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Maya Deren’s Meshes of the Afternoon

La foto qui sopra ritrae Maya Deren (Eleanora Derenkovskaja, Kiev 29 aprile 1917 – New York 13 ottobre 1961) “come Botticelli” . E’ stata scattata dal marito Alexander Hammid.

Non mi interessa ricostruirne una biografia che si può trovare anche qui (in italiano) o qui (in inglese). Mi interessano invece acuni temi che si incrociano con alcune cose già scritte in questo Blog (la punta del mio personale iceberg).

Questo post vuole essere un breve richiamo.
Un promemoria per appunti, per un approfondimento chiarificatore futuro.

Mi interessa richiamare il suo lavoro per almeno tre motivi:
– per essere stata l’anticipatrice (la madre) di tutto il cinema d’avanguardia indipendente (americano prima ed europeo dopo)
– per avere elaborato e definito un linguaggio artistico che dialoga con l’antropologia visuale (Margaret mead e Gregory Bateson erano i suoi di viaggio)
– per avere lavorato in una dimensione magica, rituale, non narrativa, non drammatica. Da lei parte la tradizione dello psicodramma e del ciné-dance film.
Mi interessa quindi perchè guarda il proprio tempo contemporaneo con occhi che cercano di raccontarne i riti partendo dall’esperienza fatta con i riti Haitiani di trance. Lavora sulla trance portandola sul piano di ricerca artistica cinematografica e coreografica. E’ a suo modo una “grande madre” di molta ricerca visuale che ancora oggi la considera contemporanea.

La sua produzione cinematografica la potete trovare nel completissimo www.ubu.com.

Qui qualche appunto copiato in giro del quale (me ne scuso) ho perso le tracce, ma che ben sintetizza la sua ricerca:
“Parte da una dimensione non narrativa della pellicola, una particolare dimensione poetica non limitata al ritmo e all’assonanza, ma intesa come «esplorazione verticale», da contrapporre al «dramma» – il consueto movie narrativo – operante a livello «orizzontale, da sentimento a sentimento». Soltanto un coraggioso movimento verticale poteva, per la cineasta americana, riempire di significato le immagini e renderle magicamente intense, permettendo allo spettatore ricettivo e disponibile, di là da quello che appariva e agiva sullo schermo, di cogliere, d’intuire l’altra realtà, i mondi invisibili celati alla mente razionale. il cinema diventa onirico e poetico, visionario e rituale, antinarrativo per eccellenza e cerca di tradurre senza censure un’interiorità esplorata spesso con pratiche magiche, sostanze psicòtrope, tecniche orientali di meditazione. La camera cessa d’essere naturalistica e cerca di rendere, dall’interno, sensazioni, emozioni, esperienze visionarie. Il tempo diventa quello del ritmo psichico, della visione e del sogno (il trancefilm).
Il suo è un lavoro sull’inconscio, il caos ribollente sotto la coscienza ordinaria, viene esplorato e rivelato in un acting out rabbioso o follemente gioioso.”

Qui sotto invece il link ad un suo film che bene illustra il suo lavoro: “Ritual in the trasfigured time” (“Rituale in tempo trasfigurato”, 1946) la Deren dissocia i suoi personaggi dai lacci della storia ed esplora allucinazioni dionisiache e mitologie ludiche per opporsi e rifiutare l’inumanità di tutto quanto è esterno alla propria condizione esistenziale.