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Questo palazzo sono io?


Un tempo facevo illustrazioni per una rivista. Costruivo racconti per immagini che cercavano elementi narrativi per descrivere i luoghi. Queste immagini.
Non le faccio più. Era il 2001.


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Come brilla l’aria, tanto da dimenticare tutto


Sistemando le cose nelle mie memorie digitali, ora le riscopro e le rileggo con gli occhi di oggi, tempo nel quale si cerca una nuova sostenibilità e una nuova relazione con gli spazi e l’abitare.
Ricordo che pensavo a come brilla la luce nella città, a come si colora in funzione del tempo atmosferico. Vivere Milano con il grigio delle nuvole è un’esperienza difficile da raccontare, ma è vero che quel grigio scalda.


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Le città sembrano ormai essere come navi che prendono il largo


Lo spazio è un unico spazio, e il pensiero è un solo pensiero, ma ho sempre diviso spazi e pensieri come stanze di condomini. Il mio abitare lo spazio, gli spazi diversi… era come abitare una città fatta di condomini.
Quando pensavo allo spazio, al tempo, pensavo al mio condominio abitato stanza per stanza, da me e le persone che conosco: la mente crea spazi negli spazi che si riempono di cose e di persone.


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Qualcosa ci chiama con urgenza


Dopo tanto tempo penso alle cose che possiedo e che ho accumulato, infinità di libri e cose, immagini e altro. Penso alle stanze che li ospitano. Sono spazi produttivi. Che pensano ormai anche senza la mia presenza (a questo ci pensa l’apparato simbolico che ognuno di noi mette in campo. Tutti i luoghi abitati hanno questa qualità.
Per cambiare una idea devi staccarti dallo spazio che l’ha prodotta. Lo spazio e il pensiero sono uniti in una chiave che è l’abitare (enorme è la letteratura per sostenere questa ipotesi e per questo motivo non cito nessuno).


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Come da un diario intimo


Continuando ad andare

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Collezioni mai viste atto secondo: due personaggi, Peppino e Sante, narrati dal vivo dai due artisti, Ottonella e Nicola.
Per la seconda serata di “sperimentazioni” sul non-visivo i due artisti Ottolina Mocellin e Nicola Pellegrini hanno riproposto l’installazione-film La città negata, offrendo dal vivo la lettura pubblica dei testi e allo stesso tempo presentando dal vivo i due personaggi protagonisti di questa storia: Peppino e Sante. E’ una narrazione doppia che ci racconta la storia di due amici che, conosciutisi in età adulta, mettono a confronto la comune esperienza della cecità, dei luoghi vissuti, dello studio e del lavoro. L’opera dei due artisti era già stata mostrata nel museo MAMbo per lungo tempo nel corso del 2008 (l’opera è parte della collezione del museo) ma in questa serata ha assunto la forma specchio: i due “attori-autori-artisti” e dall’altro i due personaggi-protagonisti-ciechi”. I due interpreti e i due interpretati hanno così costruito un doppio confronto tra i loro vissuti: nella vita raccontata dal film e come identità incorporate nell’opera. Nel senso: il confronto tra Sante e Peppino come persone che “dialogano” nel film e il loro rispecchiarsi nella loro storia raccontata dagli artisti.
Questa è una chiave di lettura dell’opera presentata dagli artisti nella serata al MAMbo. Un gioco di specchi continuo che ha sottolineato questa natura dell’opera d’arte come specchio della vita, altra componente non-visiva dell’arte. Uno specchio che permette di guardare le cose con altri occhi, anzi in questo, caso senza il loro uso e quindi della vista.

