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CARTOLINA


Cartolina del troppo lavoro


Già ho mostrato questo ambiente qualche volta su questo blog. Un punto di osservazione verso ciò che sta fuori, una “panchina obbligata “per “passeggiare da fermi” quando si tira il fiato durante un lungo lavoro. Un punto anche dove raccogliere e tenere e mettere insieme e costruire relazioni.
Come dice Georges Perec “ogni appartamento è composto da un numero variabile, ma finito di stanze; ogni stanza ha un numero funzione particolare“. Ogni stanza è definita dalle cose che ci stanno dentro: la camera ad esempio è caratterizzata dalla presenza del letto. La cucina dal forno ecc ecc. Questa è la stanza dalla quale costruire, guardare e pensare altri luoghi. Pensare mondi. Pensando a quanto appena citato da Perec aggiungerei per quanto mi riguarda che in ogni stanza (di numero finito) ci stanno e ci possono stare infiniti mondi.

Saluti da qui

The begininnigs of EVA (extra-vehicular activity): opening the door.

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Non so se deve essere sempre così ma sembra che per ogni “prima volta”, nella fotografia, si debba avere sempre un visione disturbata, incerta. Lo avevo mostrato già qui.

Il 18 marzo del 1965, quarantatre anni fa, il cosmonauta russo Aleksey Leonov lasciò la navicella spaziale per fare la prima passeggiata umana nel cosmo. L’immagine d’apertura è la prima foto conosciuta (in occidente) di un cosmonauta che cammina nello spazio e che poi è stata pubblicata in una rivista americana del 1976 riprodotta qui sotto.

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Space world, The magazine of space news, Febbraio 1976. Vol. M-2-146
(foto di copertina dell’agenzia spaziale sovietica TASS-APN)

La rivista apre con una titolo davvero d’effetto e preciso nell’esporre un’idea chiara: the begininnigs of EVA, opening the door (trad.:l’inizio delle attività extra-veicolari: aprire la porta).
Per 4 anni cosmonauti e astronauti hanno attraversato il cielo continuando a “cadere” (il volo nello spazio è una lenta caduta) verso il rientro programmato. Uscendo verso l’esterno (compiendo l’eva: extraveihicular activity) per la prima volta si sono fermati, hanno segnato il passo. Hanno fatto il “picinic (solitario) lungo il ciglio della strada” (magari pensando ad Arkadij e Boris Trugaqrskij di Stalker). E’ vero che l’ambiente terrestre è sempre presente, protetto dentro le tute collegate alla cabina, ma la stessa tuta non è più sulla Vostok; è messa lì sul ciglio della strada assiem al cosmonauta. La foto pubblicata più sopra sembra lo scatto preso dallo specchietto retrovisore (in realtà è lo scatto fatto ad un monitor).
Nello stesso articolo dove viene pubblicata la foto di Leonov, compare anche la foto del primo astronauta americano. la mostro qui sotto:

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La foto è di tre mesi dopo (sembra passato molto più tempo però). Come recita la rivista, per tutte le immagini riprodotte qui sopra: Photos courtesy of Nasa.

Un’altra foto:

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Questa è nuovamente una “prima immagine” pubblicata questa volta nel mondo sovietico; tratta da K Zvedzam (trad.it.:verso le stelle) un libro non troppo interessante dal punto di vista del viaggio nel Cosmo ma mostra bene il lavoro collettivo a terra. Del 1986 pubblicato da Izdatelstvo “Planeta” Moscva 1986 (trad.it.: Pubblicazioni Planeta, Mosca, 1986)

Di questi due eventi oggi si possono trovare molte immagini anche di qualità sul web. Tra le altre queste due miniature molto nitide. A differenza della altre non lasciano molto spazio a fantasie o a racconti. Forse è questo il motivo per cui lanciano le “prime immagini” se ne trattiene l’immagine chiara in cambio della visione?

