di-a-da

Tutto ciò che si può dire lo si può dire chiaramente. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
(L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus)

Ho sempre pensato che il luogo più importante dove sperimentare progetti sia il linguaggio (sempre se si può dire in un caso del genere “ho pensato”, in quanto mi colloco nel dirlo in pensieri altrui). I progetti di cui parlo sono anche di natura spaziale e non di “chiarificazione” del linguaggio o poetici o narrativi. Il linguaggio ha regole che non servono solo a regolare/costruire frasi per garantire comprensione e correttezza al nostro modo di comunicare (chiarire appunto) ma anche influisce sul nostro modo di ragionare. In fin dei conti è questa la sua funzione.
La cosa che mi lascia sempre perplesso è questa: abbiamo un linguaggio sofisticato, articolato, molto elaborato e complesso che suggerisce che le nostre idee potrebbero essere altrettanto differenziate, “sottili” e “sensibili”. Invece tendiamo ad usare il nostro costruire pensieri, il “meccansimo” più affascinante che possediamo, per uniformare i nostri pensieri verso il basso.
Questa dimenticanza si accompagna ad almeno altre due dimenticanze fondamentali: le altre due cose sole che possediamo realmente (tutto il resto è finzione-costruzione) sono il nostro corpo e il nostro tempo.
Tornando al linguaggio penso alle preposizioni semplici come elementi capaci di suggerirci almeno nove modi di costruire relazioni tra le cose:la preposizione è una parte invariabile del discorso che serve a collegare parole o frasi stabilendo tra loro relazioni.

Parlando del metaverso (Second Life) e il mondo reale si pone ultimamente l’accento su una cosa che ormai è diventata anche banale: portare fuori l’esperienza, i contenuti la produzione artistica ecc.
Con la mostra Rinascimento Virtuale – pensata, voluta curata sin dall’origine da Mario Gerosa – con il progetto di all’allestimento, avevo posto l’attenzione sul confine – soglia – come luogo di incontro tra due diverse culture (e le loro cose): una storicizzata (quella derivante dalla ricerca etnologica) e una in divenire (quella digitale). Le prime cose sono i “feticci” presi dalle altre culture nel corso dell’ottocento; le cose esposte del secondo gruppo erano i “voli di immaginazione” dei “residenti” del mondo, oggetti, immagini che incorporavano pensieri ed esperienze dell’attraversamento del metaverso. Più di tutte le cose esposte sono state le moleskine ad assumere questo ruolo di soglia: un lavoro di confine tra due mondi, tra due appartenenze che diventano esperienza e memoria condivisa (come più volte detto)
Il problema è quello di dare un senso alle cose trasferite da una cultura ad un’altra. Qual’è il significato “vero” di un oggetto prelevato da un contesto culturale per essere “spostato” altrove?
Come suggerisce Wittgenstein, ci sono casi in cui si deve tacere: alcune cose non è possibile trasportare da una parte all’altra.
Le stesse domande le si possono porre al contario per chi entra nel metaverso nella chiave “come mi pongo” “nel mondo” in relazione agli altri e alla vita reale dalla quale provengo? Quali sono le cose che faccio mie? Cosa porto dentro di ciò che ho fuori?
E’ qui che entra in gioco la metafora della preposizione.
Le preposizioni nel discorso sono gli eleminti-spazio che collegano, che creano relazioni; sono confini significanti: nel porre la relazione tra le cose del discorso pongono una attenzione specifica sulle cose stesse.
Morale: la sostanza non è portare dentro o portare fuori – per altro due metafore ormai superate dal nostro stesso agire – ma come mettere in relazione il dentro e il fuori e come noi ci collochiamo noi in questa relazione. Come sempre è il progetto e il “perché” dello stesso.