Archives for category: silenzio

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SENZA IMMAGINI
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Come si guarda o come non si guarda?

Ci sono momenti dove ci si trova nell’imbarazzo e dove ci si rende conto che gettare anche solo uno sguardo può avere qualcosa di morboso. Tutte le volte che mi capita mi torna in mente un semplice racconto di Calvino che ha Palomar per protagonista.
Nel racconto il suo personaggio sta studiando in quale modo dirigere lo sguardo e dove. La causa di ciò?: Una ragazza che prende il sole a seno nudo. La vicenda del signor Palomar e del suo imbattersi nella bella ragazza, rivela complessità inaspettate nonostante il racconto sia semplice e chiaro: l’uomo passeggia sulla spiaggia e, davanti alla ragazza a seno scoperto, non sa come comportarsi: quel seno può o deve guardarlo o ignorarlo? Saggiamente sceglie la seconda opzione: il signor Palomar, non ha intenzione di infastidire la ragazza e tanto meno vuole dare l’impressione alla ragazza di essere un cascamorto che vuole sedurla; ma neppure un moralista che getta lo sguardo altrove di fronte a qualcosa di così bello come il seno di una ragazza. Per questo motivo torna sui suoi passi e alla fine lo guarda. A quel punto, la ragazza si mostra infastidita, credendo che lui voglia corteggiarlo. L’esatto effetto contrario.
Dopotutto Paolmar ha un pensiero semplice in testa: verificare, ad ogni passaggio, se le regole che egli si dà, per osservare o per ignorare il seno, siano giuste. Ad ogni mutamento di pensiero sulla strategia possibile ne verifica l’atteggiamento e quindi il risultato.

Questa domanda sul potere o dovere guardare ci viene posta sempre di fronte ad un fatto eccezionale, un fatto isolato dalla continuità “solita”, quotidiana. DI fronte a “questi eventi” ci si pone sempre se si deve o non si può guardare. Ma il problema è in entrambi i casi come farlo, dimenticando che ignorare il problema del guardare sia l’unica soluzione.
Allora ci si costruisce un percorso che deve dimostrare che quello sguardo ha un interesse non morboso, ma che ne contenga dei livelli di coinvolgimento: guardando partecipo, ma non troppo.
Contemporaneamente è uno sguardo che veicola la sua appartenenza al giusto modo: si mostra per essere corretto, all’interno di una etica del guardare. Come tale deve essere comunicato.
Ma anche la critica allo sguardo sbagliato diventa il tema dello sguardo stesso.
Questo sguardo è supportato da un “io” da un qualcuno che lo guida e che alla fine lo fa per se stesso, spesso cercando una catarsi quando non cerca solo di essere il risultato di un pensiero speculativo.

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coloridelgiorno1231


“Il viaggio è una specie di porta, per la quale si esce dalla realtà per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”, scriveva Guy de Maupassant.
Guardare e viaggiare sono cose connesse. E il vedere ha sempre una relazione con il mezzo che stiamo usando. Banalità.
Viaggiare veloci è un poco come vedere le cose più lontane, staccate da noi. Viaggiare veloci sembra che ci liberi dal contesto, ci allontana da una responsabilità verso di esso. C’è poi una velocità che, se raggiunta, non ci libera più solo da una adesione alle cose dei luoghi ma dal pianeta stesso: ci libera dalla gravità terrestre.
Da tempo, viaggiando nei paesaggi, specie qui in pianura padana, mi chiedo “ma dov’e’ la gente, dove sono gli animali”
Si attraversano interi territori e dal finestrino del treno non si vede mai nessuno.
La chiamano food-valley ma non si vede nulla di animato, di animale. Solo cose meccaniche in movimento che rotolano lungo la strip d’asfalto autostradale: corrono pure loro velocemente in quel luogo astratto che è l’autostrada, spazio protetto dal contesto locale; corrono in un flusso continuo e inesorabile simile all’acqua del fiume.
Non c’e’ mai nessuno a piedi che cammina lungo un fiume, su una strada o che guarda.
E’ come se tutto questo, quello che si vede dal treno, fosse come una scenografia per coloroi che viaggiano, per convincere che qui va tutto molto molto bene (anche l’aver già visto influenza il guardare, avere memorie di visioni).

