Archives for category: geografia

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SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.

Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).

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Cartolina dell’aver trovato una nuova casa.


Sono tempi nei quali ci si deve muovere. Qualcuno potrebbe domandarsi: “perche’ gli uomini vanno girovagando invece di restarsene fermi?”
E chi sta fermo potrebbe chiedersi: “ma cosa vogliono questi da noi?”
Comunque sia: quanto movimento! E quanto mi piace: muoversi fa bene.

Ma dove risiede tanto affanno, tanta irrequitezza. E cosa spinge poi, una volta giunti a destinazione a colonizzare, a fondare e a rifondare la propria dimora, i propri simboli?
Ci sono due tendenze: la prima e’ quella di girovagare continuamente, caratteristica ereditata dai primi vegetariani che pascolavano ampi spazi territoriali in cerca sempre di nuove colture delle quali alimentarsi. La seconda tendenza e’ legata al bisogno emotivo, se non biologico, di avere una base, una caverna, un porto, una tana e un territorio, un possedimento. E’ qualcosa che abbiamo in comune con i carnivori. Queste due aspirazioni ce le portiamo dentro e tutte le popolazioni della terra hanno in qualche modo scelto se vivere stanziali, fondando civilta’, fondando citta’ e strutturando i territori e altre che hanno scelto la nazione mondo, la liberta’ di movimento che permette e richiede il nomadismo.
Le “civilta'” hanno sempre identificato nel nomade un vivere randagio, vagabondo, selvaggio. I nomadi erranti hanno per forza di cose una influenza disgregatrice, ma il biasimo di cui sono oggetto è sproporzionato rispetto al danno materiale che causano. “I nomadi sono esclusi, sono dei reietti. Caino “erro’ sulla superficie della terra” scrive Bruce Chatwin, l’irrequieto per eccellenza.
Chatwin si domanda spesso “Perche’ errare?”. E fa rispondere a persone come Pascal il quale diceva che l’infelicita’ dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. Ha bisogno di conoscere sempre nuovi spazi e di farli propri quanto meno interiormenete.
Per Montaigne il viaggio era un utile esercizio, in quanto la mente e’ stimolata di continuo dall’osservazione di cose note e sconosciute.
Così è nato il turismo, come una cura verso l’angoscia territoriale di chi abita un luogo.
Ma il movimento e la ricerca di un luogo nuovo da rifondare o da attraversare non e’ sempre spinta da necessità interiori o di conoscenza di nuove frontiere.
Popolazioni che fino a pochi anni fa erano vissute in rapporto diretto con le risorse dall’habitat circostante (nomadi, cacciatori-raccoglitori, semisedentari,gruppi tribali con una economia di sussistenza e secoli di adattamento ambientale) vengono travolti da cause esterne, guerre, disastri ecologici e provvedimenti autoritari. Questa condizione rende lo spazio sempre meno appartenente a chi lo abita. E questo porta a doversene andare.
Franco La Cecla nel suo libro Mente Locale scrive che “… la mobilita’ volontaria o forzata dell’ultimo decennio porta un impronta che non e’ quella del muoversi dei nomadi, ma del vagare di chi si e’ perduto.”
Come aveva intuito Calvino le città sono divenute invisibili agli stessi abitanti. Spesso ad un movimento segue un atto di fondazione.
La cinematografia di genere, la fantascienza, ci ha gia’ proposto il tema della fondazione.
Ora non si parla piu’ di fantascienza: l’orizzonte di una “fondazione marziana” non e’ cosa remota e se si pensa al tempo che viene speso per realizzare opere pubbliche come ponti e strade forse vedremo prima porre piede d’uomo su marte rispetto ad una corsa a piedi tra Scilla e Cariddi.


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Un mondo altro. “C’è vita su Marte?”


