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La mania di numerare.

Ciò che resta: l’uomo senza quantità…

Esiste un fenomeno di natura puramente umana: quello di contare, numerare, dare ordine alle cose in una sequenza lineare governata dal numero.
Questo è il post numero 100.
Siamo immersi nei numeri, Grazie a quelli viviamo. I numeri contano la nostra ricchezza e la nostra povertà. La nostra velocità. Contano il nostro tempo. Sono lì a dirci quanti siamo e traducono in cifra le emozioni che ci stanno intorno.

In un suo recente volume Andrea Branzi ragiona su questa idea del grande numero applicato alla popolazione mondiale. E’ una interpretazione visiva del termine geografico paesaggio umano.

In qualche modo mi fa pensare alle culture partecipative e alla sua qualità di costruire non tanto e non solo i contenuti ma, anche a livello visivo, un sistema di comunicazione comune a livello mondiale che diventa immagine di un modo di vivere il tempo e lo spazio.
Alcune persone, qualche milione di individui, hanno dei doppioni del proprio corpo, sono gli utenti dei mondi “virtuali”: gli avatar che popolano mondi dove ancora una volta non è la scenografia ma la compresenza di propri simili a costruire il paesaggio. L'”architettura” delle sim (il caso di second life) sembra essere spesso la sola occasione per richiamare attenzione del pubblico che si muove sulle land con assoluta libertà. Se il mondo reale ha un senso anche senza l’essere umano (una tra le tante specie animaii), ciò non vale per i mondi digitali (una prima e grande differenza).

Cito il testo di Branzi per la presenza di un capitolo in particolare che ho riportato nel tiolo e per alcuni pensieri che riguardano l’architettura e il disegno dei suoi spazi.

Sul pianeta siamo sei milardi e mezzo di persone, il doppio rispetto a cinquant’anni fa.
E’ abbastanza difficile avere eserienza di solitudine negli spazi pubblici. I luoghi che si visitano nei percorsi di viaggio sono invasi dall’esercito dei turisti, veri corpi di occupazione.
“Questo numero entusiasmante di persone che si muove liberamente nel mondo costruito determina un fenomeno paesaggistico assolutamente nuovo.
Le città sono gremite di persone, i luoghi di vacanza pure. Non è più l’architettura che fa le città, ma le persone che vi vivono e vi si spostano.
E’ un paesaggio mobile costituito da presenze espressive, che invadono ogni spazio e ogni luogo, e che sostituiscono il tradizionale scenario architettonico; introducendo nuove qualità e nuovi dispositivi di elaborazione della qualità reale dell’ambiente.”
La sfera animale, l’antroposfera è dinamica e fluida e disegna il paesaggio con la sua sola presenza. Elabora modalità di comportamento puntuali.
Ciò che fa la differenza tra una città e un’altra, tra una strada e un’altra, tra un territorio e un altro, non è più l’architettura e i suoi simboli formali, rigidi, immobili e lontani, ma le presenze umane, invadenti, viventi, varianti; uniche cellule portatrici di vere diversità, di eccezioni, di informazioni culturali profonde; terminali di memorie viventi di storie diverse.

Le presenze umane interrompono la prospettiva, creano flussi irripetibili di scene, non solo antropologiche, ma corporee.
Sei miliardi e mezzo di persone infatti costituiscono una sfera biologica, orizzontale, avvolgente, che invade lo spazio e crea, per estensione e densità, una specifica esperienza visiva.

Ma a cosa serve numerare? Perchè “l’uomo senza quantità”?
L’uomo senza quantità, per dirla con Andrea Branzi*, “è l’uomo a cui mancano informazioni sulla dimensione quantitativa di alcuni fenomeni che sono in corso; in mancanza di queste informazioni egli continua a fare riferimento a criteri di valutazioni sorpassati… Egli crede ancora che sia sufficente guardare il mondo per capirlo…”.

Quest’uomo rimane ormai isolato.
Non basta più guardare. Occorre dotarsi di abilità per riconoscere il mutamento e saperlo gestire, saperci fare e saperci stare per diventare punto di riferimento.

* Andrea Branzi, Modernità debole e difffusa, il mondo del progetto all’inizio del XXI secolo, Skira 2006

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Pensando a quello che si legge e si vede in giro, continuamente.

Oggi ho in mano un libro: Politica dell’immagine di David Levi Strauss della Postmedia Books. Mi è caduto l’occhio su questa frase di Roland Barthes del 1977: “Non è molto appropriato parlare di civiltà dell’immagine, siamo ancora, e più che mai, in una civiltà della scrittura, visto che la scrittura e il discorso continuano a rappresentare i caridini della struttura informativa” (Roland Barthes, Image-Music-Text. 1977)

Da qualche anno ho occasione, presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, di ragionare su temi quali: gli archivi di fotografia, le immagini e la necessità di associare testi a queste fotografie (che ancora hanno bisogno di essere fissate nei contenuti da parole).Guardare le immagini è un poco un modo per riscoprirne le storie, i racconti che si nascondono all’interno. I testi servono per guidare questa lettura, per individuarne la storia più vera perchè “la macchina fotografica è capace di mentire come la macchina da scrivere” (B. Brecht).

Richard Cross, un fotoreporter “idealista” ucciso all’età di 33 anni al confine tra il Nicaragua e l’Honduras nel 1983, scriveva nel 1981: “…i fotografi dovrebbero prendere l’iniziativa di avere più controllo su come vengono utilizzate le proprie foto e dovrebbero essere più interessati a come le loro foto vengono contestualizzate quando si raccontano dei fatti, a come si combinano immagini e testi”. Il suo “idealismo” era legato all’idea che il fotogiornalismo, se fatto in profondità e non per mercificare le guerre nostre o degli altri, come spesso accade, potesse risolvere le guerre.

Immagine sopra: riproduzione di una pagina del volume di Lucia Annunziata, Bassa intensità, Feltrinelli 1990