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Tre anni fa sono stato attirato dalla struttura fluida dello spazio digitale che è mutabile, si increspa e ti permette di scegliere qualunque posizione al suo interno. Tre sono gli anni di questo mio spazio. Dovrei dire due. Nell’ultimo anno mi sono impegnato a riempire il mio tempo altrove: nello spazio che mi circonda, lo spazio del mio lavoro. Tre anni che hanno accompagnato diversi lavori e in particolare un cantiere che ha visto la fine il 6 dicembre a Milano dove questa dimensione mutabile e fluida si trova: il Museo del Novecento, all’Arengario. Ogni lavoro è fatto di mille intenzioni, mille passaggi. Questi ultimi sono stati condivisi con Italo Rota. Molte delle cose sperimentate qui le ho passate lì dentro. Molto di quel progetto ha preso da questa dimensione. Dopotutto il digitale è una attitudine non uno stile. Generalmente le opere che compongono i nostri spazi sono costruite su un’idea determinata, su una direzione fissa… una tradizione che arriva direttamente dal rinascimento, dall’illuminismo. Troppo spesso siamo abituati a seguire “un filo del discorso” legato a uno “sviluppo della trama”. Nei miei lavori cerco sempre di introdurre un cambiamento lento slegato da una trama chiusa. Non una rappresentazione che si dichiara rigidamente ma un racconto aperto, che enuncia, dichiara richiama i personaggi che trovano un ruolo solo legandosi alle persone che vi entrano.

Voglio che i miei lavori siano spazi dove rimanere per qualche tempo, dove trasfigurare lentamente la propria percezione. E’ importante che lo spazio e il tempo si increspino come l’acqua che sfiorata ci cambia la percezione avuta fino a quel momento. Come nella Cripta dei Falconieri di Borromini a San Giovanni dei Fiorentini. Quello che cerco sono spazi che mediano tra una dimensione concettuale e una dimensione emozionale. Questa è una vera nuova opposizione per le opere contemporanee. Non esiste più un interior contrapposto ad una architettura degli esterni: lo spazio è tutto legato all’interno di una unica esperienza dilatata che si increspa continuamente al passaggio di ciascuno.

E’ il tempo del ritorno.

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Sans soleil, 1983 un film di Chris Marker

Ogni giorno facciamo esperienza di termini quali distanza, lontananza, vicinanza. Misuriamo lo spazio con i tempi e consumiamo tempo coprendo spazi.
Mentre scrivo Star Treck (è tarda sera) mi apre a considerazioni siderali sulla distanza e sul tempo. Facciamo continuamente esperienza delle distanze mediante la produzione cinematografica, la latteratura e non ultimo i mondi metaforici. Ci hanno abituato a “sospenedere” la percezione di noi stessi dal luogo nel quale il nostro corpo si trova, proiettandoci continuamente (mentalmente) altrove.

All’inizio del suo film Sans Soleil (1983), Chris Marker apre con una citazione da Racine. Tradotta dice all’incirca così: la lontananza dei luoghi compensa, in qualche modo, la troppa prossimità dei tempi. E’ un film di montaggio e di viaggio, un”immersione in un mondo che ci spiazza: è un montaggio di riprese raccolte in regioni distanti tra loro. Pezzi d’Africa e di estremo oriente si fondono in un paesaggio mondo che è una raccolta di narrazioni, di storie diverse. Tutto è declinato in linguaggio per raccontare il mondo. Si è già parlato della non-fiction e della difficoltà, oggi, di raccontare storie al di fuori del mondo reale. E’ il montaggio, delle emozioni prima di tutto, la vera chiave poetica che raccoglie le distanze e le rende presenti nei diversi tempi. Il suo è uno dei pochi tipi di cinema che mentre lo guardiamo ci chiede di considerare che cosa guardiamo, e perché lo facciamo.