Il primo desiderio sara’ quello di fondare, costruire una nuova citta’. Ma come sara’ fatta? Saremo sempre nomadi o resteremo stanziali? Comunque sia e sarà fatta è importante che ne saremo gli autori, non come architetti, ma come abitanti.
Ci siamo dimenticati di essere autori della nostra geografia.
Perche’ al di là dello stare fermi o del muoversi, abitare stanziali o abitare nomadi, essere turisti o viaggiatori, l’abitare stesso è un godimento del mondo, un soddisfarsi di esso avendone bisogno.


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Quando si lascia. Rovine


Abitare significa rendersi conto. Rendersi conto di cosa? Viviamo troppo e solo di percezioni. Questo non basta. Percorrere il mondo, solcarlo in tutti sensi non come una corsa senza fine, non come il solo pretesto di una accumulazione disperante, né come illusione di una conquista, “… ma come ritrovamento di un senso, percezione di una scrittura terrestre, di una geografia di cui abbiamo dimenticato di esserne gli autori” dice George Perec in Specie di spazi.
Scusate, ora devo andare.

(Bologna, 2001)

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Foto-montaggio-souvenir dalla gita su Google Mars (rinnovato in occasione dei 150 anni dell’astronomo Schiapparelli)

Prelude to Space Travel

Within the next 10 or 15 years, the earth can have a new companion in the skies…


Werner Von Braun
Accross the space frontier
Crower-Collier 1953




La conquista dell’inutile


Fitzcarraldo
Al cuoco dei suoi cani! A Verdi! A Rossini! A Caruso!
Don Araujo
A Fitzcarraldo, signore e conquistatore delle cose inutili!


Fitzcarraldo
Werner Herzog
La conquista dell’inutile, Mondadori 2007
anche su:
Fitzcarraldo
1982 Ugo Guanda editore


Prendo a pretesto la nuova edizione di “Google Mars” rilanciata da ieri in occasione dei 150 anni dalla nascita di Giovanni Schiapparelli, lo scienziato italiano che disegnò la mappa di Marte; lo faccio per un pensiero sull’abitare e l’alterità, sulla fantascienza e la tecnologia.
Se la luna ha sempre rappresentato qualcosa come “l’altra faccia di noi”, Marte ha sempre avuto il ruolo di rappresentare un destino, reciproco: o il luogo della nostra umana salvezza futura (in seguito ad un paziente “terraforming”) o, all’opposto, il luogo dal quale i destinati – i marziani – a vivere sulla terra sarebbero arrivati per sconfiggerci .

La nostra esperienza di marte è sempre stata di natura cinematografica (mettendoci dentro pure il Ray Bradbury delle Cronache marziane che ne ha alimentato continuamente l’immaginario) per non dire Hollywoodiana. Il cinema di fantascienza ha una semplice caratteristica: annulla le distanze. L’infinito diventa finito e l’ignoto diventa noto. La fredda immensità dello spazio impersonale, il terrore dell’uomo di fronte all’universo e al vuoto – là fuori – vengono ridotti attraverso la riduzione ad immagine di ciò che è alieno. Il paesaggio dell’infinito viene sovvertito a finito e grazie agli effetti speciali assume un carattere ottimista controllato dalla tecnologia. Google Earth è l’effetto speciale quotidiano che ha annullato le distanze, ha reso note le sequenze di ciò che sta lungo le strade di città a noi aliene, come un dispositivo cinematografico. Lo sgomento e il terrore sono annulati.
Il ritratto che si ha di Marte somiglia ai deserti terrestri costellati da crateri.
Ma il cinema di fantascienza recupera lo stupore nello sguardo delle cose terrestri… “osservando quei paesaggi marini misteriosi, e silenzioni:la sabbia bagnata e scura e la spuma del mare che si frange silenziosamente contro le geometrie bizzarre e indefinibili delle rocce a picco… lo spettatore è costretto a riconoscere, seppure inconsciamente, la pochezza e la precarietà della stabilità dell’uomo, la sua vulnerabilità al vuoto che c’e’ qui come là fuori, l suo isolamento totale, la caducità del suo corpo”* ed il totale interesse degli occhi di madre natura.
In contrapposizione agli altri mondi immaginati creati nei set o ai mondi reali o ai mondi virtuali talmente pieni di tecnologia da sembrare a misura d’uomo sono i deserti e la spiaggia, l’autostrada e la propria casa che ci viene presentata come alterità minacciosa. Quando la terrà che ci ha nutriti ci minaccia siamo davvero perduti nello spazio.

