Nei giorni scorsi Second Life ha fatto parlare di se: sui giornali, sulle riviste sulla freepress, nella blogosfera. Se ne parla e quindi esiste.
Ci sono due cose che in qualche modo mi hanno colpito: la rappresentazione che è stata data di SL in forma di “rovina” del pensiero digitale, un luogo ormai “spopolato”, “lasciato dalla vita”, dove gli avatar restanti sono ormai afflitti dalla malattia della desolazione e lasciati andare alla perversione. E questa immagine, se voleva essere negativa – sempre che sia vera – è per me piena di fascino, specie se affiancata ad un evento controtendenza: l’apertura del Vampiric Quarter nella Post Utopia di Junikiro Jun e contemporanemant el’avvio di un gioco di ruolo. E non a caso il vampiro.
Come scrive Vito Teti “il vampiro assume, nell’immaginario colto e popolare, i tratti dell’afflizione e del sentimento melanconico che hanno segnato la tradizione dell’Occidente dall’antichità ai nostri giorni. Oggi il vampiro si presenta come l’ultimo abitante e la metafora delle rovine postmoderne, al tempo stesso annunciate e inimmaginabili – da Chernobyl a Beirut, dall’ex Jugoslavia a Baghdad e alle Twin Towers – e sembra raccontare paure e speranze legate a un’inedita angoscia di fine del mondo e a un nuovo sentimento degli altri e dei luoghi

Prendo da qui questa intervista a Vito Teti:
Professor Teti perché il vampiro ci affascina da almeno due secoli? «Il vampiro letterario afferma il prototipo dell’eroe maledetto. È, a differenza del vampiro folclorico, un archetipo della modernità, parla di inquietudine. Segna la fine, ma anche il rimpianto, del mondo tradizionale…». Il suo successo in letteratura è ciclico. Come mai? «Non vorrei legare la questione meccanicamente al contesto sociale, ma nei periodi di passaggio questa figura mitica appare come particolarmente affascinante… In fondo il vampiro rappresenta bene l’“altro” il “nemico”. (…) Lei però parla, a partire dal suo libro, anche di melanconia del vampiro… «Sì, il vampiro è andato via via assumendo caratteristiche sempre più ambivalenti. È carico di solitudine, vorrebbe amare l’altro e invece lo divora, in qualche modo è sempre più una proiezione della nostra società: può tutto ma è solo. Poi è anche per sua natura un simbolo adatto a incarnare una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. In una società dove non vogliamo più invecchiare, dove la morte ci è diventata estranea e elaborare il lutto è sempre più difficile, l’eternità del vampiro piace. È un modello di eternità sia agognata, sia temuta». Insomma il vampiro ci affascina perché è cambiato nel tempo e ci assomiglia sempre di più? «Racconta che in noi c’è bene e male, che vorremmo essere onnipotenti ma sappiamo che questo potrebbe disumanizzarci».

Altri materiali li trovate qui.

Vito Teti, La melanconia del vampiro, Mito, storia, immaginario, Manifestolibri, 2007