Martedì mattina, era presto, pure non c’era nessuno… Riprendendomi dalla lettura e guardando fuori…
Alla mia vista un sole freddo… Aveva fatto brina la notte. La galaverna.
Mi ritrovai con uno sguardo nella pianura bianca e celeste imbiancata dalla neve e ammorbidita da una nebbia rosata.
Sembrava mezzogiorno da quanta luce c’era… come se la luce si potesse riflettere su se stessa.
Un paesaggio splendido eppure non c’era nessuno per vederlo se non gli sguardi protetti dentro il treno veloce.
Nulla che animasse il paesaggio: né umano né meccanico; questo rendeva ancor più meravigliosa la visione: una solitudine perfetta, fredda.

Upload – anticipo di un prossimo pensiero:
Questo sul vedere e la visione… ma l’ascoltare? Ogni realtà è sonora.

Harold Pinter (1930-2008)

Elenco di alcuni dei suoi personaggi che ci lascia dentro ai dialoghi delle sue opere, intervallati dal silenzio che parlava più di ogni altra cosa dell’impossibilità del linguaggio di comunicare. Personaggi che abitavano ambienti claustrofobici -stanze, sottoscala, salotti – in un senso incombente di minaccia e di oppressione, immersi nel motivo di questo silenzio che diventa più significativo del dialogo:

Ellen: a girl in her twenties
Rumsey: a man of forthy
Bates: a man in his middle fhirties
Silence, 1969

silence/silenzio

Nicolas un uomo tra i 40 e i 50 anni
Victor, un uomo di 30 anni
Gila, una donna di 30 anni
Nicky, un bambino di 7 anni
One for the road, 1984

silence/silenzio

Man
Monologue, 1979

silence/silenzio

Mick, un uomo di quasi trent’anni
Aston, un uomo di poco più di trent’anni
Davies, un vecchio
The caretaker, 1960

silence/silenzio

Harry, un quarantenne
James, un trentene
Stella, una trentenne
Bill, un ventottenne
The collection, 1961

silence/silenzio

Duff, un cinquantenne
Beth, una donna sui quarant’anni
Landscape, 1969

silence/silenzio

Deborah
Hornby
Pauline
A kind of Alaska, 1973

silence/silenzio

Centralinista
Tassista
Victoria Station, 1982

silence/silenzio

Mac
Mac,1968

silence/silenzio

Voce 1, un giovane
Voce 2, una donna
Voce 3, un uomo
Family voices, 1982

silence/silenzio

Devlin, un uomo sui quarant’anni
Rebecca, una donna sui quarant’anni
Ashes to ashes, 1996

silence/silenzio

Andy, un uomo sulla cinquantina
Bel, una donna di cinquant’anni
Jake, yn uomo di ventotto
Fred, un uomo di ventisette anni
Maria, una donna di cinquant’anni
Ralph, un uomo sulla cinquantina
Bridget, una ragazza di sedici anni
Moonlight, 1993

silence/silenzio

Max, a man of seventy
Lenny, a man in his early thirties
Sam, a man of sixty-three
Joey, a man in his middle twnties
Teddy, a man in his middle thirties
Ruth, a woman in early thirties
The homecoming 1965

silence/silenzio

Disson
Wendy
Diana
Willy
Disley
Lois
Father
Mother
Tom
John
Tea party

silence/silenzio

Stott
Jane
Low
The basement, 1967

silence/silenzio

Man
Woman
Night, 1964

silence/silenzio

A
B
That’s your trouble, 1964

silence/silenzio

Mrs A
Mrs B
That’s all, 1964

silence/silenzio

Piffs
Lamb
Applicant, 1964

silence/silenzio

Interviewer
Jakes
Interview, 1964

silence/silenzio

1stMan
2ndMan
Woman
Dialogue for three, 1964

silence/silenzio

I

Nobel Lecture:

silenzio3

Racconto di Natale.
Mi piace pensare che la guardia del WWF, su questa costruzione, non abbia solo fissato una regola per non disturbare gli animali, ma abbia dato una istruzione musicale. Dopotutto molta musica contemporanea si definisce per avere una partitura che consiste solamente nelle istruzioni necessarie per l’esecuzione, senza note. Poi, dimenticate le istruzioni, arriva l’ambiente intorno a noi… il canto degli uccelli.

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Cinquanta anni dopo: John Cage. 4′ 33”. silence. David Tudor, play it again.
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