Morale: Google Earth, pure nella “versione” Mars ci rende noti e familiari anche i luoghi più alieni: dal pianeta rosso alle botteghe che si allineano su una strada di Madrid o Pechino; ma può poco contro il nostro perturbamento verso la realtà più prossima. Non ci sono effetti speciali per le nostre paure più profonde.

*Vivian Sobchack Spazio e Tempo nel cinema di fantascienza, Bononia University press, 2002

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Geografia del giardino da tavolo. Assemblaggio di parti di mondo.


Passeggiando per giardini, saltando le reti tra un link e un’altro.


In ognuna delle scatole cinesi che ognuno di noi abita (il proprio corpo-il proprio spazio intimo-la propria stanza-l’appartamento… il pianeta mondo… l’infinito) si tende ad organizzare le cose (materiali e immateriali, fisiche e concettuali) in un modo sempre simile a se stesso. Secondo un modello frattale di Mandelbroot.
Si tendono a ripetere sempre le stesse modalità. Riconosciuta questa si può quindi procedere all’interno di ogni scatola. Come dire: ridurre il problema alla dimensione affrontabile per applicarne il modello alla complessità successiva per dimensione. Questo è quello che si impara lavorando con lo spazio e le cose.
Ci sono modalità verticali e modalità orizzontali, sistemi ordinati e sistemi caotici. C’era un artista americano Joe Brainard che poneva tutte le sue cose una a fianco dell’altra. Lo faceva organizzando il suo spazio, la sua pagina di lavoro: le sue tavole, i suoi scritti erano un accrochage di elementi “paralleli”. Come nel testo “I remember”, preso e citato da George Perec nel frontespizio di “Mi ricordo”, un “dispositivo” letterario che affianca le memorie di chi scrive alle memorie di chi legge. Sono scritture che creano spazio. Non ne parlo in una chiave di nostalgia, ma di organizzazione spaziale e di accoglienza; parlo dell’assemblaggio delle cose che si posizionano una a fianco dell’altra e così facendo si concentrano intorno ad un centro (che siamo noi). E’ quello che accade nei giardini in miniatura, nei tiny garden, dove “citazioni” di mondo si affiancano l’uno all’altra e parlano, per citare Gilles Clement, della disposizione alla diversità, della disposizione ad accogliere prima di tutto un principio di accoglienza.
Ci sono cose che si possono impilare, le piante no. Devono stare una a fianco dell’altra, come dire che c’e’ un numero finito di piante che possono stare dentro al recinto ed è questo che definisce il giardino prima di tutto: essere finito. Ma la sua esperienza non ha limiti. Non hanno limiti i pensieri che si associano ai singoli elementi.
Questo racconto dal mio giardino da tavolo si presenta come un elenco non-scientifico che compone una attitudine all’accrochage, alla costruzione di un mondo in miniatura fatto di piante ma anche di cose. Mai inanimate nel senso dell’essere “senza un’anima”. Ogni pezzo, ogni cosa riporta ad altro in una geografia del vissuto che incrocia il vissuto di altri. Come seguendo dei filamenti sensibili.

1Ficus Microcarpa Ginseng-China. Asia

Mi ricordo che al tempo ascoltavo più musica elettronica inglese… poi vennero i Lali Puna e i Notwist e le cose cambiarono.

2Pachipodium Lamerei – Palma del Madagascar. Africa

Nel 2003 ci fu quel caldo eccezionale che fece morire una quantità enorme dei miei cactus

3Dracaena Sanderiana– Lucky Bamboo. Africa

“Non pensare ma osserva” dice Wittgenstaein da qualche parte che non ricordo più.

