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LA BATTAGLIA TRA CULTURA ALTA E CULTURA BASSA E’ FINITA

NOI SIAMO I PRIMITIVI DI UNA CULTURA ANCORA SCONOSCIUTA

 

 

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Come dice giustamente Giovanni nel suo post (pubblicato mentre si stava costruendo questo evento), Mondine in Second Life “è un atto simbolico che prende corpo”. Ne potete leggere anche qui, post scritto da Elena nel sito ufficiale del gruppo Mondine 2.0, da Laura/Liu e da Elena/Velas.
Ognuno di noi ha il suo 25 Aprile, anche Roberta ne parla.
Nato da una telefonata, da qualche chat, questo scrigno di “cristallo”, questa skybox museo, sarà inaugurata oggi, 25 aprile 2008, nella land Mondine in Second Life, collocata nella regione di Genesi Italia.
Perchè fare una cosa del genere in un ambiente digitale, “virtuale”?
Il pensiero che sta alla base dell’operazione è un segnale raccolto, anzi trasmesso, da Alberto Cottica: documentare, raccontare, presentare il passaggio di testimone di una generazione di mondine (l’ultima vera) a una nuova generazione che seppure non abbia vissuto quel tempo, si fa carico di trasmetterne i significati, le forme e i contenuti del canto delle mondine (“Di madre in figlia 2.0”).
Allora il senso di questa operazione è quello di poratare contenuti sociali all’interno di second life.
Nel mio caso è pure una possibilità di rendere emozionale una idea all’interno di una dimensione a sua volta immersiva (second life). Alcuni lavori, passati, dimenticati hanno assunto ormai una dimensione metafisica. Questo museo ci racconta anche questo: una metafisica del lavoro, della risaia. Non ci sono spiegazioni: la risaia e gli abiti delle mondine (da prendere e indossare) sono lì. E’ solo l’inizio. Il plot è chiaro. Allora: a laurà! (A lavorare!).

A commeto di un mio post precedente, dopo averlo più volte “provato” in-world.

Il mio interesse per le immagini è una dell cose più comuni al mondo, almeno per noi di questa cultura occidentale. Altre cuture sappiamo avere altri rapporti con il mondo delle immagini. Semplificando: l’immagine è sempre legata ad un voyerismo; nasce come descrizione della vita (incisioni rupestri) per diventare con tempo allegoria di un legame che porta verso una dimensione erotica e/o sacra.
La cosa che mi interssa delle immagini è l’esperienza che si nasconde tra l’apprendimento di una conoscenza e il piacere che si espone.
In questi giorni sto “guardando” molto, come sempre: onnivoro.
E’ lo stato di sospensione che alcune immagini ci suggeriscono. La sospensione nel tempo e la gravità del corpo che guarda. Forse è questa la sintesi dello “sguardo ostinato” che ho voluto costruire.
Cito Jean Luc Nancy* (che sto parafrasando in parte):
“E’ attraverso questa esperienza straniante che, a nostra volta in uno stato di sospensione, ci siamo esposti, privi di abiti teorici, all’arte dell’incontro…”.
(Ringrazio Azzurra Collas che, in qualche modo, mi ha ricordato alcuni miei temi)

Nei prossimi giorni alla Greenfield Room (Galleria in-world di Roberta Greenfield a Post Utopia) ci sarà la presentazione di questo lavoro e per chi vorrà, potrà fare esperienza di questa “sospensione” che lascio, volutamente, non spiegata.

Segnalo questo post dal Blog di Arco Rosca Temperatua 2.0.
Condivido con lui una idea precisa: in SL è ora di “fare” architettura.

*: Federico Ferrari, Jean Luc Nancy, La pelle delle immagini, Bollati Boringhieri 2003

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da: Elegia dalla russia (1992) Aleksandr Sokurov

Una cosa la so di certo. Non sarà facile scrivere questo Post: per il breve spazio di un post e per l’ecceso di semplificazione che questo comporta. Ma da giorni desidero farlo dopo aver risposto ad una domanda di Deneb su come mai escono più volte, in questo Blog, figure, temi o altro legati al mondo “russo” nel più ampio senso del termine (sovietico, europeo, asiatico ecc…). Anche il mio avatar lo testimonia: Asian Lednev.
Per chi ne ha letto le pagine della letteratura (dai classici a Osip Mandelstam, da Leskov alla Anna Achmatova, da Pavel Florenskij a Tarkovskij … ) e ne ha seguito la storia (non esclusa la storia del XX secolo con tutte le sue contaddizioni e conflitti) avrà certamente colto un filo che ne attraversa il pensiero. Una spiritualità laica che sposta tutti i significati delle parole e che colloca le persone e le cose all’interno di un insieme, di un “cosmo”, che tiene insieme e ne è immagine.

