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25 Novenbre 2010, ore 15.30 ore 18.20

ElapsedTime: l’inarrestabile marcia del Quarto Stato verso la sua collocazione nel “Novecento”. Il viaggio finale.

In questi ultimi 10 anni, percorrendo il mio cammino lavorativo e di ricerca, ho incrociato personalmente per almeno quattro volte un’opera che definirla semplicemente un quadro è limitativo: il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Sono stati quattro incontri allo stato fisico e non semplicemente simbolico anche se con questo livello, con il simbolico, ho dovuto farne sempre conto.

Inutile nasconderlo: è una icona, forte e forse la più forte del ventesimo secolo italiano, talvolta tanto forte da limitarne la sua potenza che va oltre il fortunato dato iconografico. E’ un’opera che intenzionalmente ti avvicina, si presenta nella mente di chi la guarda come un “affresco composto da un bagaglio figurativo diffuso”. Qualcuno oltre al pittore lo capì subito. Giovanni Cena a Pellizza da Volpedo: “Ammiro. E’ una cosa che resterà e che non ha paura del tempo perché il tempo le gioverà. Ti Abbraccio con tutta l’anima”. Il passo della lettera del 1902 è stato scelto da Aurora Scotti nell’Introduzione al Volume Il quarto stato a cura di A.Scotti e ripreso nel saggio “Dentro e oltre l’immagine di un mito” di  Maria Fratelli – conservatore della GAM di Milano – in occasione di una mostra a Palazzo Reale voluta da Vittorio Sgarbi, il mio terzo incontro con l’opera.

26 Novembre 2010, ore 16.44  (foto Lonati)

La mia quarta volta con l’opera è al Museo del Novecento, un’incontro atteso da nove anni. Tempo di attesa che contiene tutti gli altri incontri. La collocazione pensata sulla carta nel 2001 in sede di concorso rispondeva ad una conoscenza dell’opera che non aveva ancora assunto la dimensione “interna”, del sentirsi “dentro l’immagine”. Al tempo era solo una icona, una immagine “virale” condivisa tra la conoscenza della storia dell’arte e la comunicazione politica, tra la visione di un originale e le infinite riletture della comunicazione politica e sindacale. L’esperienza più forte tra queste sicuramente il “Novecento” di Bernardo Bertolucci. In questi nove anni non solo sono entrato dentro ad una immagine ma ho avuto il privilegio di veder costruire intorno all’opera differenti visioni e alla fine di costruire personalmente la visione attuale che si offre al Museo del Novecento e che risente sicuramente dei precedenti incontri avuti con l’opera e con tutte le persone intorno a quest’opera. Questa è la sostanza di progettare e vedere costruire giornalmente un museo fino al trasporto e alla collocazione delle opere sulle pareti: produrre una visione fisica delle cose e verificarne l’efficacia da concetto a immagine, da cuore dell’artista a cuore del visitatore. Perché non si vede solo con la “testa”.

Le immagini delle cose nella nostra “testa” si sovrappongono e questo produce stati del pensiero, emozioni. Al termine del trasporto dell’opera di Pellizza lo sguardo  mi cade sui guanti dei trasportatori, degli operai che sanno come si sollevano opere che pesano 4 volte il peso del loro corpo. Pare che per loro le leggi della fisica non esistano da quanto sono interiorizzate in ogni loro muscolo, da come il corpo si sposta con una intelligenza fisica  nel corso della “movimentazione”.

25 Novembre 2010, ore 18.09.57

La polvere è stata oggetto di non troppi saggi. Ultimo di mia conoscenza il saggio di Elio Grazioli. Scrive a pagina 4 “Oggetto a una dimensione, il granello di polvere è il punto geometrico in natura, è il culmine nell’oggettività del suo contrario, la materia stessa. Al limite della visibilità, la polvere è l’invisibile che diventa visibile” (ndr: il grassetto è mio); “La polvere indica che c’è ancora qualcosa al di là delle possibilità della percezione, sotto la soglia delle capacità dei sensi: gli atomi appunto, e in particolare quelli degli odori, dei suoni, della luce, del tatto, “materie” invisibili che deduciamo dai loro effetti”. La polvere ci mostra quello che non vogliamo vedere, la materia della quale sono fatte le cose, non i sogni. La polvere ci parla della realtà. In quell’attimo mi sembrava che quei guanti avessero capito meglio di chiunque altro l’intenzione di Giuseppe Pellizza, l’intenzione di mostrare l’invisibile, dargli immagine oltre l’effetto di presenza. Non una semplice traccia ma un percorso da seguire.