4Fockea Edulis– Sud Africa

5Adenium Arabicum. Arabia e Africa Orientale

Nel mio giardino da tavolo ci sono molte piante velenose. Da questa, dalle sue radici, si trae un veleno che immobilizza il cuore, Lo usavano bagnando la punta delle freccie. Ricordo che un giorno ho inavvertitamente assaggiato il siero che usciva da una delle sue foglie: non avevo mai sentito nulla di così amaro.

6. Boweia Volubilis. Sud-est Africa
7Pachira aquatica– Brasile. America del Sud
8Calibanus hookeri – Mexico. Centro America
9Scilla violacea – Ledebouria socialis. Sud Africa
10Aloe Vera. Mediterraneo
11Tillandsia Xerographica
12Tillandsia Xerographica
13Tillandsia Xerographica
14Tillandsia Xerographica
15– Lavalamp rosso carminio. Europa

I colori sono parte integrante del mondo. Non per fare una facile psicologia dei colori ma ci sono davvero colori che rendono felici. John Berger, un giorno, incontrando John Cristie, un amico artista, in un aeroporto, gli parla dei colori e della loro importanza. Da quel breve dialogo nasce una corrispondenza fatta solo di “colori” declinati nelle cose che li circonderanno ei giorni successivi l’icontro nell’aerporto. Il tutto è visibile nel volume I send you this Cadmimu Red

16Adenia Fruticosa– Tanzania. Africa

Altro discorso vale per le forme. Ricordo di avere comperato (e letto) un tempo un libro sull’arte e la terapia di tale Viktor Lowenfeld che divideva le persone tra visive e tattili. Il libro titolava “La natura delll’attività cretarice” e si occupava di letture di psicologie dell’arte sul tema del disegno infantile (Edizione Nuova Italia, 1968). Ricordo che leggendolo mi ero convinto di riconoscermi nella categoaria tattile: ogni volta che guardo qualche forma il mio corpo tenta di assumerne la stessa postura.
Non sono tutti molto d’accordo con questa mia idea.
Questa Adenia è unapiante davvero straordinaria per forma. Nel fusto assomiglia ad un Baobab; le foglie sono invece pentalobate, come dei penta-fogli. Ne sono subito rimasto affascinato per la sua forma quando l’ho comperata. La Schleich, la ditta che produce anche i Puffi. ha in produzione un albero Baobab giocattolo che quasi gli somiglia e al quale sto facendo la posta da tempo.

17– Cereus Aethipis
18Poliscia. Brasile. America del Sud
19Alocasia Amazonica– Sud-est asiatico
20Coffea– Pianta del Caffè. Africa
21Rosa di Jericho– Medio oriente
22 Crassula Tetragona. Sud Africa
23Aeonium Hawortii. Isole Canarie. Africa

Le piante sono fonte di studio da un punto di vista formale, ma la dimensione concettuale della natura è quella che più mi affascina quando penso in chiave di progetto. Questo in una dimensione liberata dalla tradizionale opposizione uomo-natura.

24Rosa di Jericho. Medio oriente
25Pachyphytum bracteosum. Mexico. Centro America
26Senecio mandraliscae. Diffuso in tutto il pianeta
27Crassula ovata. Sud Africa

Questa serie di piante le ho raccolte dai giardini altrui: sono pezzi di piante prese e piantate per talea recuperate girando. Costruire un giardino, per quanto sia d’appartamento è cosa diversa dal comperare solamente. Prendere un pezzo di pianta da una parte e farlo ricrescere è un’esperienza che crea un ulteriore filamento sensibile con il pianeta (parlo di piante non tutelate perchè quelle rare è sempre meglio lasciare nel loro habitat naturale)

28Nerium Oleander– Oleandro Bianco. Mediterraneo
29Sedum Acre. Europa
30Sedum Acre. Europa

Le due piante precedenti le ho trovate su di un muro lungo la passeggiata di La Spezia; piante selvatiche che hanno un ricordo legate a Second Life. le ho prese quando ero con Roberta e Laura e lì si parlava di Second Life e delle cose che stavamo facendo. Forse per questo motivo quando ho fatto la Lucania Lab ho progettato un sistema di “piante” che ricordano le Crassule.