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C’è un aspetto di Rinascimento virtuale difficile da cogliere se si osservano le fotografie su flickr. E’ però nelle parole e negli scritti di Mario: la dimensione sociale dell’arte prodotta in SL. In fondo questa mostra (a fianco dei suoi testi) è il primo fondamentale passo per una storia sociale di Second Life.
A chiusura dell’articolo metto la tenda-comunicativa esposta nella mostra per fornire i primi strumenti di lettura, le chiavi per capirne meglio i contenuti. Un oggetto che fa parte di una serie completa che nessuna fotografia da sola può trasmettere: la tenda con il testo introduttivo di Mario. Tutta la mostra è pensata come una estensione concettuale della rete: la comunicazione non è avvenuta su pannelli museografico, su pannelli didattici, ma è il corpo stesso della mostra. Abbiamo usato la stessa modalità del “mondo” di comunicare attraverso l’ambiente e non attraverso le targhette… ma chi non l’ha ancora vista non può coglierne i valori di novità. E’ una mostra che non può essere giudicata dalle sue fotografie. Come Second Life deve essere vista dall’interno.
Non è una mostra che promuove singoli artisti ma un evento che sta dentro ad una grande narrazione collettiva che è nata in un luogo preciso: Second Life. E’ questa la prima chiave di lettura che differenzia questa iniziativa da qualsiasi altra.
E’ la risposta ad una sfida difficile ed offre un appoggio a tutti i residenti che si sentono parte di una nuova collettività condividendone le basi. Non è la soluzione al problema di lanciare nuovi artisti, individualmente riconosciuti, ma la presentazione di un lavoro che nato in un luogo specifico (di nicchia ricordiamocelo) tenta di farlo diventare universale (rompere la nicchia, dilatarla, allargarla al mondo reale). Trasporre nel reale le cose di second life, come già detto, è paragonabile al Jet-Lag. Tutto cambia. Lo statuto delle cose. Ciò che resta è la dimensione di “mondo”, la dimensione universale della ricerca. L’appartenere ad una idea comune declinata in modo diverso. L’arte dopotutto è sempre stato questo, la costruzione di valori condivisi.

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Jet-Lag concettuali.

A qualche giorno dalla conclusione del lavoro di allestimento di Rinascimento Virtuale, ho la percezioe del periodo passato durante i lavori come di un periodo segnato da un continuo Jet-Lag, da un “disagio” tra un dentro e un fuori che non è legato alla mia persona ma alle cose che in qualche modo sono state traghettate dall’interno (SL) all’esterno. Nell’esperienza dei Bar-Camp il “Jet_lag”, la “distanza” tra il mondo in-world e quello reale è compensato dalla sorpresa, dall’emozione di “sentire” la persona che si è conosciuta in una spazio “extra-sensoriale” (la natura delle sensazioni di ogni mondo ha le sue diferenze). Molto più complesso è portare fuori le cose, che non sono solo immagini ma sono veri oggetti. Per questo, presentando il lavoro di allestimento, ho più volte parlato di tre corpi (biologico-emanazione avatar-etnografico) messi a confronto nella mostra e cioè ho spostato l’attenzione dagli oggetti da esporre alla dimensione fisica, corporea di chi avrebbe visitato la mostra. La mostra è una compresenza di mondi fatti di cose; sono come tre ecosistemi che condividono lo spazio e il tempo con tre anime differenti.
Questo approccio nasce dall’osservazione del museo sovrapposto al pensiero di Mario Gerosa di volere affrontare il tema arte di Second Life in una chiave antropologica. Si richiedeva una osservazione particolare sulle cose che andava oltre l’evidenza fisica dell’immagine.
Osservando ne esce questo pensiero sugli oggetti. Ognuno di questi ha subito nel tempo (da tempo) un Jet_Lag che ne ha snaturato l’essenza: dalla dimensione funzionale interna ad una civiltà a oggetti feticcio*. Il museo, come corpo in sè, ha la sua storia ed è contenitore di civiltà che hanno le loro storie. La civlltà digitale non è ancora stata storicizzata. E questo è un grande vantaggio per le sue cose: non sono ancora “testimonianza”, “feticcio”. Non volevo che le cose di SL venissero lette come tali. Che fossero lette come feticcio.
Come tutti i mondi, anche il mondo di Second Life ha la sua anima. Per dirla con Plotino, questo mondo virtuale, è un grande vivente nel quale tutto simpatizza ed è sottoposto a regole e corrispondenze. Lo sguardo delle cose prima di tutto, le cose in se. La corrispondenza tra gli oggetti è inscindibile dall’ambiente.
Lo stare nei mondi in rete è un nuovo processo che in alcuni ambienti non lo si vuole ancora legittimare ma che testimonia una attitudine del genere umano che non si è persa ma sta vivendo una nuova stagione: è una nuova forma di avvicinamento ad un mondo come presenza. La presenza fisica nel mondo e la condivisione dell’esperienza.
Questa è una delle dimensioni concettuali che ha portato a declinare la mostra nella forma con la quale si presenta.