Le tracce della polvere mi portano al primo incontro in occasione della mostra per “Il Futurismo a Milano, anticipazioni per il nuovo Museo d’arte Moderna e Contemporanea” allestita da me insieme a Italo Rota e a Emmanuele Auxilia al PAC di Milano. La visione che ci mostra nella foto Olivo Barbieri sfocata, polverosa bene interpreta la lunga marcia che dovranno compiere i protagonisti del Quarto Stato e i visitatori; marcia che trova una strada fisica che parte dal quadro messo a terra nell’installazione di Stefano Arienti per raggiungere le sale del Padiglione d’Arte Contemporanea di Ignazio Gardella. Dopotutto il movimento è l’essenza stessa dello spazio suggerito dal quadro. E questo movimento è fatto di incontri.

Marzo 2002  (Foto Olivo Barbieri)

Giugno 2007

Il terzo incontro con l’opera è, per me, con i suoi personaggi. L’occasione è la collocazione dell’opera nella Sala delle Cariatidi di Palazzo reale voluta da Vittorio Sgarbi per porre l’attenzione sul dipinto ai milanesi che non sanno di possederla e per parlare del suo futuro spostamento nella collocazione attuale. Posto in fondo alla sala, il lento cammino di avvicinamento al quadro spostava il nostro corpo e la nostra visione da una dimensione iconografica ad un corpo a corpo con i personaggi del quadro che possiedono nomi e cognomi propri, storie da raccontare. Come una carta d’identità collettiva. Questa visione rivela raddoppi dei personaggi, distoglie lo sguardo dai protagonisti per rilanciare la visione come il risultato dell’ascolto di un “suono massa”, un suono che si ricompone di piccole parti altrimenti inudibili. Questa metafora trova nel divisionismo la tecnica pittorica più precisa e perfetta.

Nel 2006 a Milano la GAM si rinnova e diventa Museo dell’Ottocento. Per tre anni con Maria Fratelli si lavora per definire una procedura sul tema dell’allestimento di un museo all’interno di una dimora storica.   All’inizio dei lavori l’intera Villa Reale è un’opera maltratta dagli usi sbagliati che negli anni si sono susseguiti ed è stata compromessa da interventi pesanti che non hanno retto la concorrenza dell’immagine storica che Pollack gli diede all’origine. La strategia  era legata alla riattivazione della potenza dell’architettura e non l’implementazione di ulteriori elementi. E’ stato un lavoro di riscoperta della dimensione narrativa dello spazio della villa. Stesso discorso per le opere. Il quarto stato era stato collocato al termine del percorso e introduceva il suo “banale” contenuto con imbarazzante semplicità per chi doveva raccontarlo. A testimoniarlo i giri di parole delle guide che per non dire cosa rappresenta realmente quel quadro arrampicavano spiegazioni improbabili. Cento e passa anni non bastano per togliere potenza a questa opera con la quale si possono fare i conti senza imbarazzi, per quello che è stato e ancora è.

25 Novembre 2010, ore 14.05.32

Il fare architettura è cosa lenta e fatta di movimento e di incontri. Fatta anche di ripensamenti. Le immagini delle cose e degli spazi si sovrappongono nel tempo depositando esperienze. L’immagine che ho ora di questo dipinto è a più dimensioni, di natura spaziale, temporale e concettuale. Lavorare con opere di questo tipo richiede tempo; la stessa visione delle opere richiede tempo.

27 Novembre 2010, ore 17.22.08

Ora il lavoro è fatto con Italo Rota e Marina Pugliese, direttore del Museo. Il Quarto Stato è visibile da Piazza Duomo. E’ raggiungibile dalla rampa che incrocia le due marce: la nostra e la loro. Una rampa che entra nella torre per procedere lungo le sale del museo. Non è rinchiuso nella torre, non è imprigionato… ha una porta attraverso la quale può sempre uscire.

