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Tre anni fa sono stato attirato dalla struttura fluida dello spazio digitale che è mutabile, si increspa e ti permette di scegliere qualunque posizione al suo interno. Tre sono gli anni di questo mio spazio. Dovrei dire due. Nell’ultimo anno mi sono impegnato a riempire il mio tempo altrove: nello spazio che mi circonda, lo spazio del mio lavoro. Tre anni che hanno accompagnato diversi lavori e in particolare un cantiere che ha visto la fine il 6 dicembre a Milano dove questa dimensione mutabile e fluida si trova: il Museo del Novecento, all’Arengario. Ogni lavoro è fatto di mille intenzioni, mille passaggi. Questi ultimi sono stati condivisi con Italo Rota. Molte delle cose sperimentate qui le ho passate lì dentro. Molto di quel progetto ha preso da questa dimensione. Dopotutto il digitale è una attitudine non uno stile. Generalmente le opere che compongono i nostri spazi sono costruite su un’idea determinata, su una direzione fissa… una tradizione che arriva direttamente dal rinascimento, dall’illuminismo. Troppo spesso siamo abituati a seguire “un filo del discorso” legato a uno “sviluppo della trama”. Nei miei lavori cerco sempre di introdurre un cambiamento lento slegato da una trama chiusa. Non una rappresentazione che si dichiara rigidamente ma un racconto aperto, che enuncia, dichiara richiama i personaggi che trovano un ruolo solo legandosi alle persone che vi entrano.

Voglio che i miei lavori siano spazi dove rimanere per qualche tempo, dove trasfigurare lentamente la propria percezione. E’ importante che lo spazio e il tempo si increspino come l’acqua che sfiorata ci cambia la percezione avuta fino a quel momento. Come nella Cripta dei Falconieri di Borromini a San Giovanni dei Fiorentini. Quello che cerco sono spazi che mediano tra una dimensione concettuale e una dimensione emozionale. Questa è una vera nuova opposizione per le opere contemporanee. Non esiste più un interior contrapposto ad una architettura degli esterni: lo spazio è tutto legato all’interno di una unica esperienza dilatata che si increspa continuamente al passaggio di ciascuno.

E’ il tempo del ritorno.

Ci sono persone che muovono il proprio immaginario sulla linea dell’orizzonte. Viaggiano, sognano nuove frontiere cercando di spostare “sempre più in là” la propria presenza all’interno di un pianeta che abbiamo d’un tratto scoperto finito. Muoversi lungo l’orizzonte, sulla superficie del pianeta in cerca di qualcosa di sempre più nuovo contiene una verità nascosta che in qualche modo svela molto della struttura stessa del viaggio. Per quanto ci si allontani dal punto di partenza, il nostro stesso cammino ci porta sempre più vicini all’origine della nostra partenza. Viaggiamo su una sfera dopotutto che ha una superficie esprimibile con una formula matematica e che ci dice che la sua superficie è finita ed esprimibile con un numero.
C’è chi invece muove il proprio immaginario sull’asse verticale, il proprio asse verticale: dal centro della terra verso l’infinito e oltre; sappiamo dove sta ma non sappiamo come sia fatto. Sta sopra la nostra testa. Poi ci sono persone come Jules Verne che viaggiano in tutte le direzioni, pure dentro lo spazio della terra.
Qui, ora, il punto di vista che esprimo su questo viaggio orizzontale, sulla sfera azzurra, si esprime come una peregrinazione all’interno del già noto: se anche io non conosco direttamente cosa c’è, qualcuno prima di me ha conosciuto e visto.
Il viaggio verticale è un viaggio che si muove prima di tutto su un piano del simbolico.
E’ viaggio dalla luce alle tenebre ad esempio. E’ un viaggio che agli estremi, simbolicamente ha due diverse forme di eternità opposte.
Sulla verticale viaggiano le dicotomie.
Ma è anche la prima vera conquista dell’uomo: dopo aver gattonato conquista la posizione eretta, la conquista dell’asse di stabilità di tutte le cose, l’opposizione alla forza di gravità.
E’ un percorso che mette in gioco molte certezze. Lo stesso significato di giorno e notte non hanno senso se ci si sposta sulla verticale. Il giorno ha senso solo se abitiamo in stretto contatto con il pianeta madre. Ha un senso in relazione ad una geo-grafia.
Ha invece senso il sopra in opposizione al sotto.
Le cose cadono verso il basso. Marina Cvetaeva, citata da Erri De Luca, scrive che “oltre l’ attrazione terrestre esiste l’ attrazione celeste”.