Del Jet-lag delle cose ne parla Franco La Cecla nel suo volume: Jet-lag, Antropologia e altri disturbi da viaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2002

Personalmente si tratta di una verifica. Ogni progetto, ogni mostra, è una cura ad un pensiero assillante; è una indagine all’interno di una ossessione che ha lo scopo di trovare una soluzione.
Non è mai solo una questione scientifica, una questione tassonomica.
Alla fine è sempre una sperimentazione e ciò che conta è che deve spostare qualcosa nell’esperienza e nella coscienza di chi l’ha pensata; se poi riesce a spostarlo anche in chi viene a vederla allora sarà “riuscita”. Allora vi aspettiamo a Rinascimento Virtuale.

“Penso che questa esperienza di aprire la porta su un giardino bagnato dalla pioggia sia molto simile a quella che fa chi è dotato della vista quando scosta le tende di una finestra e scorge il mondo all’esterno”.
John. M. Hull, Il dono oscuro, nel mondo di chi non vede, Garzanti, 1991

Oggi è un giorno pieno di sole. Dopotutto è un fatto anche visivo: il cielo azzurro e il caldo colore della luce mi piace. Nel gioco dei rimandi e dei ricordi mi torna in mente uno scritto di John M. Hull. Ne ho parlato ultimamente con Fernando e Maurizio. Racconta, in qualche modo, di come una certa intensità di pioggia può sostituire quello che per chi vede è il “colpo d’occhio”.
Non taglio il testo: ho costruito un sentiero veloce con i grassetti colorati si possono cogliere (a colpo d’occhio) i passaggi fondamentali.

“9 settembre 1983. Questa sera alle nove stavo per uscire di casa. Ho aperto la porta e stava piovendo.
Sono rimasto lì fuori in piedi per qualche minuto, come ipnotizzato dalla bellezza della pioggia.
La pioggia ha un modo tutto suo di dare risalto ai contorni e di elargire una nota di colore a cose che fino a un attimo prima erano invisibili; invece di un mondo intermittente, e quindi frammentario, le gocce incessanti della pioggia creano una esperienza acustica senza soluzione di continuità.

Dopotutto percepire il mondo all’interno di una dimensione aptica, tattile, affiancando il senso del movimento e della propriocezione (sentire il prorpio corpo) è una modalità “intermittente”. Il “suono” della pioggia invece si fa “visione”.

“Sento la pioggia che batte sul tetto sopra di me, la sento che gocciola giù per il muro alla mia destra e alla mia sinistra, la sento che scende a torrente dalla grondaia poco lontana, al li vello del terreno; più in là, sempre a sinistra, si apre un sentiero di suoni più ovattati poiché la pioggia cade quasi silenziosamente sul fogliame dei cespugli. A destra invece è battente, con un suono più fondo e ritmico sul terreno coperto d’erba. Tanto che riesco perfino a seguire i contorni del prato, che a destra sale a formare un piccolo rilievo: lì i suoni della pioggia sono differenti, tanto da delineare per me il contorno del rilievo. Ancora a destra, ma un po’ più lontano, sento la pioggia che risuona sulla siepe che divide la nostra proprietà da quella dei vicini. Davanti a me, i contorni del vialetto e i gradini sono cesellati con precisione fino al cancello che si apre più in fondo.Qui la pioggia cade sulla pietra, là invece cade a spruzzo nelle pozze d’acqua che si sono già formate. Ogni tanto c’è una cascatella, là dove la pioggia cade saltando da un gradino all’altro. Sul vialetto il suono è tutt’altra cosa rispetto al tamburellare della pioggia sul prato a destra, ma è diverso anche dalla cadenza ovattata dei suoni grevi e molli che vengono dai cespugli sulla sinistra.In lontananza i suoni sono meno differenziati. (…) In realtà tutta la scena si presenta in modo molto più differenziato di quanto non sia riuscito a descrivere, perché ovunque i contorni delle cose hanno brevi arresti, ostruzioni e proiezioni, là dove una piccola interruzione o una differenza nel tessuto degli echi aggiunge un dettaglio in più o una dimensione nuova alla scena. E tutto intorno si stende, come una luce diffusa su di un paesaggio, il tamburellare di fondo della pioggia, racchiuso nel velo di un unico mormorio uniforme. (…)

