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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

Diario di una breve ma profonda immersione a Lucerna (Luzern CH) 30 Marzo 2008, con Roberta, Laura e Marina

Qua e là ho parlato di certo modo di apprendere, conoscere e fare esperienza di cose all’interno di una dimensione immersiva tipica del videogiocare (immersività, apprendimento delle regole giocando ecc…). Sembrerebbe che sia di oggi questa tendenza a costruire mondi virtuali, modelli più o meno verosimile dei mondi reali o assolutamente differenti e difformi (è una questione di “gusto” e di cosa si vuole raccontare).

Già nell’ottocento si sviluppano diversi modelli espositivi teorizzati e apprezzati da geografi come Alexander von Humboldt e Elysée Reclus (del quale già si è parlato qui e qui) essi si configurano come utili strumenti per l’apprendimento della geografia poiché permettono di superare i limiti tecnici e percettivi delle presentazioni a pannelli e riuniscono le condizioni pedagogiche e psicologiche di una comprensione verosimile della grandezza del mondo terrestre. All’interno del panorama la finzione del viaggio immaginario acquista la dimensione del paesaggio che circonda lo spettatore: grazie ad un sistema d’illuminazione artificiale, i visitatori sono calati in una realtà apparentemente distaccata da quella esterna. Prive di un punto di vista prestabilito, i panorami permettono una percezione immediata e totale di ciò che si vuole rappresentare. Di questa attitudine della visione, di questa volontà di “organizzare la visibilità del mondo” ne parla Jean-Marc Besse nel suo volume “Face au monde, Atlas, Jardins, Géoramas” (Desclée de Brouwer, Paris 2003).

In questo caso, l’opera del pittore Eduard Castres del 1881 cristallizza un episodio della guerra franco-prussiana del 1870/71: l’entrata in svizzera e il disarmo dell’armata francese del generale Bourbaki (febbraio 1871). Il tempo è stato fermato all’interno di questa visione avvolgente immersa in una luce artificiale che ne restituisce una “temperatura” precisa dell’evento. All’inizio di questo decennio è poi stato ampliato il faux-terrain, quella fascia che sta ta noi e il dipinto, che dialoga in un modo del tutto speciale con noi. In queste pagine ho più volte parlato anche dell’impportanza del suono in relazione all’immagine, dell’audio-visione. Con la riapertura è stato aggiunto un impianto di spazializzazione sonora che “evoca” la battaglia con grande efficacia. Lì ho fatto un esercizio, Ad occhi chiusi ho cercato di ricostruire il panorama disegnandolo come audiorama. La sound map che ne esce è pubblicata qui sotto. I suoni ci fanno arrivare i concetti in maniera empatica. Ci coinvolgono. Nella mappa qui sotto si vede che il racconto sonoro è descrittivo (senza parole la prima parte) discreto. Un brusio di fondo fa sentire le presenza di migliaia di persone, in silenzio se non quando intona cori muti. I rumori della ferrovia, i rombi delle cannonate e gli ululati dei lupi scandiscono lo spazio.

Questa nuovo soundscape non fa che aggiungere elementi alla costruzione di una visibilità del mondo che lavora principalmente con le capacità delle persone di lasciarsi prendere all’interno dei contesti immersivi e di sapere trarre regole e contenuti senza bisogno di raccontare altro che l’evento per come è stato visto (in questo caso rivisto dal pittore). Dopotutto è la stessa dimensione di apprendimento del bambino (e quindi di noi stessi) che costruisce tutto il proprio know-how crescendo immerso in se stesso e nel suo ambiente senza che abbia bisogno di leggere un manuale d’uso della vita prima di entrare nel mondo.

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Audiorama del Bourbaki Panorama