Come si torna a casa dopo un viaggio nei paesi lontani, così lungo la verticale si ritorna nella propria posizione eretta di partenza.
L’architettura ha interpretato più volte con molti modelli questa attitudine umana: l’invenzione dell’ala, la scala dello sciamano o la scalinata della ziggurat non sono che rozzi succedanei del volo. Per questo le ali e le altre architetture sono già mezzo simbolico di purificazione: permettono una elevazione.



foto Guido Massantini

Ascensione e discesa, luce e tenebre: senza citare tutto l’immaginario corrispondente di natura diurna e notturna, queste parole sia sul piano dei significati che del valore simbolico sono al centro dell’installazione appena inaugurata a Roma sabato scorso.
Il lavoro che ho preparato a latere di una ricerca in corso con un istituto del CNR, l’IRPPS, propone un lavoro sulle immagini che si fanno spazio offrendo una “discesa”, uno sprofondamento dentro di essa.
Di questo si tratta: un viaggio in discesa, verso il profondo di una immagine. E’ un calarsi in una architettura che si struttira su due opposti realizzata da Francesco Borromini, l’ultima sua fatica prima della morte tragica che si è riservato tutta per sè. La Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini custodisce un altare che nasconde sotto di sé la Cripta voluta dalla famiglia Falconieri. La dualità luce tenebre è già all’interno dell’architettura Borrominiana.
La discesa verso la cripta suggerisce una disposizione verso un qualcosa di “meno noto”; è un percorso che si fa metafora: porta sulla soglia di un mondo che non è reale bensì è virtuale in quanto è un doppio della realtà senza possederne la sostanza; suggerisce in chi guarda una disposizione verso la ricerca che si fa immagine nella fonte d’acqua dai toni della notte. Questa fonte riflette non una immagine ma un’intero luogo che suggerisce il tema della soglia tra uno spazio vertiginoso che ti porta a scendere ancora e uno spazio del ritorno.
Una soglia che ti pone il tema del “che fare?”.





Immagine dell’installazione presso San Giovanni dei Fiorentini

Location:
San Giovanni dei Fiorentini, Roma Via Acciaioli 2
dal 15 Maggio 2010 al 24 Giugno 2010
installazione di Fabio Fornasari
curata da Sveva Avveduto – CNR IRPPS
Sound design Paolo Ferrario/Ėsprit Machiniste

In viaggio per Roma. Verso un un nuovo lavoro che si inaugura questa sera.
In viaggio in treno, ora, con tutto me stesso all’interno di certe idee che mi porto dentro/dietro da tempo.
Da qualche parte devo avere scritto che i corpi sono spazi: oltre alla sua natura biologica contengono “cose” disposte secondo un ordine che non è sempre deciso da noi ma più spesso deciso dalle cose stesse.
I luoghi del corpo sono sensibili all’esterno: registrano spostamenti non solo fisici ma anche su altri diversi piani: del simbolico, del significato e di altri livelli. Ma aprono anche un dialogo costante all’interno della costruzione di doppi. Come un processo di costruzione di spazi “avatar” dentro di noi che poi sentiamo il bisogno di proiettare verso l’esterno attraverso strategie di costruzione, di significazione. Rispondere allo spazio dopo che questo è entrato in noi e ci ha posto una domanda. E’ come se gli spazi sentissero il bisogno di esser definiti da chi li attraversa.

Tempo fa inaugurai – sotto la cura di Maurizio Giuffredi – un nuovo progetto di Galleria d’arte a Bologna all’interno di un luogo particolare, un laboratorio di partecipazione che per lungo tempo e ancora oggi studia modelli di lettura e modificazione del territorio, XM24. Di loro ne parlai anche qui.
L’edificio in passato era stato usato dal Mercato Ortofrutticolo di Bologna. Quel pavimento ha registrato tutti i movimenti delle persone e delle cose che gli sono avvenuti sopra: macchie di pittura, segni, abrazioni: tutto visibile. Rinnovare la funzione di questo luogo attraverso una installazione site specific era l’unica condizione per potere procedere. L’unica possibilità per fare questo era operare con una procedura che non fosse di cancellazione della storia dello spazio ma nemmeno di conservazione. Era per me necessario sottolineare quella storia nel momento stesso in cui la si stava per perdere, attraverso il tema del doppio, di una immagine specchiata costruita fisicamente che dividesse e preparasse alla perdita, una forma di lutto.