Per spiegarmi: questo blog fa parte di una cosa che oggi chiamiamo Blogosfera: un involucro particolare formato dall’intelligenza (e non solo) e impreganto della stessa intelligenza (e non solo). E’ una delle più attuali (1999) pellicole concettuali che oggi avvolge l’intero pianeta. Esprime, in qualche modo, uno dei più attuali stadi di evoluzione della Biosfera. E qui sto parafrasando lo scienziato, il “centro” del discorso: Vladimir Ivanovic Vernadskij.

Vernadskij è un geologo molto particolare che non si limita a leggere la crosta terrestre come fenomeno materiale, chimico, fisico. La guarda in relazione ad un’altra sottile pellicola che la riveste, la Biosfera (composta da tutto l’insieme della vita biologica del pianeta: animali, piante, ecc: un involucro conquistato dalla “vita”), e cerca di spiegare come questa sia la forza energetica che modifica continuamente la crosta terrestre. Nei suoi studi apre una strada che tende a studiare diversamente il significato geologico dei fenomeni della vita. La Biosfera è il confine del cosmo che si aggrappa e modifica il pianeta, lo modifica. Il percorso finale del suo studio è lo studio e la definzione di un nuovo involucro ancora Noosfera (dal greco noos, spirito): “la biosfera, sotto l’influenza dell’attivitò dell’uomo (Homo sapiens) passa ad un nuovo stato -quello della noosfera. L’influenza dell’attività umana sui processi naturali acquista un carattere sempre più globale. L’uomo diventa una potente forza geologica, sempre crescente, che cambia la fisionomia della terra” (da Vladimir Ivanovic Vernadskij, La biosfera e la noosfera, Sellerio editore, 1999) I suoi scritti hanno qualcosa di visionarioe di fantascientifico come lo erano quelli di Tsiolkovskij (il padre della cosmonautica russa). Studiando il pianeta se ne creavano visioni.

Vernadskij è una di questi interpreti di un particolare modo di vedere la vita e il mondo e di costruire relazioni tra le cose che, sottolineo, permeato di una spiritualità laica (forse è difficile per noi abitanti di uno stato cattolico comprenderla fino in fondo) che è tutta russa e si è manifestata sempre e in ogni tema e tempo (sovietico compreso) con una modalità particolare che la contraddistingue dal resto del mondo: la prima tra tutte è Cosmonauta, che però sarà argomento di un post futuro.

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Quarta di copertina di Yuri Gagrin, The first Cosmonaut © Novosti Press Agency Publishing House, 1977

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Viviamo all’interno di un universo fatto di “mondi” che come imbuti catturano la nostra attenzione concentrandola con concupiscenza verso di essi. Esempio: lavoro su un tappeto andino, ho un computer che mi ha donato un occhio assoluto che trova tutto quello che gli chiedo, ho piante esotiche sullo stesso tavolo, souvenir di viaggio ecc. Contemporaneamente si appoggiano sul tavolo “mondi” che si definiscono “presenti” ad un ipotetico appello dettato spesso dal caso o dalla necessità o dalla curiosità. A volte nuovi “mondi” entrano nella tua vita senza che tu li abbia cercati. Vent’anni fa ad esempio: il 14 febbraio del 1988 comprai questo numero di Urania dove si stampava una antologia di Philip K. Dick. Termina con un saggio illuminante: Come costruire un universo che non cada a pezzi in due giorni (1985). Come in uno stato ipnagogico (uno stato alterato di coscienza che precede il sonno), realtà e ricordo si fondono in un unico pensiero.
Cosa è reale e cosa no di tutto quello che tocco e che ho sul tavolo? Cosa devo pensare di tutti questi mondi? Il libro è reale ma le parole che qualcuno ci ha stampato sopra sono altrettanto vere? E se lo sono ora lo saranno ancora domani? Fino a quando le condividerò?
Il reale perchè sia tale deve essere percepito come vero. Ma questo concetto varia nel tempo. Dopotutto lo strumento di base per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole. Ma un altro modo per controllare le menti delle persone è controllare le loro percezioni. Se riesci a fare vedere agli altri il mondo come lo vedi tu, gli altri la penseranno come te. Al percepire segue il capire. Dopotutto, la mia visione del mondo, è una tra le tante. Poi ti succede che il primo ad essere controllato da quel modo di vedere di quel mondo sei proprio tu e non esci più dalla tua visione. Allora speri che quel tuo mondo cada a pezzi per poterne costruire/pensare uno nuovo. Il mio lavoro consiste prevalentemente nel pensare a cose che messe insieme non devono cadere a pezzi nel giro di due giorni. O per lo meno è quello che sperano i miei committenti. Ma è proprio nel momento in cui cominciano a cadere a pezzi le cose che diventa interessante il mio lavoro. Dal caos che si produce nella caduta dei “diversi mondi” nascono le nuove idee. Dopotutto è una regola naturale della vita.

