo una icona, una immagine “virale” condivisa tra la conoscenza della storia dell’arte e la comunicazione politica, tra la visione di un originale e le infinite riletture della comunicazione politica e sindacale. L’esperienza più forte tra queste sicuramente il “Novecento” di Bernardo Bertolucci. In questi nove anni non solo sono entrato dentro ad una immagine ma ho avuto il privilegio di veder costruire intorno all’opera differenti visioni e alla fine di costruire personalmente la visione attuale che si offre al Museo del Novecento e che risente sicuramente dei precedenti incontri avuti con l’opera e con tutte le persone intorno a quest’opera. Questa è la sostanza di progettare e vedere costruire giornalmente un museo fino al trasporto e alla collocazione delle opere sulle pareti: produrre una visione fisica delle cose e verificarne l’efficacia da concetto a immagine, da cuore dell’artista a cuore del visitatore. Perché non si vede solo con la “testa”.

Le immagini delle cose nella nostra “testa” si sovrappongono e questo produce stati del pensiero, emozioni. Al termine del trasporto dell’opera di Pellizza lo sguardo  mi cade sui guanti dei trasportatori, degli operai che sanno come si sollevano opere che pesano 4 volte il peso del loro corpo. Pare che per loro le leggi della fisica non esistano da quanto sono interiorizzate in ogni loro muscolo, da come il corpo si sposta con una intelligenza fisica  nel corso della “movimentazione”.

25 Novembre 2010, ore 18.09.57

La polvere è stata oggetto di non troppi saggi. Ultimo di mia conoscenza il saggio di Elio Grazioli. Scrive a pagina 4 “Oggetto a una dimensione, il granello di polvere è il punto geometrico in natura, è il culmine nell’oggettività del suo contrario, la materia stessa. Al limite della visibilità, la polvere è l’invisibile che diventa visibile” (ndr: il grassetto è mio); “La polvere indica che c’è ancora qualcosa al di là delle possibilità della percezione, sotto la soglia delle capacità dei sensi: gli atomi appunto, e in particolare quelli degli odori, dei suoni, della luce, del tatto, “materie” invisibili che deduciamo dai loro effetti”. La polvere ci mostra quello che non vogliamo vedere, la materia della quale sono fatte le cose, non i sogni. La polvere ci parla della realtà. In quell’attimo mi sembrava che quei guanti avessero capito meglio di chiunque altro l’intenzione di Giuseppe Pellizza, l’intenzione di mostrare l’invisibile, dargli immagine oltre l’effetto di presenza. Non una semplice traccia ma un percorso da seguire.

Le tracce della polvere mi portano al primo incontro in occasione della mostra per “Il Futurismo a Milano, anticipazioni per il nuovo Museo d’arte Moderna e Contemporanea” allestita da me insieme a Italo Rota e a Emmanuele Auxilia al PAC di Milano. La visione che ci mostra nella foto Olivo Barbieri sfocata, polverosa bene interpreta la lunga marcia che dovranno compiere i protagonisti del Quarto Stato e i visitatori; marcia che trova una strada fisica che parte dal quadro messo a terra nell’installazione di Stefano Arienti per raggiungere le sale del Padiglione d’Arte Contemporanea di Ignazio Gardella. Dopotutto il movimento è l’essenza stessa dello spazio suggerito dal quadro. E questo movimento è fatto di incontri.

Marzo 2002  (Foto Olivo Barbieri)

Giugno 2007

Il terzo incontro con l’opera è, per me, con i suoi personaggi. L’occasione è la collocazione dell’opera nella Sala delle Cariatidi di Palazzo reale voluta da Vittorio Sgarbi per porre l’attenzione sul dipinto ai milanesi che non sanno di possederla e per parlare del suo futuro spostamento nella collocazione attuale. Posto in fondo alla sala, il lento cammino di avvicinamento al quadro spostava il nostro corpo e la nostra visione da una dimensione iconografica ad un corpo a corpo con i personaggi del quadro che possiedono nomi e cognomi propri, storie da raccontare. Come una carta d’identità collettiva. Questa visione rivela raddoppi dei personaggi, distoglie lo sguardo dai protagonisti per rilanciare la visione come il risultato dell’ascolto di un “suono massa”, un suono che si ricompone di piccole parti altrimenti inudibili. Questa metafora trova nel divisionismo la tecnica pittorica più precisa e perfetta.