Per questa “rielaborazione del lutto” della funzione dello spazio come luogo di lavoro ho applicato la tecnica dello strappo, aiutato da un restauratore – Davide Riggiardi. Una volta strappata la patina, è stata applicata sul muro adiacente, in verticale. Lo spazio e il suo doppio – la mia “proiezione” di quello spazio – erano in scena e la galleria fu aperta.

Stasera NON un’altra storia.

Catalogo della mostra. Le foto pubblicate nel catalogo sono di Daniele Lelli

Foto dell’allestimento




1969, Alpe di Siusi, dal cassetto di famiglia


Ricordare, riconoscere, cancellare, manipolare, smarrire, costruire e perdere ricordi e falsi ricordi sono tutte azioni psichiche che compiamo quotidianamente nelle situazioni che attraversiamo. “Carichiamo” e “scarichiamo” continuamente immagini dalla nostra mente; le mettiamo a continuo confronto, consapevole o inconsapevole, per costruire il paesaggio del nostro vissuto quotidiano.
Ci sono immagini che probabilmente ci portiamo dentro che non siamo in grado di riconoscere o di ricordare, immagini ed esperienze immemorabili, tanto lontane nella nostra memoria da non essere capaci nemmeno di pensarne l’esistenza. Sono immagini che se si ha l’occasione di rivedere non solo permettono di ricordare ma permettono anche di riannodare elementi apparentemente scollegati tra loro. Permettono di ricomporre alcuni elementi sparsi per dare un nuovo senso alle cose intorno. Hanno in sé una certa preveggenza che si manifesta nell’atto della visione, solo dopo che sono state “riviste”.

Luigi Ghirri è un fotografo che chi ha fotografato e chi “guarda” o chi lavora sullo sguardo del paesaggio non può non conoscere.
Troppe volte confuso con un meditativo e contemplativo del paesaggio, è un fotografo che ha un approccio concettuale, è un fotografo dei margini, di ciò che il tradizionale paesaggismo non si curava al tempo.
Venticinque anni fa era ripartito per un “Viaggio in Italia” che muoveva intorno alle periferie, ai luoghi lontani dalle attenzioni delle guide turistiche. Era ripartito dai dettagli del paesaggio per ricostruire una visione non solo fotografica dell’Italia; un’Italia fotografata per come si presentava realmente nel flusso della grande trasformazione epocale degli anni tra i settanta e gli ottanta.

Ghirri documenta un paesaggio che non sta sparendo ma che sta cambiando; un paesaggio sempre più frammentato. Il paesaggio, la sua idea, potrebbe essere letto con gli strumenti della psicanalisi: ai paesaggi coerenti, raccontabili attraverso la forma del panorama, succede un territorio di frammenti e di relitti, un territorio di scarti dimenticati, cancellati, rimossi.
Quei paesaggi che Gilles Clement pone all’interno del “Manifesto del terzo paesaggio”.
Quei paesaggi raccolti e reinventati dallo stesso Ghirri come nello stesso momento faranno nella Francia i lavori della Mission Fotographique de la D.A.T.A.R..
La fotografia, prima dei geografi, degli urbanisti e dei paesaggisti, svela come sta cambiando il paesaggio in Europa; non ha in mente una chiave quantitativa; pensa al nuovo modo di abitare; in altre parole, i fotografi, riconoscono e ridefiniscono l’immaginario del paesaggio.
Questo è il potere delle immagini: una immagine non è solo una realtà visiva ma soprattutto è la rappresentazione di ciò che la cultura può offrire, ricordare, nascondere ecc…




1979, Alpe di Siusi, Luigi Ghirri

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Kit The World: FUN to REZ


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FUN to REZ: Kit Lucanialab


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FUN to REZ: Kit Asian’s Tower


Ars in Ara si è chiuso.
Invitato a parlare delle cose alle quali sto lavorando di più e da tempo e che esprimono certamente l’idea della soglia, della transizione e i concetti tra un dentro e un fuori i mondi, ho espresso una mia idea di ambiente dai contenuti fortemente orientati verso una narratività degli spazi; un ambiente che si esprime con il fatto stesso di essere spazi abitati da persone che diventano loro stesse sfondo e protagonisti; usano lo spazio, lo abitano e lo fanno parlare, lo scrivono. In questo senso la parola “connettivo” si allarga a definire un paesaggio che non si limita al presente e alle tecnologie digitali ma in genere al sistema culturale.