31Rosa “Kassel”
32Senecio Rowleyanus. Europa

Questa pianta l’ho presa sulle rive di un fiume, sopra ad una roccia dove il sole “picchia caldo”. Nel corso di questo inverno il Reno ha ritrovato la potenza di anni ormai dimenticati: onde altissime avevano sradicato parte di queste piante e le avevano gettate sul sentiero di pietra pietra. Prendere le piante, in questo caso, assume ancora di più il senso di “prendersene cura”. Ho sempre pensato che la frase “prendersi cura di qualcuno o qualcosa” fosse slegato dallo scambio economico. Per questo le piante raccolte hanno un particolare valore.

33Echeveria Agavoides
34Fragaria Vesca– Fragola. Europa
35Perilla frutescens– Shiso Basilico Giapponese. Asia
36Tephrocactus articolatus var. Papyracanthus– Oligacanthus o Opuntia.
37Pietra selenite Europa
38– Modello della Fernsehturm. Berlino, Europa
39– Modello della Torre di Asian in plexyglass per la mostra Rinascimento Virtuale
40– Pietre. Europa

Dentro a questo contenitore, come in altri vasi “intorno” ci sono pezzi di mondo minerale che sono come la “calcificazione” di un ricordo dentro questo spazio. Sassi, conchiglie raccolte intorno. Comprese due polaroid che ho “preso” dove si vedono piante raccolte in immagini e altri oggetti: in particolare due elementi: una scheggia di 1 metro circa di una quercia colpita da un fulmine e un piccolo pupazzo proveniente dal Giappone raffigurante Totoro, un guardiano della foresta inventato dal grande Mihiazaky.

41– tappeto in cotone verde plissé
42– Nokya N82. Finland. Europe
43Gilles Clement, Le jardin en Mouvement de la valleé au Jardin planétaire. Sense e Tomka. Paris, 1999
44Gilles Clement Les Jardin planétaires. Jean-Michel Place. Paris 1999
45– Tim Richardson. Avant Gardeners. 22Publisghing. Milano 2008
46– Rolf. A. Stein. Il mondo in piccolo Giardini in miniatura e abitazioni nel pensiero religioso dell’Estremo Oriente. Il Saggiatore. Milano, 1987
47– Joshui Oshikawa. Manual of japanese flower arrangement. Kyoei p.co. Tokyo, 1957
48– George Perec. Specie di spazi. Bollati Boringhieri. Torino, 1989
49– George Perec. Mi ricordo. Bollati Boringhieri. Torino, 1988
50Elisée Reclus. Storia di un russello. Eleuthera, 2005
51– MacBookPro. Apple. California. America settentrionale
52Patric Blanc. Il bello di essere pianta. Bollati Boringhieri. Torino 2008
53Fischli Weiss. Flowers and questions. TATE. London, 2006
54Taryn Simon. An american Index of Hidden and unfamiliary. Steidl. Koln, 2007
55John Maeda. Maeda e media. Thames and Hudson. London, 2003
56Guido Gozzano. Tutte le poesie. Meridiani Mondadori. 1980
57Salvatore Quasimodo. Il fiore delle georgiche. Traduzioni . Mondadori, Milano 1952
58– David Toop. Ocean of sound. Costa e Nolan. Milano 1999
59– Sottofondo musicale. last.fm – Stazione radio di World’s End Girlfriend – Japan

Ho letto su un libro questo incipit:
A me conviene scomparire il più discretamente possibile.
Robert Walser

nord


Still da Aleksandr Sokurov, Povinnost – Confessione 1998 – film a puntate per la tv russa




