Archives for category: contemporaneo

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senza parole

Testo accessibile: le cose che progettiamo spesso progettano noi

Il titolo sembra una bestemmia ma in italiano suonerebbe molto differente e distante dal significato. Questo per introdurre il tema.
Ci sono alcuni pensieri da verificare che ruotano intorno a questa palla e alla sua descrizione, la geografia, oggi neo.

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Alcuni pensieri: la geografia a nuvole (tag-geography o neogeography 2.0) permette all’utente del sistema di aggiungere le sue informazioni, diventando autore, storyteller. Anche io l’ho fatto: ho la mia pagina in Panoramio e lì ho messo le mie foto. Una scelta tra tante. Inizialmente era un gioco, poi ho capito che poteva essere un progetto (ogni progetto è un gioco per chi lo governa). Ad esempio il mio progetto su Google Earth ibridato con Panoramio (mash-up) è stato quello di collocare sulla grande mappa-satellitare le foto dei luoghi (edifici, spazi) attualmente “politicamente scorretti” e comunque non più in regola con il pensiero dominante: l’hotel Rossja di Mosca (oggi demolito per lasciare posto ad un enorme intervento immobiliare nel centro di Mosca), ciò che restava della Sovietische Architektur a Dresda ecc… Quelle immagini dei luoghi restano sulla carta come memoria visuale e raccontano le storie periferiche di quei luoghi. Questa outsider-geography si fa portatrice di racconti marginali, abbandonati, poco importanti per la contemporaneità dominante ma che comunque sono sempre parte della storia dei luoghi.

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Dresden, edificio degli anni 70 in stile sovietico. Al tempo della foto era già abbandonato ed esponeva alla sua base i progetti dell’edificio che lo sostituirà.

Ball of being, da Beautiful world Mieke Gerritzen

Lo stesso blog nel quale scrivo ne è una testimonianza: la fiction è stata sostituita dal racconto della realtà. Memorie, biografie, diari e racconti di vita riempiono le pagine del digitale. Il digitale stesso più abitato, second life, talvolta ne è uno specchio.
Anche io da tempo raccolgo storie legate all’abitare i luoghi. Faccio collezione di questi racconti anche a fini didattici: in un’epoca nella quale si è dichiarata la fine delle grandi narrazioni, come tanti, raccolgo storie, eventi fatti particolari apparentemente senza senso e senza una funzione. Tutti parlano di luoghi, spazi ed architetture. Non dicono questi racconti come si deve progettare una città o come ci si deve vivere, o ancora come si deve disegnare una architettura. Per me che li raccolgo, quanto meno servono per capire cosa sono le città e gli edifici in realtà, ancora meglio cosa significa abitarci dentro e intorno. E’ un modo distratto di guardare ai luoghi. Solo così, distrattamente, se ne capiscono i veri contenuti e ci si distrae dai problemi della forma.
Apro con questo post un altro argomento: visioni periferiche.

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Roadside america: Quartzsite; una città che conta all’anno 2 milioni di “abitanti” in movimento.

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Arthropods, New Design Future
E’ il titolo di un libro del 1971 che vedeva molto avanti: che cioè il design futuro avrebbe disegnato dei Pod che avrebbero cambiato il nostro rapporto con l’ambiente circostante.
Questo progetto-libro di Jim Burns mi è tornato in mente leggendo un post di Fabio dell’11 dicembre scorso: La comunicazione in testa. Riporto queste battute dal post: “Il mondo esterno diventa silenzioso (o molto meno rumoroso) e ci si può spostare nell’ambiente in una condizione di isolamento acustico.
Il nostro spazio privato portatile si muove con noi come una bolla che ci racchiude all’interno di uno spazio pubblico…
Noi e la nostra colonna sonora personale.”

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Haus Ruecker Co, Mind Expander, 1967

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Haus Ruecker Co, Environment transformer, 1968

Archigram, Coop Himmelblau, Haus Ruecker Co, e altri gruppi di artisti e architetti progettano oggetti che sono pensati per produrre evasioni dal paesaggio urbano: sono progetti creativi che usano le sensorialità e il valore simbolico dello spazio e delle cose per creare effetti di straniamento e per mettere in crisi la stessa idea di permanenza dello spazio urbano, la sua staticità e la sua temporalità, in altri termini i cardini della tradizionale architettura statica.
Sono tentativi di rifugi per costruire nuovi territori e nuovi paesaggi di relazione con lo spazio urbano; sono progetti che in generale dovrebbero essere lo scheletro per cambiare e rinnovare la percezione dell’ambiente esterno.

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E’ uscito per ISBN un volume che ci racconta Yves Klein all’interno di una sua seconda vita: quella del judo. Nella presentazione del volume originale del 1954, Klein parla di se e del suo approccio al judo dicendo che in principio il suo atteggiamento era legato all’energia: “Ho sempre pensato che fosse molto meglio sfondare le pareti piuttosto che perdere tempo a cercarne le chiavi e non riuscire per mancanza di calma e sangue freddo a trovare il buco della serratura”.
In un post precedente ho parlato del corpo nello spazio e dei valori tattili in relazione alla vista. Aggiungo qui un tassello muovendo da questo scritto di Klein che mi evoca i miei primi spostamenti in second life. Ogni movimento, il semplice camminare, rischia di essere “maleducato” goffo verso gli altri e le cose. La stima della distanza degli oggetti e delle persone è normalmente un atto del giudizio, coadiuvato dall’esperienza, acquisito con l’esercizio e non un semplice dato del senso.
Le idee di spazio, estensione, figura, movimento e quiete, la loro stessa percezione ci deriva dalla nostra comune esperienza di corpi.

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Qui i primi movimenti e spostamenti, visti con gli occhi di chi studia le percezioni, ci svelano una nuova volta come alcune sensibilità devono essere ricollegate tra loro. Vista e propriocezione, e cioè la percezione della posizione del proprio corpo in questo caso sdoppiato (io e l’avatar), devono riconnettersi all’interno di una nuova alleanza.
Inizialmente si sfondano porte e ribaltano persone, fino a a quando non si conoscono le proprie “chiavi” per muovere il proprio avatar (muoversi). In altre parole fino a quando non se ne conosce la disciplina del movimento.

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Yves Klein, Le Vide, 1958 presa qui.
La citazione di Yves Klein l’ho presa dal volume I fondamenti del judo, ISBN Edizioni, Milano 2007

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Villa Reale, GAM, Milano 2005, foto © Oscar Ferrari

Durante i lavori di rinnovamento della GAM, sono intervenuto dentro il museo con una intallazione temporanea che entrava in relazione con l’ambiente dialogando con le stanze del museo. Il cantiere necessitava di chiudere le sale e di metterle in sicurezza. Ho così colto l’occasione, in accordo con il conservatore del museo dott.ssa Maria Fratelli e con l’allora direttore dott.ssa Alessandra Mottola Molfino, per fare una installazione immersiva per il visitatore creando una dimensione all’interno di un altro tempo, contemporaneo, dove la relazione tra le persone, l’ambiente e la luce hanno assunto un valore concettuale.

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Villa Reale, GAM, Milano 2005, foto © Oscar Ferrari

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Villa Reale, GAM, Milano 2005, foto © Oscar Ferrari

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