Ma… chi non entra nei mondi virtuali? Per loro? Come spiegare cosa sono i mondi virtuali?
Per loro ho pensato ad un prodotto: un kit messo in una busta che permette di fare la prima esperienza che si ha rezzando (costruendo) nell’ambiente di second life; la busta contiene una land (un’isola sulla quale costruire), una shape (la forma di un oggetto) e con la texture applicata all’oggetto. Una prima conoscenza della grammatica dello spazio di Second Life.

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SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.

Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).

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Geografia del giardino da tavolo. Assemblaggio di parti di mondo.


Passeggiando per giardini, saltando le reti tra un link e un’altro.


In ognuna delle scatole cinesi che ognuno di noi abita (il proprio corpo-il proprio spazio intimo-la propria stanza-l’appartamento… il pianeta mondo… l’infinito) si tende ad organizzare le cose (materiali e immateriali, fisiche e concettuali) in un modo sempre simile a se stesso. Secondo un modello frattale di Mandelbroot.
Si tendono a ripetere sempre le stesse modalità. Riconosciuta questa si può quindi procedere all’interno di ogni scatola. Come dire: ridurre il problema alla dimensione affrontabile per applicarne il modello alla complessità successiva per dimensione. Questo è quello che si impara lavorando con lo spazio e le cose.
Ci sono modalità verticali e modalità orizzontali, sistemi ordinati e sistemi caotici. C’era un artista americano Joe Brainard che poneva tutte le sue cose una a fianco dell’altra. Lo faceva organizzando il suo spazio, la sua pagina di lavoro: le sue tavole, i suoi scritti erano un accrochage di elementi “paralleli”. Come nel testo “I remember”, preso e citato da George Perec nel frontespizio di “Mi ricordo”, un “dispositivo” letterario che affianca le memorie di chi scrive alle memorie di chi legge. Sono scritture che creano spazio. Non ne parlo in una chiave di nostalgia, ma di organizzazione spaziale e di accoglienza; parlo dell’assemblaggio delle cose che si posizionano una a fianco dell’altra e così facendo si concentrano intorno ad un centro (che siamo noi). E’ quello che accade nei giardini in miniatura, nei tiny garden, dove “citazioni” di mondo si affiancano l’uno all’altra e parlano, per citare Gilles Clement, della disposizione alla diversità, della disposizione ad accogliere prima di tutto un principio di accoglienza.
Ci sono cose che si possono impilare, le piante no. Devono stare una a fianco dell’altra, come dire che c’e’ un numero finito di piante che possono stare dentro al recinto ed è questo che definisce il giardino prima di tutto: essere finito. Ma la sua esperienza non ha limiti. Non hanno limiti i pensieri che si associano ai singoli elementi.
Questo racconto dal mio giardino da tavolo si presenta come un elenco non-scientifico che compone una attitudine all’accrochage, alla costruzione di un mondo in miniatura fatto di piante ma anche di cose. Mai inanimate nel senso dell’essere “senza un’anima”. Ogni pezzo, ogni cosa riporta ad altro in una geografia del vissuto che incrocia il vissuto di altri. Come seguendo dei filamenti sensibili.

1Ficus Microcarpa Ginseng-China. Asia

Mi ricordo che al tempo ascoltavo più musica elettronica inglese… poi vennero i Lali Puna e i Notwist e le cose cambiarono.

2Pachipodium Lamerei – Palma del Madagascar. Africa

Nel 2003 ci fu quel caldo eccezionale che fece morire una quantità enorme dei miei cactus

3Dracaena Sanderiana– Lucky Bamboo. Africa

“Non pensare ma osserva” dice Wittgenstaein da qualche parte che non ricordo più.