Nel 2006 a Milano la GAM si rinnova e diventa Museo dell’Ottocento. Per tre anni con Maria Fratelli si lavora per definire una procedura sul tema dell’allestimento di un museo all’interno di una dimora storica.   All’inizio dei lavori l’intera Villa Reale è un’opera maltratta dagli usi sbagliati che negli anni si sono susseguiti ed è stata compromessa da interventi pesanti che non hanno retto la concorrenza dell’immagine storica che Pollack gli diede all’origine. La strategia  era legata alla riattivazione della potenza dell’architettura e non l’implementazione di ulteriori elementi. E’ stato un lavoro di riscoperta della dimensione narrativa dello spazio della villa. Stesso discorso per le opere. Il quarto stato era stato collocato al termine del percorso e introduceva il suo “banale” contenuto con imbarazzante semplicità per chi doveva raccontarlo. A testimoniarlo i giri di parole delle guide che per non dire cosa rappresenta realmente quel quadro arrampicavano spiegazioni improbabili. Cento e passa anni non bastano per togliere potenza a questa opera con la quale si possono fare i conti senza imbarazzi, per quello che è stato e ancora è.

25 Novembre 2010, ore 14.05.32

Il fare architettura è cosa lenta e fatta di movimento e di incontri. Fatta anche di ripensamenti. Le immagini delle cose e degli spazi si sovrappongono nel tempo depositando esperienze. L’immagine che ho ora di questo dipinto è a più dimensioni, di natura spaziale, temporale e concettuale. Lavorare con opere di questo tipo richiede tempo; la stessa visione delle opere richiede tempo.

27 Novembre 2010, ore 17.22.08

Ora il lavoro è fatto con Italo Rota e Marina Pugliese, direttore del Museo. Il Quarto Stato è visibile da Piazza Duomo. E’ raggiungibile dalla rampa che incrocia le due marce: la nostra e la loro. Una rampa che entra nella torre per procedere lungo le sale del museo. Non è rinchiuso nella torre, non è imprigionato… ha una porta attraverso la quale può sempre uscire.

Tre anni fa sono stato attirato dalla struttura fluida dello spazio digitale che è mutabile, si increspa e ti permette di scegliere qualunque posizione al suo interno. Tre sono gli anni di questo mio spazio. Dovrei dire due. Nell’ultimo anno mi sono impegnato a riempire il mio tempo altrove: nello spazio che mi circonda, lo spazio del mio lavoro. Tre anni che hanno accompagnato diversi lavori e in particolare un cantiere che ha visto la fine il 6 dicembre a Milano dove questa dimensione mutabile e fluida si trova: il Museo del Novecento, all’Arengario. Ogni lavoro è fatto di mille intenzioni, mille passaggi. Questi ultimi sono stati condivisi con Italo Rota. Molte delle cose sperimentate qui le ho passate lì dentro. Molto di quel progetto ha preso da questa dimensione. Dopotutto il digitale è una attitudine non uno stile. Generalmente le opere che compongono i nostri spazi sono costruite su un’idea determinata, su una direzione fissa… una tradizione che arriva direttamente dal rinascimento, dall’illuminismo. Troppo spesso siamo abituati a seguire “un filo del discorso” legato a uno “sviluppo della trama”. Nei miei lavori cerco sempre di introdurre un cambiamento lento slegato da una trama chiusa. Non una rappresentazione che si dichiara rigidamente ma un racconto aperto, che enuncia, dichiara richiama i personaggi che trovano un ruolo solo legandosi alle persone che vi entrano.

Voglio che i miei lavori siano spazi dove rimanere per qualche tempo, dove trasfigurare lentamente la propria percezione. E’ importante che lo spazio e il tempo si increspino come l’acqua che sfiorata ci cambia la percezione avuta fino a quel momento. Come nella Cripta dei Falconieri di Borromini a San Giovanni dei Fiorentini. Quello che cerco sono spazi che mediano tra una dimensione concettuale e una dimensione emozionale. Questa è una vera nuova opposizione per le opere contemporanee. Non esiste più un interior contrapposto ad una architettura degli esterni: lo spazio è tutto legato all’interno di una unica esperienza dilatata che si increspa continuamente al passaggio di ciascuno.

E’ il tempo del ritorno.