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Tre anni fa sono stato attirato dalla struttura fluida dello spazio digitale che è mutabile, si increspa e ti permette di scegliere qualunque posizione al suo interno. Tre sono gli anni di questo mio spazio. Dovrei dire due. Nell’ultimo anno mi sono impegnato a riempire il mio tempo altrove: nello spazio che mi circonda, lo spazio del mio lavoro. Tre anni che hanno accompagnato diversi lavori e in particolare un cantiere che ha visto la fine il 6 dicembre a Milano dove questa dimensione mutabile e fluida si trova: il Museo del Novecento, all’Arengario. Ogni lavoro è fatto di mille intenzioni, mille passaggi. Questi ultimi sono stati condivisi con Italo Rota. Molte delle cose sperimentate qui le ho passate lì dentro. Molto di quel progetto ha preso da questa dimensione. Dopotutto il digitale è una attitudine non uno stile. Generalmente le opere che compongono i nostri spazi sono costruite su un’idea determinata, su una direzione fissa… una tradizione che arriva direttamente dal rinascimento, dall’illuminismo. Troppo spesso siamo abituati a seguire “un filo del discorso” legato a uno “sviluppo della trama”. Nei miei lavori cerco sempre di introdurre un cambiamento lento slegato da una trama chiusa. Non una rappresentazione che si dichiara rigidamente ma un racconto aperto, che enuncia, dichiara richiama i personaggi che trovano un ruolo solo legandosi alle persone che vi entrano.

Voglio che i miei lavori siano spazi dove rimanere per qualche tempo, dove trasfigurare lentamente la propria percezione. E’ importante che lo spazio e il tempo si increspino come l’acqua che sfiorata ci cambia la percezione avuta fino a quel momento. Come nella Cripta dei Falconieri di Borromini a San Giovanni dei Fiorentini. Quello che cerco sono spazi che mediano tra una dimensione concettuale e una dimensione emozionale. Questa è una vera nuova opposizione per le opere contemporanee. Non esiste più un interior contrapposto ad una architettura degli esterni: lo spazio è tutto legato all’interno di una unica esperienza dilatata che si increspa continuamente al passaggio di ciascuno.

E’ il tempo del ritorno.




1969, Alpe di Siusi, dal cassetto di famiglia


Ricordare, riconoscere, cancellare, manipolare, smarrire, costruire e perdere ricordi e falsi ricordi sono tutte azioni psichiche che compiamo quotidianamente nelle situazioni che attraversiamo. “Carichiamo” e “scarichiamo” continuamente immagini dalla nostra mente; le mettiamo a continuo confronto, consapevole o inconsapevole, per costruire il paesaggio del nostro vissuto quotidiano.
Ci sono immagini che probabilmente ci portiamo dentro che non siamo in grado di riconoscere o di ricordare, immagini ed esperienze immemorabili, tanto lontane nella nostra memoria da non essere capaci nemmeno di pensarne l’esistenza. Sono immagini che se si ha l’occasione di rivedere non solo permettono di ricordare ma permettono anche di riannodare elementi apparentemente scollegati tra loro. Permettono di ricomporre alcuni elementi sparsi per dare un nuovo senso alle cose intorno. Hanno in sé una certa preveggenza che si manifesta nell’atto della visione, solo dopo che sono state “riviste”.

Luigi Ghirri è un fotografo che chi ha fotografato e chi “guarda” o chi lavora sullo sguardo del paesaggio non può non conoscere.
Troppe volte confuso con un meditativo e contemplativo del paesaggio, è un fotografo che ha un approccio concettuale, è un fotografo dei margini, di ciò che il tradizionale paesaggismo non si curava al tempo.
Venticinque anni fa era ripartito per un “Viaggio in Italia” che muoveva intorno alle periferie, ai luoghi lontani dalle attenzioni delle guide turistiche. Era ripartito dai dettagli del paesaggio per ricostruire una visione non solo fotografica dell’Italia; un’Italia fotografata per come si presentava realmente nel flusso della grande trasformazione epocale degli anni tra i settanta e gli ottanta.

