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Nucleo, Davide Bertocchi. Snapshot di Oscar che mi fotografa dentro la sfera.
Sabato 15 Marzo, alla MAMbo di Bologna hanno inaugurato la sezione pemanente del museo: Focus on Contemporary Italian Art.

Mondi che si attraversano.
L’arte ha ricevuto molte definizioni nel tempo. Ne ha ricercate e a volte subite.
Le definizioni, oggi, in qualche modo hanno lasciato lo spazio alle “pratiche”, di lettura. Come nelle parole crociate (ma anche nella moda, nell’architettura e nel design) è l’insieme delle definizioni, oggi, che ne definiscono il significato, componendone una visione. La sua visione in forma di immagine.
Questo allestimento della Mambo ne è un ottimo esempio: le definizioni lasciano il posto ad uno spazio colelltivo reinterpretato attraverso delle opere che in un modo o nell’altro incorporano lo spettatore che si deve attivare, non deve restare passivo: una volta è musicista, una volta spettatore, altre volte sola immagine riflessa, ma mai passivo. Deve leggere (può farlo) deve ascoltare può parlare… Le opere diventano spazi di relazione tra i temi (svolti, sperimentati) e i visitatori.

Voglio parlare di un’opera in particolare: Nucleo di Davide Bertocchi.
Una sfera in resina una palla di “cristallo” che rivela molti dei nostri pregiudizi intorno alle cose dell’arte attraverso una modalità semplice: usare la voce e non gli occhi.

Tra le varie “figure” archetipiche” una tra tutte mi intriga da sempre: non l’eroe ma il mago. Il mago conosce i segreti della natura ed è innamorato dei prodigi della natura.
E’ insieme conoscenza scientifica e abilità. Il mago non supera mai le regole della natura ma le usa per spiazzare l’ovvietà della visione della vita. Anche nel più piccolo peanut può nascondersi una magia.

Quest’opera è una magia in un senso molto preciso: come una magia quotidiana che è li, tutti la possono vedere ma che solo i maghi sanno mettere in luce all’istante. Nella magia il materiale levita.

L’esperienza della magia.
Distingue tra esibizione, abilità, artificio e la capacità di penetrazione dell’essere comprendente del mistero-contenuto dell’opera (ogni opera ha un suo contenuto da scoprire).

Una sfera di resina con un foro all’altezza del capo ci permette di guardare dentro e di “non vedere nulla”. Ma è un’opera col trucco: la sfera fuori rimanda ad una visione che non è interna, è interiore.
Una volta “dentro” è la rinuncia alla visione che suggerisce di urlare con tutto il nostro fiato o di parlare e di scoprire “un carillon segreto” che con mille riverberi ci dice che siamo incorporati all’opera, partecipiamo con lei al museo non solo in termini di rito collettivo ma come parte dell’opera. E improvvisamente questo rende felici.
Tutte le magie rendono felici.
Un’opera semplice, un artista, un “mago”, semplice dei nostri giorni.
Questo museo oggi ci dice che per capire si deve entrare, abitare, attivarsi, mettersi a disposizione, immergersi per poi riemergere

… la molla della “magia” induce a correre un “rischio”: cambiare.