Una prima domanda: perché un racconto del nord? Il motivo è semplice: cI sono parole che sono come grandi contenitori di spazi e di racconti. La parola “nord” è una di queste. Normalmente uso la parola “racconto” per recuperare una dimensione narrativa e descrittiva e per uscire dalla dimensione di notizia, informazione, numero, statistica sulla quale si sta appiattendo e uniformando la nostra esperienza, conoscenza e trasmissione del mondo; in particolare la riduzione della costruzione di una sua coscienza in noi.
Dico questo dopo aver visitato la mostra alla Fondation Cartier “Terre Natale”, dove il mondo è ridotto ad un dato non più sensibile ma ad un dato numerico introdotto in una affascinante teatralizzazione della geografia dove i punti cardinali segnano le ordinate e le ascisse dello spostamento continuo e ineluttabile delle popolazioni, come spinte da “perturbazioni” delle quali “nessuno è responsabile”. Come dire: un terribile amore per la catastrofe (recuperando e parafrasando da James Hillman un titolo per un “verosimile” Paul Virilio). Anche la parte di “immagini” di Depardon al piano superiore presenta i suoi contenuti come “dati visivi” o “dati acustici” ormai visivamente consumati.
Il problema non è dire se è bella o se è brutta questa mostra ma a cosa ci serve, cosa ci lascia dopo che l’abbiamo visitata. Quale è il suo contributo per spostare ciò che già sappiamo, per spostare il nostro immaginario, per fare cresecere la nostra coscienza sul mondo anche solo di un centimetro?
Me lo sto ancora chiedendo.


Per questo ragiono sullo “spostamento” di un punto cardinale, il nord, lasciando ferme le popolazioni.


Dov’è il Nord? A York è sul Tweed.
Sul Tweed è nelle Orcadi, ma lì
è in Groenlandia, a Zembla, o Iddio sa dove…

Alexander Pope


Ma dove sta il nord?
Ci sono stati giorni in cui era come se il nord geografico fosse scivolato lungo le pareti del globo per portarsi al centro della pianura padana. Si è spostato con tutto ciò che di sublime si porta dietro: non solo il freddo ma una dimensione cromatica della luce, della quale ho scritto, e una relazione di attrazione e rigetto per il nostro corpo: la neve e il gelo sono comunque una condizione di sorpresa nel paesaggio che scardina le abitudini ne “inverte” i significati e fa percepire la propria terra natale come ostile, lontana dalle abitudini e dalle consuetudini. Questa “inversione” di condizioni del paesaggio dalla comodità all’ostilità forgia e consolida la nostra individualità nei confronti della natura e della sua ormai rivalutata superiorità.
I passi attutiti nella neve e i suoni ovattati, ripuliti dal riverbero, saranno una memoria di quest’inverno. Memoria registrata nei nostri corpi oltre che nei nostri pensieri.


Ma il nord, come punto cardinale, resta sempre fermo ed è innanzitutto il centro intorno al quale ci orientiamo. E’ una certezza. Ha in se una dimensione sublime seppur ostile e minacciosa. Remo Bodei nel suo ultimo volume “Paesaggi sublimi, gli uomini davanti alla natura selvaggia” parla di questa natura del sublime in relazione ai territori inadeguati ad ospitare l’uomo.
Il lavoro di Sokurov racconta di questo sublime, di questa ostilità e dell’ineluttabilità di questo nord. Quasi a volerlo in qualche modo farlo passare come “archetipo”.
Il film mostra i pensieri di un capitano di marina che, conducendo la propria nave nel più estremo nord, approfitta delle lunghe notti artiche, dell’indefinitezza del paesaggio per riflettere a lungo e profondamente sulla propria natura di uomo, di soldato, di marinaio. Sokurov fa sospendere l’emozione tra la contemplazione del mondo esterno e l’universo compresso della nave popolato da volti di marinai che portano i suoi pensieri alla sua gioventù. Il mondo esterno è un mondo che non può conoscere e che immagina statico, insopportabile senza il conforto della letteratura. E di letteratura, il nord ne è piena. Il nord è un punto che si dilata per diventare contenitore infinito di immaginari. Ma, come visto, è anche un punto che si sposta e come dice Davidson nell’Idea di Nord “dovunque lo situiamo il nord sta più a nord. altrove…” anche se quest’anno questo nord è sceso abbastanza al sud.
MORALE: Per concludere, il nord ballerino, il nord che ci gioca gli scherzi, che si avvicina e si allontana, che si offre come sicurezza nella geopolitica che si nasconde e riappare ci suggerisce una diversa attitudine verso di esso (come parte del TUTTO globale) e una rinnovata coscienza geografica.