Ghirri documenta un paesaggio che non sta sparendo ma che sta cambiando; un paesaggio sempre più frammentato. Il paesaggio, la sua idea, potrebbe essere letto con gli strumenti della psicanalisi: ai paesaggi coerenti, raccontabili attraverso la forma del panorama, succede un territorio di frammenti e di relitti, un territorio di scarti dimenticati, cancellati, rimossi.
Quei paesaggi che Gilles Clement pone all’interno del “Manifesto del terzo paesaggio”.
Quei paesaggi raccolti e reinventati dallo stesso Ghirri come nello stesso momento faranno nella Francia i lavori della Mission Fotographique de la D.A.T.A.R..
La fotografia, prima dei geografi, degli urbanisti e dei paesaggisti, svela come sta cambiando il paesaggio in Europa; non ha in mente una chiave quantitativa; pensa al nuovo modo di abitare; in altre parole, i fotografi, riconoscono e ridefiniscono l’immaginario del paesaggio.
Questo è il potere delle immagini: una immagine non è solo una realtà visiva ma soprattutto è la rappresentazione di ciò che la cultura può offrire, ricordare, nascondere ecc…




1979, Alpe di Siusi, Luigi Ghirri

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SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.

Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).

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Foto-montaggio-souvenir dalla gita su Google Mars (rinnovato in occasione dei 150 anni dell’astronomo Schiapparelli)

Prelude to Space Travel

Within the next 10 or 15 years, the earth can have a new companion in the skies…


Werner Von Braun
Accross the space frontier
Crower-Collier 1953




La conquista dell’inutile


Fitzcarraldo
Al cuoco dei suoi cani! A Verdi! A Rossini! A Caruso!
Don Araujo
A Fitzcarraldo, signore e conquistatore delle cose inutili!


Fitzcarraldo
Werner Herzog
La conquista dell’inutile, Mondadori 2007
anche su:
Fitzcarraldo
1982 Ugo Guanda editore


Prendo a pretesto la nuova edizione di “Google Mars” rilanciata da ieri in occasione dei 150 anni dalla nascita di Giovanni Schiapparelli, lo scienziato italiano che disegnò la mappa di Marte; lo faccio per un pensiero sull’abitare e l’alterità, sulla fantascienza e la tecnologia.
Se la luna ha sempre rappresentato qualcosa come “l’altra faccia di noi”, Marte ha sempre avuto il ruolo di rappresentare un destino, reciproco: o il luogo della nostra umana salvezza futura (in seguito ad un paziente “terraforming”) o, all’opposto, il luogo dal quale i destinati – i marziani – a vivere sulla terra sarebbero arrivati per sconfiggerci .

La nostra esperienza di marte è sempre stata di natura cinematografica (mettendoci dentro pure il Ray Bradbury delle Cronache marziane che ne ha alimentato continuamente l’immaginario) per non dire Hollywoodiana. Il cinema di fantascienza ha una semplice caratteristica: annulla le distanze. L’infinito diventa finito e l’ignoto diventa noto. La fredda immensità dello spazio impersonale, il terrore dell’uomo di fronte all’universo e al vuoto – là fuori – vengono ridotti attraverso la riduzione ad immagine di ciò che è alieno. Il paesaggio dell’infinito viene sovvertito a finito e grazie agli effetti speciali assume un carattere ottimista controllato dalla tecnologia. Google Earth è l’effetto speciale quotidiano che ha annullato le distanze, ha reso note le sequenze di ciò che sta lungo le strade di città a noi aliene, come un dispositivo cinematografico. Lo sgomento e il terrore sono annulati.
Il ritratto che si ha di Marte somiglia ai deserti terrestri costellati da crateri.
Ma il cinema di fantascienza recupera lo stupore nello sguardo delle cose terrestri… “osservando quei paesaggi marini misteriosi, e silenzioni:la sabbia bagnata e scura e la spuma del mare che si frange silenziosamente contro le geometrie bizzarre e indefinibili delle rocce a picco… lo spettatore è costretto a riconoscere, seppure inconsciamente, la pochezza e la precarietà della stabilità dell’uomo, la sua vulnerabilità al vuoto che c’e’ qui come là fuori, l suo isolamento totale, la caducità del suo corpo”* ed il totale interesse degli occhi di madre natura.
In contrapposizione agli altri mondi immaginati creati nei set o ai mondi reali o ai mondi virtuali talmente pieni di tecnologia da sembrare a misura d’uomo sono i deserti e la spiaggia, l’autostrada e la propria casa che ci viene presentata come alterità minacciosa. Quando la terrà che ci ha nutriti ci minaccia siamo davvero perduti nello spazio.