Ci sono persone che muovono il proprio immaginario sulla linea dell’orizzonte. Viaggiano, sognano nuove frontiere cercando di spostare “sempre più in là” la propria presenza all’interno di un pianeta che abbiamo d’un tratto scoperto finito. Muoversi lungo l’orizzonte, sulla superficie del pianeta in cerca di qualcosa di sempre più nuovo contiene una verità nascosta che in qualche modo svela molto della struttura stessa del viaggio. Per quanto ci si allontani dal punto di partenza, il nostro stesso cammino ci porta sempre più vicini all’origine della nostra partenza. Viaggiamo su una sfera dopotutto che ha una superficie esprimibile con una formula matematica e che ci dice che la sua superficie è finita ed esprimibile con un numero.
C’è chi invece muove il proprio immaginario sull’asse verticale, il proprio asse verticale: dal centro della terra verso l’infinito e oltre; sappiamo dove sta ma non sappiamo come sia fatto. Sta sopra la nostra testa. Poi ci sono persone come Jules Verne che viaggiano in tutte le direzioni, pure dentro lo spazio della terra.
Qui, ora, il punto di vista che esprimo su questo viaggio orizzontale, sulla sfera azzurra, si esprime come una peregrinazione all’interno del già noto: se anche io non conosco direttamente cosa c’è, qualcuno prima di me ha conosciuto e visto.
Il viaggio verticale è un viaggio che si muove prima di tutto su un piano del simbolico.
E’ viaggio dalla luce alle tenebre ad esempio. E’ un viaggio che agli estremi, simbolicamente ha due diverse forme di eternità opposte.
Sulla verticale viaggiano le dicotomie.
Ma è anche la prima vera conquista dell’uomo: dopo aver gattonato conquista la posizione eretta, la conquista dell’asse di stabilità di tutte le cose, l’opposizione alla forza di gravità.
E’ un percorso che mette in gioco molte certezze. Lo stesso significato di giorno e notte non hanno senso se ci si sposta sulla verticale. Il giorno ha senso solo se abitiamo in stretto contatto con il pianeta madre. Ha un senso in relazione ad una geo-grafia.
Ha invece senso il sopra in opposizione al sotto.
Le cose cadono verso il basso. Marina Cvetaeva, citata da Erri De Luca, scrive che “oltre l’ attrazione terrestre esiste l’ attrazione celeste”.

Come si torna a casa dopo un viaggio nei paesi lontani, così lungo la verticale si ritorna nella propria posizione eretta di partenza.
L’architettura ha interpretato più volte con molti modelli questa attitudine umana: l’invenzione dell’ala, la scala dello sciamano o la scalinata della ziggurat non sono che rozzi succedanei del volo. Per questo le ali e le altre architetture sono già mezzo simbolico di purificazione: permettono una elevazione.



foto Guido Massantini

Ascensione e discesa, luce e tenebre: senza citare tutto l’immaginario corrispondente di natura diurna e notturna, queste parole sia sul piano dei significati che del valore simbolico sono al centro dell’installazione appena inaugurata a Roma sabato scorso.
Il lavoro che ho preparato a latere di una ricerca in corso con un istituto del CNR, l’IRPPS, propone un lavoro sulle immagini che si fanno spazio offrendo una “discesa”, uno sprofondamento dentro di essa.
Di questo si tratta: un viaggio in discesa, verso il profondo di una immagine. E’ un calarsi in una architettura che si struttira su due opposti realizzata da Francesco Borromini, l’ultima sua fatica prima della morte tragica che si è riservato tutta per sè. La Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini custodisce un altare che nasconde sotto di sé la Cripta voluta dalla famiglia Falconieri. La dualità luce tenebre è già all’interno dell’architettura Borrominiana.
La discesa verso la cripta suggerisce una disposizione verso un qualcosa di “meno noto”; è un percorso che si fa metafora: porta sulla soglia di un mondo che non è reale bensì è virtuale in quanto è un doppio della realtà senza possederne la sostanza; suggerisce in chi guarda una disposizione verso la ricerca che si fa immagine nella fonte d’acqua dai toni della notte. Questa fonte riflette non una immagine ma un’intero luogo che suggerisce il tema della soglia tra uno spazio vertiginoso che ti porta a scendere ancora e uno spazio del ritorno.
Una soglia che ti pone il tema del “che fare?”.