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Sans soleil, 1983 un film di Chris Marker

Ogni giorno facciamo esperienza di termini quali distanza, lontananza, vicinanza. Misuriamo lo spazio con i tempi e consumiamo tempo coprendo spazi.
Mentre scrivo Star Treck (è tarda sera) mi apre a considerazioni siderali sulla distanza e sul tempo. Facciamo continuamente esperienza delle distanze mediante la produzione cinematografica, la latteratura e non ultimo i mondi metaforici. Ci hanno abituato a “sospenedere” la percezione di noi stessi dal luogo nel quale il nostro corpo si trova, proiettandoci continuamente (mentalmente) altrove.

All’inizio del suo film Sans Soleil (1983), Chris Marker apre con una citazione da Racine. Tradotta dice all’incirca così: la lontananza dei luoghi compensa, in qualche modo, la troppa prossimità dei tempi. E’ un film di montaggio e di viaggio, un”immersione in un mondo che ci spiazza: è un montaggio di riprese raccolte in regioni distanti tra loro. Pezzi d’Africa e di estremo oriente si fondono in un paesaggio mondo che è una raccolta di narrazioni, di storie diverse. Tutto è declinato in linguaggio per raccontare il mondo. Si è già parlato della non-fiction e della difficoltà, oggi, di raccontare storie al di fuori del mondo reale. E’ il montaggio, delle emozioni prima di tutto, la vera chiave poetica che raccoglie le distanze e le rende presenti nei diversi tempi. Il suo è uno dei pochi tipi di cinema che mentre lo guardiamo ci chiede di considerare che cosa guardiamo, e perché lo facciamo.

Il post precedente su una idea di macchina del tempo legata al mondo dei suoni mi è rimbalzata in un’altra bolla piena di idee relative all’innovazione e al suo significato. Non mi è mai piaciuto parlare dell’innovazione ma sono sempre stato chiamato nei lavori per le mie idee innovative o quanto meno per il contenuto di originalità. Così dicono gli altri. Non riconosco, nel mio pensiero, una problematizzazione della parola innovazione ma una condizione a prescindere delle idee stesse: devono esserlo. Per questo mi permetto di andare in qua e la nel tempo e negli spazi di (e in) questa “stanza” tutta per me (può un essere umano appartenente al genere maschile citare Virginia Woolf?).
Il tempo, visto in una chiave non cronologica, si propone come una singolare indagine delle cose: da un lato esso agisce forma e trasfigura l’arte del fare le cose, dall’altro questo stesso fare delle cose (la sua arte) si pone sovente su un piano di pura sincronia atemporale.
Con gli studenti mi capita spesso di parlare del tempo in chiave di futuro anteriore. Nel design come in tutte quelle arti nelle quali l’innovazione dovrebbe essere la stessa e più pura essenza, le cose che vediamo/sentiamo oggi sono sempre il risultato di un pensiero che pensa sempre più avanti del presente. Questo perchè tra il momento del pensiero e quello della sua realizzazione passa del tempo e chi le ha pensate, al termine del processo, le vive come obsolete. Forse è per questo che si dice che un artista, quando ha terminato un’opera deve disfarsene altrimenti la modificherà all’infinito. Vivo sulla pelle quotidianamente questo problema.
Futuro anteriore è anche in relazione al fatto che le idee, perchè possano diventare realtà, devono anche essere riconosciute da chi le deve accettare, acquistare, fare proprie. Quindi è un continuo andare avanti e indietro dentro la storia delle idee. Il mainstream del’arte ad esempio non accetta di buon grado che un artista cambi linguaggio: meglio cambiare artista. La stessa second life è una idea già vista con delle forme nuove. La sua vetustà viene dimostrata con molte delle cose che vi si propongono come nuove ma che di nuovo hanno solo la superficie. Forse è per questo che ne parlo sovente: perchè è un mondo dove c’e’ ancora molto da fare, come diceva anche Mario Gerosa in unAcademy.