Morale: Google Earth, pure nella “versione” Mars ci rende noti e familiari anche i luoghi più alieni: dal pianeta rosso alle botteghe che si allineano su una strada di Madrid o Pechino; ma può poco contro il nostro perturbamento verso la realtà più prossima. Non ci sono effetti speciali per le nostre paure più profonde.

*Vivian Sobchack Spazio e Tempo nel cinema di fantascienza, Bononia University press, 2002

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Tra pochi giorni chiude la mostra fiorentina ormai celeberrima: Rinascimento Virtuale, desiderata, pensata e curata da Mario Gerosa.
Sono ormai i tempi dei saluti, delle cartoline ricordo. Qui sopra posto una serie di immagini panoramiche della mostra, per lasciare una traccia e per mostrarla a chi non è ancora andato o a chi non andrà. Nel bene e nel male è già parte di una storia di Second Life e non solo per quella italiana. Si è scritto già tanto su questa mostra; la pubblicazione della mia intervista da avatar sull’allestimento, che trovate qui e qui, mi ha suggerito questo post.
I nomi degli artisti esposti sono quelli noti (Moya, Solkide Auer, Shellina Winkler, GiugiogiaAuer… ecc dei quali si vedono le opere nelle foto assieme a quelle di altri) e li abbiamo rivisti anche ad Arena, merito di Roxelo Babenco e Arco Rosca. Ricordo anche chi è entrato all’ultimo momento come Biancaluce Robbiani con la moleskine e la sua intervistata su Grazia. Un personale ringraziamento a Marco Manray che ha reso omaggio a RV nell’allestimento della mostra per Arena, citandone le tende e la moleskine.
Per tutti gli artisti che hanno partecipato rimando ai precedenti post di questo blog:
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Racconto di Natale.
Mi piace pensare che la guardia del WWF, su questa costruzione, non abbia solo fissato una regola per non disturbare gli animali, ma abbia dato una istruzione musicale. Dopotutto molta musica contemporanea si definisce per avere una partitura che consiste solamente nelle istruzioni necessarie per l’esecuzione, senza note. Poi, dimenticate le istruzioni, arriva l’ambiente intorno a noi… il canto degli uccelli.



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Immagine: il flusso, l’onda dei sassofonisti e un solista dei Lost CLoud Quartet


La nostra esperienza del mondo, della sua dimensione sociale, è un’esperienza sonora. VIviamo oceani di suoni prodotti dall’ambiente naturale e dall’ambiente artificiale. I suoni ci accadono addosso e li subiamo.
Con le sue composizioni per grandi masse di suono come quella presentata al MAMbo per le Collezioni mai viste, Salvatore Sciarrino ci mette a confronto con un dispositivo musicale che ci mostra e illumina su questa dimensione sonora-sociale, con quelli che lui chiama suoni massa. Ci apre gli “occhi” sulla dimensione sonora del nostro ambiente, del mondo che ci circonda costruendo per analogia una natura sonora che non è definibile: “cosa è il suono della pioggia? Cosa è il suono del mercato?”. Nell’esperienza di due giorni passati a sentire le prove, i ragionamenti e le indicazioni per gli strumentisti ciò che esce è l’immagine di un “dispositivo” che ci mostra le connessioni tra il muoversi di un gruppo (i centoventi sassofoni) e la continuità sonora che si viene a creare. Il titolo stesso del lavoro ce lo mostra: come dice lui stesso, avrebbe dovuto essere “il suono cammina sui piedi”, ma averlo cambiato nella forma-concetto “La bocca, i piedi, il suono” è la scoperta di un dispositivo; nel momento in cui si coglie la dimensione di suono massa che cammina, nell’insieme del corpo con lo strumento, si è entrati a far parte del flusso sonoro come si entra a far parte di una collettività. Ci rispecchiamo perfettamente in questo flusso di persone nel senso del formarsi del flusso di suoni. I “suoni massa” sono collezioni di suoni singoli che vengono percepiti come flusso; sono distinti singolarmente solo quando passano a fianco di noi nella persona del singolo musicista, disposto all’interno della fiumana del gruppo. Esattamente come i suoni che ci circondano nella città o altrove. I suoni sono sempre presenti solo lo sviluppo di una particolare attenzione li può mostrare come delle sorprese.
Nel frattempo il Lost CLoud Quartet costruisce lo spazio con dettagli sonori; suoni che delimitano lo spazio e lo fanno muovere a circolo; ne delimitano l’esperienza in questo rimando tra superficie e profondità dell’ascolto, in questo essere ascoltatori e allo stesso tempo fonte di suoni, con il nostro silenzio, a nostra volta. Un modo contemporaneo non solo di intendere la musica ma anche la natura, dove il limite tra elemento artificiale e naturale si dissolve in una idea precisa di composizione artistica fondata su un principio di continuità.
Se ne può leggere un resoconto anche nel blog diLaura Gemini.