Immagine dell’installazione presso San Giovanni dei Fiorentini

Location:
San Giovanni dei Fiorentini, Roma Via Acciaioli 2
dal 15 Maggio 2010 al 24 Giugno 2010
installazione di Fabio Fornasari
curata da Sveva Avveduto – CNR IRPPS
Sound design Paolo Ferrario/Ėsprit Machiniste

In viaggio per Roma. Verso un un nuovo lavoro che si inaugura questa sera.
In viaggio in treno, ora, con tutto me stesso all’interno di certe idee che mi porto dentro/dietro da tempo.
Da qualche parte devo avere scritto che i corpi sono spazi: oltre alla sua natura biologica contengono “cose” disposte secondo un ordine che non è sempre deciso da noi ma più spesso deciso dalle cose stesse.
I luoghi del corpo sono sensibili all’esterno: registrano spostamenti non solo fisici ma anche su altri diversi piani: del simbolico, del significato e di altri livelli. Ma aprono anche un dialogo costante all’interno della costruzione di doppi. Come un processo di costruzione di spazi “avatar” dentro di noi che poi sentiamo il bisogno di proiettare verso l’esterno attraverso strategie di costruzione, di significazione. Rispondere allo spazio dopo che questo è entrato in noi e ci ha posto una domanda. E’ come se gli spazi sentissero il bisogno di esser definiti da chi li attraversa.

Tempo fa inaugurai – sotto la cura di Maurizio Giuffredi – un nuovo progetto di Galleria d’arte a Bologna all’interno di un luogo particolare, un laboratorio di partecipazione che per lungo tempo e ancora oggi studia modelli di lettura e modificazione del territorio, XM24. Di loro ne parlai anche qui.
L’edificio in passato era stato usato dal Mercato Ortofrutticolo di Bologna. Quel pavimento ha registrato tutti i movimenti delle persone e delle cose che gli sono avvenuti sopra: macchie di pittura, segni, abrazioni: tutto visibile. Rinnovare la funzione di questo luogo attraverso una installazione site specific era l’unica condizione per potere procedere. L’unica possibilità per fare questo era operare con una procedura che non fosse di cancellazione della storia dello spazio ma nemmeno di conservazione. Era per me necessario sottolineare quella storia nel momento stesso in cui la si stava per perdere, attraverso il tema del doppio, di una immagine specchiata costruita fisicamente che dividesse e preparasse alla perdita, una forma di lutto.

Per questa “rielaborazione del lutto” della funzione dello spazio come luogo di lavoro ho applicato la tecnica dello strappo, aiutato da un restauratore – Davide Riggiardi. Una volta strappata la patina, è stata applicata sul muro adiacente, in verticale. Lo spazio e il suo doppio – la mia “proiezione” di quello spazio – erano in scena e la galleria fu aperta.

Stasera NON un’altra storia.

Catalogo della mostra. Le foto pubblicate nel catalogo sono di Daniele Lelli

Foto dell’allestimento




1969, Alpe di Siusi, dal cassetto di famiglia


Ricordare, riconoscere, cancellare, manipolare, smarrire, costruire e perdere ricordi e falsi ricordi sono tutte azioni psichiche che compiamo quotidianamente nelle situazioni che attraversiamo. “Carichiamo” e “scarichiamo” continuamente immagini dalla nostra mente; le mettiamo a continuo confronto, consapevole o inconsapevole, per costruire il paesaggio del nostro vissuto quotidiano.
Ci sono immagini che probabilmente ci portiamo dentro che non siamo in grado di riconoscere o di ricordare, immagini ed esperienze immemorabili, tanto lontane nella nostra memoria da non essere capaci nemmeno di pensarne l’esistenza. Sono immagini che se si ha l’occasione di rivedere non solo permettono di ricordare ma permettono anche di riannodare elementi apparentemente scollegati tra loro. Permettono di ricomporre alcuni elementi sparsi per dare un nuovo senso alle cose intorno. Hanno in sé una certa preveggenza che si manifesta nell’atto della visione, solo dopo che sono state “riviste”.

Luigi Ghirri è un fotografo che chi ha fotografato e chi “guarda” o chi lavora sullo sguardo del paesaggio non può non conoscere.
Troppe volte confuso con un meditativo e contemplativo del paesaggio, è un fotografo che ha un approccio concettuale, è un fotografo dei margini, di ciò che il tradizionale paesaggismo non si curava al tempo.
Venticinque anni fa era ripartito per un “Viaggio in Italia” che muoveva intorno alle periferie, ai luoghi lontani dalle attenzioni delle guide turistiche. Era ripartito dai dettagli del paesaggio per ricostruire una visione non solo fotografica dell’Italia; un’Italia fotografata per come si presentava realmente nel flusso della grande trasformazione epocale degli anni tra i settanta e gli ottanta.