Ed white, Nasa in basso a sinistra; Aleksey Leonov, Agenzia Spaziale Sovietica, in basso a destra

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Tashrih-i badan-i insane – Illustrazione anatomica da manoscritto Persiano, ca. 1400-1500. National Library of Medicine
Autore: Mansur ibn Muhammad ibn Ahmad ibn Yusuf ibn Ilya (fl. ca. 1390)

In una retta che parte dall’interno del nostro corpo per raggiungere il suo capo estremo, l’outer space (lo spazio profondo) è possibile compiere un viaggio all’interno di spazi che cambiano la nostra relazione con il mondo delle cose.

La partenza: immaginiamoci di viaggiare dentro le cavità del nostro corpo e di visitare lo spazio continuo che ci attraversa; forse non è cosa semplice. Eppure ci siamo abituati a vedere “proiettati” i nostri corpi al di fuori dei normali luoghi in cui viviamo; dalla fantascienza alla fantasy arrivano sollecitazioni per abitare mondi fantastici (e qui mi ricordo il Manuale dei luoghi fantastici di Gianni GUADALUPI e Alberto MANGUEL). Immaginarci dentro un corpo, nelle sue cavità, oltre ad essere cosa “raccapricciante”, è forse anche cosa sconveniente. Immergerci nello spazio sopra la nostra testa è al contrario vista come cosa poetica. La prima modalità di viaggio è quella dello speleologo che si cala negli spazi del corpo o anche il palombaro che si immerge nell’ignoto del blu profondo degli oceani; la seconda è l’arte del volo.

Il volo, dentro o fuori l’atmosfera, è una uscita da uno spazio tridimensionale, misurabile con la fisicità del corpo, che si estende in una dimensione di percezione “altra”, imponderabile, multispaziale e mutitemporale dove la velocità della macchina determina la velocità di fuga dalla realtà (direbbe Paul Virilio). Ma anche l’immersione nel corpo è altrettanto uscita da uno spazio: da quello ortogonale cartesiano dell’angolo retto. Come scriveva Guy de Maupassant: “Il viaggio – e noi diremo il volo o l’immersione nel corpo – è una specie di porta, per la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”. Negli anni 60 (anni dominati da una forza centrifuga) sono “uscite” diverse cose da alcune porte: i primi furono gli artisti dalle gallerie per andare scolpire i deserti americani (Robert Smithson e co.); contemporaneamente furono i cosmonauti e gli astronauti che, lanciati verso l’alto, al di fuori dell’atmosfera, percorrevano la lunga e faticosa “ferrata” verso la Luna (e qualcosa di più oltre); i figli dei fiori costruiscono le drop city a Sausalito in California e gli Archigram progettano le Walking City. Tra le altre cose fuori dagli schemi, sono usciti dagli stabilimenti di produzione cinematografica due film diversi ma allo stesso tempo simili in quanto raccontano di due “fughe”, due “derive” della ricerca scientifica in direzioni diverse: il primo è il celeberrino 2001 A space odissey (1968) di Kubrik; il secondo è un film meno noto ma altrettanto visionario e punto di arrivo di una ricerca visuale sul corpo in corso da tempo (si veda per questo argomento Dream Anatomy, completo sito della U.S. National Library of Medicine) con differenti implicazioni etiche rispetto all’odiessa: Fantastic Voyage (1966), di Richard Fleischer.

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Statuetta d’avorio del 1500-1700 circa (provenienza Europa). Depositata presso: Alabama Museum of the Health Sciences, The University of Alabama at Birmingham

Se 2001 scopre l’outer space, Fleiscer è il primo cineasta che lavora sulle immagini del corpo mostrandolo come corpo cavo, come corpo abitabile e attraversabile; in altre parole come luogo a tutto tondo.

Per entrambi i film, i rumori sono parte integrante dello svolgimento narrativo. Per Fleischer sono i rumori del corpo e quindi della sua attività fisiologica. Per Kubrik sono il silenzio assoluto e i rumori della tecnologia che analizza, scava, indaga il corpo umano: dal respiro di David al “lamento” del Golia-HAL9000 nello “scontro” finale, freddo, tra le due intelligenze (non sarà un caso se Michel Chion, tecnico del suono francese inventore dell’audiovisione, ha scritto un suo manuale per leggere il lavoro di Kubrik).

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.