ANNUNCIO: Il prossimo Giovedì a Collezioni mai viste presso il MAMbo (via don Minzoni 14, Bologna) ospiterà il seguente lavoro:
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Sopra: locandina della serata con l’opera di Salvatore Sciarrino eseguita e interpretata da Lost Cloud Quartet

Programma in dettaglio della serata:
Bologna – 18 dicembre 2008
ore 20:00 – incontro SCIARRINO | RESTAGNO
ore 21:00 – concerto LOST CLOUD QUARTET

Testo Accessibile (ridotto per il catalogo):
Una folla di sassofoni in movimento. “Pensate al vento che varia perché trascina il brusio di ogni foglia della valle. Grande il fascino dei suoni-massa: nuvole e stormi, scroscio di pioggia di infinite chiavi di sassofono, pulsazioni, bosco di richiami, silenzio iridescente.”
L’opera eseguita al MAMbo, dal titolo “La bocca, i piedi, il suono” (1997), è dedicata ai componenti del Lost Cloud Quartet: Leonardo Sbaffi, Marco Bontempo, Gianluca Pugnaloni, Daniele Berdini.

Salvatore Sciarrino (1947)
LA BOCCA, I PIEDI, IL SUONO (1997)
per 4 sax solisti e 100 sax in movimento
Immaginate una musica capace di conciliare opposte categorie, come vuoto e pieno, luce e buio, muri e orizzonte, illusione e realtà. Il pezzo comincia ed ecco l’interno, dove ascoltiamo, rovesciarsi in esterno: veniamo immersi in un’alba di suoni, richiami si rispondono, s’incrociano nitidi eppure non ancora liberati dai sogni notturni. Cosa è sonno, cosa il risveglio? Segretamente forme e strofe ci pongono enigmi sul destino dell’essere.
Un quadrato di solisti (4 sassofoni contralto) disposti intorno al pubblico, ma la voce degli strumenti è irriconoscibile. Una magia prodotta da tecniche sonore inconsuete, una magia acustica che affiora solo ai bordi del silenzio e si fa spazio.
Virtuosismo dunque; in un senso alto del termine non vuol dire bravura, bensì trasfigurare se stessi e gli altri, ciò che non a tutti, o subito, è dato raggiungere. Tale méta propongo ai miei interpreti.
Intanto gli eventi hanno cominciato a muoversi, ruotano vorticosi e noi stiamo al centro; giungeranno ad avvitarsi simultaneamente nelle due direzioni.
A un tratto sentiamo qualcosa risuonare fuori, in un’altra dimensione, eventi prima isolati crescono a fiumana. Sono una folla di sassofoni, un centinaio, delle varie taglie (soprani, contralti, tenori e baritoni). La fiumana preme, poi lentamente trabocca nello spazio: gli strumentisti entrano, escono e rientrano, costituendo per l’ascoltatore un flusso continuo di piedi, volti, bocche.
Questa composizione può essere considerata un’iniziazione al naturalismo contemporaneo. Ciascun esecutore infatti porta il proprio suono, minuscolo, eppure ha una responsabilità incalcolabile nel risultato d’insieme. Pensate al vento che varia perché trascina il brusio di ogni foglia della valle. Grande il fascino dei suoni-massa: nuvole e stormi, scroscio di pioggia di infinite chiavi di sassofono, pulsazioni, bosco di richiami, silenzio iridescente.
Per la cronaca, La bocca, i piedi, il suono è stato composto nel 1997 e l’ultima pagina terminata su un letto d’ospedale a causa di un incidente quasi mortale. Tuttavia questo lavoro ha riaperto il Teatro di Chiaravalle (Ancona) puntualmente, il giorno fissato, mentre io tornavo al mondo. Solisti erano gli stessi della presente esecuzione: Leonardo Sbaffi, Marco Bontempo, Gianluca Pugnaloni, Daniele Berdini (allora non si chiamavano Lost Cloud Quartet) ai quali l’opera è dedicata.