Ghirri documenta un paesaggio che non sta sparendo ma che sta cambiando; un paesaggio sempre più frammentato. Il paesaggio, la sua idea, potrebbe essere letto con gli strumenti della psicanalisi: ai paesaggi coerenti, raccontabili attraverso la forma del panorama, succede un territorio di frammenti e di relitti, un territorio di scarti dimenticati, cancellati, rimossi.
Quei paesaggi che Gilles Clement pone all’interno del “Manifesto del terzo paesaggio”.
Quei paesaggi raccolti e reinventati dallo stesso Ghirri come nello stesso momento faranno nella Francia i lavori della Mission Fotographique de la D.A.T.A.R..
La fotografia, prima dei geografi, degli urbanisti e dei paesaggisti, svela come sta cambiando il paesaggio in Europa; non ha in mente una chiave quantitativa; pensa al nuovo modo di abitare; in altre parole, i fotografi, riconoscono e ridefiniscono l’immaginario del paesaggio.
Questo è il potere delle immagini: una immagine non è solo una realtà visiva ma soprattutto è la rappresentazione di ciò che la cultura può offrire, ricordare, nascondere ecc…




1979, Alpe di Siusi, Luigi Ghirri

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Stare in una terra di nessuno è una strana sensazione.
Stare nella terra di nessuno tra due città separate che dopo tanti anni si sono riunite aveva qualcosa di particolare: una desolazione piena di cose.
Le due città, in modo diverso erano cambiate. Quella terra di nessuno era rimasta ferma.
Il disegno della città e le sue cose disperse lungo questa fascia davano l’impressione della carta da parati lacera, che lascia intravedere la trama di una passata decorazione. La “carta” l’ha protetta fino al momento in cui la lacerazione non si è prodotta. Lungo tutta la fascia di protezione si scopriva la “gengiva” di un passato non troppo remoto che non era più ne l’una né l’altra città e che contemporaneamente ospitava una serie di oggetti legati al tema del controllo. Una terza Berlino, una città di nessuno popolata da oggetti dispersi – marciapiedi, tombini, pavé in pietra, aiuole, terreni – e da garitte di controllo, troppo impegnate a fare ping pong tra i due muri. Non una città in rovina piuttosto una città congelata dalla guerra fredda.
Tutta l’attenzione era per quel muro graffitato, diventato emblema della caduta; la terza Berlino piano piano è stata con il tempo cancellata.


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Als das Kind Kind war, 
ging es mit hängenden Armen, 
wollte der Bach sei ein Fluß, 
der Fluß sei ein Strom, 
und diese Pfütze das Meer.
Als das Kind Kind war, 
wußte es nicht, daß es Kind war, 
alles war ihm beseelt, 
und alle Seelen waren eins” (…).
«Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente,
e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima,
e tutte le anime erano tutt’uno” (…).
Lied vom Kindsein, Peter Handke. Da Wings of desire, 1986. Wim Wenders
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Altro materiale: “Memorie delle cose”



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“Ricostruisco a me stesso la mia vita artistica: i miei quadri corrispondono alle vicende della mia vita e segnano le tappe dei dolori, dei piaceri da me provati nei diversi periodi della mia vita. Questa conclusione mi si presenta un giorno, nel quale, mettendo in ordine cronologico le fotografie dei miei quadri avverto in essi una continuità di pensiero.” (Emilio Longoni dal catalogo Skira).


Un sentiero dentro la pittura.

Mercoledì 21 ottobre alle 18.30 inaugura presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano di Via Palestro la mostra curata da Giovanna Ginex “Emilio Longoni 2 collezioni”. L’occasione arriva dalla Banca di Credito Coperativo di Barlassina di celebrare i 150 anni della nascita del pittore. Per l’occasione le due importanti collezioni vengono presentate insieme in un unica mostra in forma di installazione che ho avuto la fortuna di allestire nella sala della Villa Reale.
Ci sono due pensieri che contengono questa installazione: contenere tutte le opere in una architettura che abbia una dimensione autonoma rispetto allo spazio della Villa Reale (pur costruendo momenti di dialogo) e un secondo pensiero legato ad una idea immersiva della fruizione, di appartenenza empatica, emotiva con la pittura.
L’idea non concerne il guardare opere ma entrare in un cammino seguito nell’arco della vita da Emilio Longoni, una vera passeggiata tra le persone, le cose e i paesaggi visti per noi dal pittore. Ricostruire la percezione che, come scrive lo stesso pittore, gli si ricompone davanti quando rimette in sequenza le sue opere. Un percorso che nel tempo si è sempre più staccato dalla vita sociale per approdare sui vasti paesaggi alpini. Una passeggiata di walseriana memoria: un cammino verso un’esperienza ad occhi aperti e senza pregiudizi. In sintesi, l’allestimento è un sentiero e un sentire le opere di Emilio Longoni.


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