Il primo dell’anno ha una sua caratteristica tutta speciale: è come se fosse sospeso nel tempo. E’ un luogo temporale dove si possono ripensare alcune cose. Così “ripenso” ad un “racconto”, una biografia associata ad una idea di luogo scritto su commissione dall’amico Piero sui temi di una topologia.

(…) Nei tempi in cui nessuna visione Tarkovskiana poteva ancora avermi influenzato il guardare e il riconoscere le cose, con i due soliti amici Stefano e Luca – in tre non facevamo i qurantanni – procedevamo nel quartiere grazie al caso suggerito facendo ruotare un sasso a forma di penna. Di caso in caso il quartiere (tra i più grandi e problematici di Bologna) è stato da noi conosciuto e ogni luogo ci riservava sorprese. Il mio quartiere al tempo era un luogo pieno di scoperte da fare: andava dal greto del fiume Reno fino al grande cantiere della nuova tangenziale urbana.

Lo stesso quartiere era anche un grande “cassetto” dove mettere le cose che non si potevano tenere in casa: brandelli di giornaletti “sporchi” recuperati nei cantieri edilizi che rappresentavano cose al tempo ancora poco chiare da capire, le 5000 lire trovate a terra che di giorno in giorno si trasformavano in ghiaccioli e liquirizie o il fasciame di legna trafugato da ciò che restava di un vicino rivenditore di semilavorati per falegnami che permise a noi di costruire numerose possibilità di divertimento.

trecinni

Credo che lì, “tra la via Emilia e il west” – di Gucciniana memoria – si sia formata la mia coscienza geografica e che quel metodo, privo di speculazioni intellettuali ma solo frutto di uno spirito ludico vero e pieno, sia responsabile di tanto mio modo di fare di oggi.
Il film Stalker di Tarkowski mi ha dato solo delle conferme: anche lì, nella zona, a guidare è lo stalker che non pensa in relazione a una conoscenza ma in relazione a un’esperienza del luogo.
Ho sempre pensato questo in relazione alle situazioni e ai luoghi. Ho sempre diffidato delle emozioni legate alla letteratura dei luoghi in favore di un’esperienza diretta.

La letteratura dei luoghi da me preferita è quella più lieve dei racconti di Robert Walser sulla passeggiata, di Peter Handke sui pomeriggi a zonzo dello scrittore medesimo: la presentazione di un’attitudine a stupirsi, già introdotta da H.D.Thoreau nel suo saggio sul Camminare.
La stessa attitudine di uno spirito lieve che si lascia corrompere dal caso è sperimentata anche nel mondo dei manga da Jiro Taniguchi in diversi suoi romanzi a fumetti.
I luoghi migliori sono sempre quelli che al momento si trovano davanti allo sguardo e che mi chiedono di essere conosciuti. Si presentano complici. Non c’è luogo che non nasconda una storia da scoprire e da vivere e infine da raccontare.