Salvatore Sciarrino

Il testo è stato tratto dal libretto del CD audio co-prodotto da
col legno Lost Cloud Quartet
Distribuzione: http://www.col-legno.de

Lost Cloud Quartet, sax solisti
Leonardo Sbaffi, Marco Bontempo, Gianluca Pugnaloni, Daniele Berdini

i 100 sax in movimento:
Elisabetta Accorsi, Giulia Amatruda, Antonio Aucello, Filomena Balletta, Giulia Barba, Carlo Barbieri, Filippo Bedetti, Roberto Belletti, Nicola Bellulovich, Antonella Bevilacqua, Stefano Bifaro, Enrica Birsa, Roberto Boccardi, Nicola Bolognesi, Riccardo Bussetti, Maria Caltabiano, Lorenzo Cappi, Fabio Capponcelli, Filippo Cassani, Maddalena Cattani, Davide Ceredi, Davide Cesarotti, Laura Chittolina, Raffaele Cimica, Daniele Cipriana, Giovanni Contri, Joseph Creatura, Davide Crespi, Margherita Crisetig, Valentina Curcio, Antonello D’Aloia, Enrico D’Addazio, Elia Dalla Casa, Mimmo D’Andrea, Antonio Pio D’Avolio, Laura Degan, Adele Dell’Erario, Marco Destino, Pasquale Di Domenico, Alberto Di Priolo, Carlotta Ebbreo, Giampaolo Etturi, Leonardo Ferramondo, Matteo Ferramondo, Valentina Ferrarese, Alberto Fogli, Crescenzo Luca Frontuto, Marco Gaiga, Luis Gajardo Campos, Dino Gentile, Marisa Giacoia, Francesco Giammarella, Giuseppe Giovacchini, Martina Grossi, Cristina Guadagnini, Alice Gualteri, Giuliano Guarino, Giampiero Guerra, Letizia Illuminati, Alessandro Inglese, Fiorella Isola, Vitaliano Lama, Nicola Lupoli, Valerio Manieri, Antonio Mannino, Matteo Marasco, Alex Migliorini, Andrea Mocci, Sara Morettin, Lorenzo Musa, Samuele Nimis, Laura Orrico, Ilario Orsi, Francesco Palmino, Francesco Panebianco, Davide Pantani, Michele Paolino, Stefano Papa, Marco Pedrini, Nicola Pellegrini, Isaia Pereda, Valentina Persenico, Chiara Pettenuzzo, Marco Piazzi, Alessandro Piccolo, Matteo Quitadamo, Letizia Ragazzini, Giuseppe Riccardi, Nicolò Ricci, Anna Righetto, Yanin Mushe Riter, Marco Rizzi, Marco Rosati, Gaetano Rosselli, Luis Russo, Maria Teresa Russo, Diego Salvatori, Michele Sangiorgi, Simone Sardella, Marco Serena, Nicola Simone, Clarissa Slaviero, Michele Spadoni, Federico Sportelli, Daniele Tarticchio, Davide Teramano, Luigi Titolo, Marco Tomasso, Yugenij Tregubov, Carmela Tricarico, Tommaso Tricarico, Giuseppe Trimigno, Stefano Uggeri, Tommaso Vivaldi, Andrea Vivit, Camilla Volpone, Gianluca Zanello, Cecilia Zaninelli, Gabriele Zardo