4Fockea Edulis– Sud Africa

5Adenium Arabicum. Arabia e Africa Orientale

Nel mio giardino da tavolo ci sono molte piante velenose. Da questa, dalle sue radici, si trae un veleno che immobilizza il cuore, Lo usavano bagnando la punta delle freccie. Ricordo che un giorno ho inavvertitamente assaggiato il siero che usciva da una delle sue foglie: non avevo mai sentito nulla di così amaro.

6. Boweia Volubilis. Sud-est Africa
7Pachira aquatica– Brasile. America del Sud
8Calibanus hookeri – Mexico. Centro America
9Scilla violacea – Ledebouria socialis. Sud Africa
10Aloe Vera. Mediterraneo
11Tillandsia Xerographica
12Tillandsia Xerographica
13Tillandsia Xerographica
14Tillandsia Xerographica
15– Lavalamp rosso carminio. Europa

I colori sono parte integrante del mondo. Non per fare una facile psicologia dei colori ma ci sono davvero colori che rendono felici. John Berger, un giorno, incontrando John Cristie, un amico artista, in un aeroporto, gli parla dei colori e della loro importanza. Da quel breve dialogo nasce una corrispondenza fatta solo di “colori” declinati nelle cose che li circonderanno ei giorni successivi l’icontro nell’aerporto. Il tutto è visibile nel volume I send you this Cadmimu Red

16Adenia Fruticosa– Tanzania. Africa

Altro discorso vale per le forme. Ricordo di avere comperato (e letto) un tempo un libro sull’arte e la terapia di tale Viktor Lowenfeld che divideva le persone tra visive e tattili. Il libro titolava “La natura delll’attività cretarice” e si occupava di letture di psicologie dell’arte sul tema del disegno infantile (Edizione Nuova Italia, 1968). Ricordo che leggendolo mi ero convinto di riconoscermi nella categoaria tattile: ogni volta che guardo qualche forma il mio corpo tenta di assumerne la stessa postura.
Non sono tutti molto d’accordo con questa mia idea.
Questa Adenia è unapiante davvero straordinaria per forma. Nel fusto assomiglia ad un Baobab; le foglie sono invece pentalobate, come dei penta-fogli. Ne sono subito rimasto affascinato per la sua forma quando l’ho comperata. La Schleich, la ditta che produce anche i Puffi. ha in produzione un albero Baobab giocattolo che quasi gli somiglia e al quale sto facendo la posta da tempo.

17– Cereus Aethipis
18Poliscia. Brasile. America del Sud
19Alocasia Amazonica– Sud-est asiatico
20Coffea– Pianta del Caffè. Africa
21Rosa di Jericho– Medio oriente
22 Crassula Tetragona. Sud Africa
23Aeonium Hawortii. Isole Canarie. Africa

Le piante sono fonte di studio da un punto di vista formale, ma la dimensione concettuale della natura è quella che più mi affascina quando penso in chiave di progetto. Questo in una dimensione liberata dalla tradizionale opposizione uomo-natura.

24Rosa di Jericho. Medio oriente
25Pachyphytum bracteosum. Mexico. Centro America
26Senecio mandraliscae. Diffuso in tutto il pianeta
27Crassula ovata. Sud Africa

Questa serie di piante le ho raccolte dai giardini altrui: sono pezzi di piante prese e piantate per talea recuperate girando. Costruire un giardino, per quanto sia d’appartamento è cosa diversa dal comperare solamente. Prendere un pezzo di pianta da una parte e farlo ricrescere è un’esperienza che crea un ulteriore filamento sensibile con il pianeta (parlo di piante non tutelate perchè quelle rare è sempre meglio lasciare nel loro habitat naturale)

28Nerium Oleander– Oleandro Bianco. Mediterraneo
29Sedum Acre. Europa
30Sedum Acre. Europa

Le due piante precedenti le ho trovate su di un muro lungo la passeggiata di La Spezia; piante selvatiche che hanno un ricordo legate a Second Life. le ho prese quando ero con Roberta e Laura e lì si parlava di Second Life e delle cose che stavamo facendo. Forse per questo motivo quando ho fatto la Lucania Lab ho progettato un sistema di “piante” che ricordano le Crassule.