Ci sono luoghi che sedimentano dentro di noi e che vengono rivisitati come si faceva con le favole. “A mille ce n’è…” cantava la canzoncina e come una formula ipnotica ti apriva all’esperienza della favola, dove si imparava molto più di una storia: si imparava a stare al mondo. Potere delle metafore e della capacità dei bambini di assorbirle senza bisogno di spiegazioni.
Così sono i luoghi.
Spesso, sono pezzi di strada brevi, percorsi a piedi, ma all’interno della loro visione mi sento particolarmente a mio agio: la via Francesca a Sambuca Pistoiese, un tratto di 30 metri fatto di luce, pietre, frasche. Un’esperienza che si colora di viola chiaro improvvisamente. In quei trenta metri vieni ripagato di tutta la fatica per raggiungerli. L’effetto funziona sia che sia nuvoloso, sia che ci sia il sole perché comunque quel colore risuona in quel tratto e solo in quel tratto.
Come tutte le favole hanno un termine, così uscire da un luogo, da un racconto, ha bisogno di un evento come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore al termine della seduta. Uscire da un luogo: non lo si può fare girandosi all’indietro ma sempre guardando avanti, come insegna il mito.
E’ come per tutte le storie: per ascoltare un luogo “… basta un po di fantasia e di bontà…”.
Click

C’è un aspetto di Rinascimento virtuale difficile da cogliere se si osservano le fotografie su flickr. E’ però nelle parole e negli scritti di Mario: la dimensione sociale dell’arte prodotta in SL. In fondo questa mostra (a fianco dei suoi testi) è il primo fondamentale passo per una storia sociale di Second Life.
A chiusura dell’articolo metto la tenda-comunicativa esposta nella mostra per fornire i primi strumenti di lettura, le chiavi per capirne meglio i contenuti. Un oggetto che fa parte di una serie completa che nessuna fotografia da sola può trasmettere: la tenda con il testo introduttivo di Mario. Tutta la mostra è pensata come una estensione concettuale della rete: la comunicazione non è avvenuta su pannelli museografico, su pannelli didattici, ma è il corpo stesso della mostra. Abbiamo usato la stessa modalità del “mondo” di comunicare attraverso l’ambiente e non attraverso le targhette… ma chi non l’ha ancora vista non può coglierne i valori di novità. E’ una mostra che non può essere giudicata dalle sue fotografie. Come Second Life deve essere vista dall’interno.
Non è una mostra che promuove singoli artisti ma un evento che sta dentro ad una grande narrazione collettiva che è nata in un luogo preciso: Second Life. E’ questa la prima chiave di lettura che differenzia questa iniziativa da qualsiasi altra.
E’ la risposta ad una sfida difficile ed offre un appoggio a tutti i residenti che si sentono parte di una nuova collettività condividendone le basi. Non è la soluzione al problema di lanciare nuovi artisti, individualmente riconosciuti, ma la presentazione di un lavoro che nato in un luogo specifico (di nicchia ricordiamocelo) tenta di farlo diventare universale (rompere la nicchia, dilatarla, allargarla al mondo reale). Trasporre nel reale le cose di second life, come già detto, è paragonabile al Jet-Lag. Tutto cambia. Lo statuto delle cose. Ciò che resta è la dimensione di “mondo”, la dimensione universale della ricerca. L’appartenere ad una idea comune declinata in modo diverso. L’arte dopotutto è sempre stato questo, la costruzione di valori condivisi.

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Personalmente si tratta di una verifica. Ogni progetto, ogni mostra, è una cura ad un pensiero assillante; è una indagine all’interno di una ossessione che ha lo scopo di trovare una soluzione.
Non è mai solo una questione scientifica, una questione tassonomica.
Alla fine è sempre una sperimentazione e ciò che conta è che deve spostare qualcosa nell’esperienza e nella coscienza di chi l’ha pensata; se poi riesce a spostarlo anche in chi viene a vederla allora sarà “riuscita”. Allora vi aspettiamo a Rinascimento Virtuale.

 

 

LA BATTAGLIA TRA CULTURA ALTA E CULTURA BASSA E’ FINITA

NOI SIAMO I PRIMITIVI DI UNA CULTURA ANCORA SCONOSCIUTA

 

 

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