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Asian al Teatro alla Scala (Milano region)

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Al teatro di Voghera, cantiere

La cosa è evidente: è l’occhio che si adatta alle situazioni e non il contrario. Le cose intorno a noi sono le invarianti, tangibili nella loro presenza. A noi non resta che chiudere gli occhi, ma così facendo, ci apriamo verso un vuoto che ci rimanda a visioni che ci riguardano: ciò che si è appena visto e ciò che si ricorda.
La visione si scontra sempre con l’ineluttabile realtà di fronte ai nostri occhi. Ho nella testa alcune parole di Didi-Huberman sul tema del vedere e di una scissione dello stesso (tra vedere e toccare): vediamo ciò che è tangibile, toccabile “come se l’atto del vedere si concludesse sempre con la sperimentazione tattile di una superficie che si staglia davanti a noi, un ostacolo forse traforato, travagliato da vuoti” (pag 6, Il gioco delle evidenze, Fazi editore, 2008)
L’atto del guardare in RL è sempre legato alla nostra persona. La sua “tattilità” è chiara in quanto per spostare la visione dobbiamo comunque muovere il corpo. Aprire e chiudere le palpebre non è solo legato alla visione (all’atto di vedere nel senso della percezione visiva) ma è legato anche al nostro corpo, come il cambiare punto di vista è legato alla nostra posizione nello spazio.

La visione in second life è differente (non dimentichiamo che comunque l’avatar non vede ma ci trasmette informazioni su cosa lui “vede”: nell’ultimo atto siamo comunque sempre noi a tradurre in visione).
L’occhio che guarda – e che cerca disperatamente cose da guardare – si può spostare autonomamente rispetto al corpo-avatar: può essere in soggettiva ma anche funzionare come una steady cam: se blocco la visione su un altro avatar si genererà un piano sequenza (una forma precisa – narrativa – della ripresa cinematografia) che tiene al centro della visione quell’avatar (il target).
Inoltre le cose in second life hanno una caratteristica particolare: davanti a essi non c’è niente da credere o da immaginare perché non mentono, non nascondono niente, nemmeno il fatto di essere vuote. Come le opere del minimalismo “questi oggetti visivi che corrispondono senza resti ai propri confini sospendono ogni capacità ulteriore di immaginare, risucchiandola nel loro muto ingombro”.