31Rosa “Kassel”
32Senecio Rowleyanus. Europa

Questa pianta l’ho presa sulle rive di un fiume, sopra ad una roccia dove il sole “picchia caldo”. Nel corso di questo inverno il Reno ha ritrovato la potenza di anni ormai dimenticati: onde altissime avevano sradicato parte di queste piante e le avevano gettate sul sentiero di pietra pietra. Prendere le piante, in questo caso, assume ancora di più il senso di “prendersene cura”. Ho sempre pensato che la frase “prendersi cura di qualcuno o qualcosa” fosse slegato dallo scambio economico. Per questo le piante raccolte hanno un particolare valore.

33Echeveria Agavoides
34Fragaria Vesca– Fragola. Europa
35Perilla frutescens– Shiso Basilico Giapponese. Asia
36Tephrocactus articolatus var. Papyracanthus– Oligacanthus o Opuntia.
37Pietra selenite Europa
38– Modello della Fernsehturm. Berlino, Europa
39– Modello della Torre di Asian in plexyglass per la mostra Rinascimento Virtuale
40– Pietre. Europa

Dentro a questo contenitore, come in altri vasi “intorno” ci sono pezzi di mondo minerale che sono come la “calcificazione” di un ricordo dentro questo spazio. Sassi, conchiglie raccolte intorno. Comprese due polaroid che ho “preso” dove si vedono piante raccolte in immagini e altri oggetti: in particolare due elementi: una scheggia di 1 metro circa di una quercia colpita da un fulmine e un piccolo pupazzo proveniente dal Giappone raffigurante Totoro, un guardiano della foresta inventato dal grande Mihiazaky.

41– tappeto in cotone verde plissé
42– Nokya N82. Finland. Europe
43Gilles Clement, Le jardin en Mouvement de la valleé au Jardin planétaire. Sense e Tomka. Paris, 1999
44Gilles Clement Les Jardin planétaires. Jean-Michel Place. Paris 1999
45– Tim Richardson. Avant Gardeners. 22Publisghing. Milano 2008
46– Rolf. A. Stein. Il mondo in piccolo Giardini in miniatura e abitazioni nel pensiero religioso dell’Estremo Oriente. Il Saggiatore. Milano, 1987
47– Joshui Oshikawa. Manual of japanese flower arrangement. Kyoei p.co. Tokyo, 1957
48– George Perec. Specie di spazi. Bollati Boringhieri. Torino, 1989
49– George Perec. Mi ricordo. Bollati Boringhieri. Torino, 1988
50Elisée Reclus. Storia di un russello. Eleuthera, 2005
51– MacBookPro. Apple. California. America settentrionale
52Patric Blanc. Il bello di essere pianta. Bollati Boringhieri. Torino 2008
53Fischli Weiss. Flowers and questions. TATE. London, 2006
54Taryn Simon. An american Index of Hidden and unfamiliary. Steidl. Koln, 2007
55John Maeda. Maeda e media. Thames and Hudson. London, 2003
56Guido Gozzano. Tutte le poesie. Meridiani Mondadori. 1980
57Salvatore Quasimodo. Il fiore delle georgiche. Traduzioni . Mondadori, Milano 1952
58– David Toop. Ocean of sound. Costa e Nolan. Milano 1999
59– Sottofondo musicale. last.fm – Stazione radio di World’s End Girlfriend – Japan

Ho letto su un libro questo incipit:
A me conviene scomparire il più discretamente possibile.
Robert Walser