coordinatori:
Daniele Furlati, Gianbattista Giocoli

Si ringraziono i Conservatori di Bologna, Como, Foggia, Mantova, Milano, Parma, Piacenza, Rodi, Roma, Sassari, Terni, Udine, Verona
ed in particolare i maestri: Dario Balzan, Fabrizio Benevelli, Daniele Berdini, Marco Bontempo, Franco Brizzi, Michele Brusha, Gabriele Buschi, Daniele Comoglio, Massimo Ferraguti, Mario Giovannelli, Mario Marzi, Gilberto Monetti, Giovanni Nardi, Fabrizio Paoletti, Gianluca Pugnaloni, Giancarlo Rango, Alfredo Santoloci, Leonardo Sbaffi, Michele Spadoni.

is-this-tomorrow

Lo diceva già Mario Gerosa nella presentazione del suo volume per Meltemi: il Rinascimento sta vivendo nuova vita all’interno dei musei. Dopo il Correggio, i Carracci, Aspertini, Bellini è arrivata la mostra di Mantegna al Louvre. Se ne sono lette bellissime cose sull’Alias di ieri.
Da questo articolo prendo spunto per ripensare alla mostra fiorentina al Museo di Storia Naturale (via del Proconsolo 12) e ad alcune sue caratteristiche che con il tempo si sono anche meglio definite. A mio avviso, Rinascimento Virtuale segna un punto di non ritorno nella storia di Second Life, per essersi posta in modo non banale con la produzione artistica realizzata in-world. Non ha traghettato nel mondo reale le opere, o meglio, non le ha “teletrasportate” materializzandole in quanto tali, in modo “acritico” o meglio automatico. Direi che la sua qualità sia stata quella di avere lavorato all’interno di un pensiero illuminista ed empatico alle stesso tempo; ha cercato una modalità di inquadrare Second Life in una dimensione più allargata di “civilizzazione” all’interno del nostro tempo e non di avere presentato romanticamente un mondo altro, fantastico, pieno di artisti ed eroi. Rinascimento virtuale segue una drammaturgia sovrapposta, tra storie di civiltà differenti – quella collezionate nel museo – che non avevano nulla di eroico ma che abitavano il loro mondo con le loro cose. E’ una mostra che segna il passo per non avere collezionato “figure” ma per avere collegato, connesso concettualmente il pensiero stesso di Second Life con un pensiero antropologico. In altre parole per avere considerato “maturo” il tempo di SL e di credere che si sia entrati in una nuova fase della vita-ambiente che in cambio della dimensione eroica e rivoluzionaria sta acquistando una nuova dimensione più interessante ancora, di affinamento dei linguaggi e delle relazioni. Una fase che si potrebbe definire Post Second Life fatta di progetti maturi, impegnativi e che non mirano più solo alla ricerca individuale e spontanea creativa.

Il compito di collezionare i singoli artisti e di metterli in mostra per il loro grande valore è stato ben svolto da Arena, su volontà di Arco Rosca e di Roxelo Babenco, giustamento svolta dentro Second Life. Nell’insieme i due progetti lavorano in parallelo e non perchè Rinascimento Virtuale abbia una “finestra” sull’evento rappresentata da 20 piccoli schermi che passano nomi e immagini degli artisti. Se la mostra fiorentina – Rinsacimento Virtuale  – sottrae l’opera artistica dal suo ruolo individuale per riconsegnarla in una dimensione collettiva e sociale in movimento, Arena recupera la dimensione di ricerca individuale dei migliori artisti all’interno di una dimensione mondo propria di SL. Due differenti incursioni nel mondo, due approcci analogamente “illuministi” verso l’ambiente che sono propri del modo di lavorare nell’arte contemporanea. Questo è il domani di Second Life.

UPLOAD ore 19,43,00 Dic 14, 2008:

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E’ uscito il cd musicale di Rinascimento Virtuale. Musiche di Esprit Machiniste e di Leonardo Piras: il primo e unico nella storia.
Come pochi altri, da avere assolutamente!!!