“in principio era il verbo…! poi divenne libro.
Fare un libro non è cosa banale. Pensarlo, scriverlo mettere insieme persone e cose è un atto fondativo. La nostra cultura, per quanto laica possiamo interpretarla, dà al libro una funzione centrale nella definizione di un pensiero. Senza dovere citare i testi sacri la nostra cultura è la collezione di idee, pensieri, immagini che hanno avuto nell’oggetto libro la consacrazione.
L’arte visiva la colse bene nel novecento: tra i primi i futuristi che fecero del libro d’artista il motore per veicolare le nuove idee dell’arte e dell’interpretazione della vita; a seguire le altre avanguardie storiche. Il novecento è un secolo fatto di libri, cataloghi, libri progetto, libri oggetto: luoghi dove sperimentare le idee, elaborarne delle nuove. Da Duchamp a Debord, da Martini a FLUXUS il libro diventa lo spazio della comunicazione e attira l’attenzione del pubblico in generale e dei collezionisti nel particolare. La forma libro ancora oggi, nel tempo del digitale, non è morta. Se ne dichiarò la fine negli anno 90, ma da quel momento si è assistito al suo esatto contrario. Non c’è mostra che non abbia il suo catalogo e non poteva non averlo Rinascimento Virtuale. Questa è una breve introduzione per annunciare, per chi non lo sapesse, che anche la mostra Rinascimento Virtuale ha il suo libro, il suo testo. Non parlo del saggio omonimo di Mario Gerosa dalla quale è nata, ma del catalogo voluto dallo stesso autore e curatore per la mostra di Firenze e che colleziona tutti gli artisti presenti in mostra. Da Kejko Morigi a Bettina Tizzy, da Therese Carfagno (questa settimana in mostra ad Arena) ad Arco Rosca passando per Gita Rau e Roxelo Babenko… (segue nel prossimo post e cioè qui)

Un ultimo tassello. Un piccolo documento che racconta qualcosa di Rinascimento Virtuale, uno spot di un qualcosa di molto più grande che contiene 150 artisti, realizzato usando la sola memoria del mio macbookpro.
Da un’idea di Mario Gerosa portata nella mia “testa” e realizzata sulla musica prodotta da Esprit Machinsite (Rinascimento Virtuale – Frank Koolhass talking).

. . . .

Grafica di Cristian Contini

Ogni giorno che passo davanti alla stazione di Milano e a quella di Bologna vedo il conto alla rovescia. Non sempre i conti alla rovescia sono perfetti o puntuali (Milano e Bologna hanno due giorni di differenza nel count down). Ma certo sappiamo ormai che il 21 di ottobre aprirà la mostra di Firenze, ideata, pensata, inventata, voluta e curata da Mario Gerosa.
La sua interpretazione (corretta e condivisa) mi ha convinto per un motivo semplice: è uno sguardo allargato, globale (a volo d’uccello) della produzione all’interno della rete. Non si perde in tecnicismi ma gli interessa osservare un mondo fragile in continua evoluzione.
Personalmente, invitato a curarne l’allestimento, ho iniziato questo lavoro non facile di portare nel mondo reale delle cose immateriali, in una forma di racconto. Mantenere questo sguardo allargato globale non è semplice. Non è il problema di mettere bacheche o di trovare le giuste immagini ma di costruire una vera installation art, dove tutto il museo racconta il senso del lavoro, ogni cosa assume un ruolo preciso all’interno della costruzione di senso della mostra. L’allestimento parte dalla negazione di un’enfasi verso un modo di vedere Second Life, un modo che “separa” la vita dentro second life da quella reale. Fin dal principio ho cercato ponti, limiti, regioni delle due modalità per vedere come tenerle unite seppure esse siano separate. La ricerca di questi limiti (da oltrepassare-riconettere) non muove da una visione globale generale ma da una posizione “obliqua” che cerca di studiare più il particolare, l’indizio minimo dal quale ricostruire tutto il senso della mostra.
Il faccia a faccia tra spettatore e Second Life è qui mediato da un dialogo tra civiltà differenti esposte nel museo e l’osservazione del singolo referto etnografico; l’osservazione del suo dettaglio ci mostra tanto delle nostre scelte estetiche operate nei mondi virtuali. Sono rimandi, riflessi di quello che siamo diventati.
Queste riflessioni, questi riverberi, diventano la sola vera guida per entrare nella Second Life per quello che è: uno spazio antropologico da vivere (studiare) a tutti gli effetti.
Quanto detto è il concetto espositivo che si affianca al lavoro curatoriale di Mario gerosa.
Per chi ancora non lo sapesse l’evento si colloca all’interno del Festival della Creatività e sarà fatto con la Fondazione Sistema Toscana
Alcune delle cose che sono state dette le trovate quiqui.
Qui trovate la presentazione del progetto nel quale si citano Moleskine (sostenitrice dell’evento-mostra Rinascimento Virtuale) con una che con l’aiuto di Adriana/Ginevra uno dei dispositivi irritativi che si incrocierà nelle sale.
Anche nel sito ufficiale della fondazione: intoscana.it, e nel sito del corriere della sera alla pagina “Culture”.