“Di solito quando apro la porta di casa ci sono rumori diversi e intermittenti, diffusi e dispersi entro un nulla uniforme.
So che al prossimo passo incontrerò il sentiero, e che a destra la punta della mia scarpa sfiorerà il prato. Percorrendo il sentiero la mia testa verrà appena sfiorata dalle fronde degli alberi i cui rami pendono bassi sulla sinistra, dopodiché arriverò ai gradini, al cancello, e infine al vialetto, che oltrepassando il canale di scolo, immette sulla strada asfaltata. So che ci sono tutte queste cose, ma lo so perché ne ho la memoria. Esse non mi forniscono nessun segnale evidente della loro presenza e io le conosco unicamente sotto forma di anticipazione certa. Il loro modo di essere sarà determinato unicamente da ciò che sperimenterò io stesso nel giro di pochi secondi. La pioggia invece dispiega in tutta la sua pienezza e simultaneità questo scenario, non più soltanto ricordo o anticipazione, ma presenza viva e attuale. La pioggia restituisce il senso della prospettiva e dei rapporti reciproci tra una parte e l’altra del mondo. Se solo la pioggia potesse cadere in una stanza, avrei modo di capire quale sia la posizione degli oggetti che essa racchiude e saprei darle un senso di pienezza invece di essere semplicemente lì dentro, seduto su una sedia. Questa è un’esperienza di straordinaria bellezza. Mi sento come se il mondo, fino a quel momento velato, si dischiudesse improvvisamente al mio tocco. Ho la sensazione che la pioggia sia generosa e che mi elargisca un dono, il dono del mondo esterno.

Non sono più isolato, preoccupato dai miei pensieri, concentrato su ciò che dovrò fare tra poco.Non mi devo più preoccupare di dove sarà il mio corpo e di quello che incontrerà, ma mi trovo davanti a una interezza, a un mondo che mi parla. Ho colto davvero il motivo per cui tutto questo è così bello? Quando la realtà che si presenta alla conoscenza è in se stessa varia, complessa e armoniosa, anche la conoscenza di quella realtà acquista le stesse caratteristiche. Mi sento riempire interiormente da una sensazione di varietà, di complessità e di armonia e questo tipo di conoscenza è bello perché crea in me lospecchio di ciò che alla conoscenza si offre. Mentre sto in ascolto, sono io stesso l’immagine della pioggia, divento tutt’uno con essa.

The begininnigs of EVA (extra-vehicular activity): opening the door.

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Non so se deve essere sempre così ma sembra che per ogni “prima volta”, nella fotografia, si debba avere sempre un visione disturbata, incerta. Lo avevo mostrato già qui.

Il 18 marzo del 1965, quarantatre anni fa, il cosmonauta russo Aleksey Leonov lasciò la navicella spaziale per fare la prima passeggiata umana nel cosmo. L’immagine d’apertura è la prima foto conosciuta (in occidente) di un cosmonauta che cammina nello spazio e che poi è stata pubblicata in una rivista americana del 1976 riprodotta qui sotto.

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Space world, The magazine of space news, Febbraio 1976. Vol. M-2-146
(foto di copertina dell’agenzia spaziale sovietica TASS-APN)

La rivista apre con una titolo davvero d’effetto e preciso nell’esporre un’idea chiara: the begininnigs of EVA, opening the door (trad.:l’inizio delle attività extra-veicolari: aprire la porta).
Per 4 anni cosmonauti e astronauti hanno attraversato il cielo continuando a “cadere” (il volo nello spazio è una lenta caduta) verso il rientro programmato. Uscendo verso l’esterno (compiendo l’eva: extraveihicular activity) per la prima volta si sono fermati, hanno segnato il passo. Hanno fatto il “picinic (solitario) lungo il ciglio della strada” (magari pensando ad Arkadij e Boris Trugaqrskij di Stalker). E’ vero che l’ambiente terrestre è sempre presente, protetto dentro le tute collegate alla cabina, ma la stessa tuta non è più sulla Vostok; è messa lì sul ciglio della strada assiem al cosmonauta. La foto pubblicata più sopra sembra lo scatto preso dallo specchietto retrovisore (in realtà è lo scatto fatto ad un monitor).
Nello stesso articolo dove viene pubblicata la foto di Leonov, compare anche la foto del primo astronauta americano. la mostro qui sotto:

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La foto è di tre mesi dopo (sembra passato molto più tempo però). Come recita la rivista, per tutte le immagini riprodotte qui sopra: Photos courtesy of Nasa.

Un’altra foto:

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Questa è nuovamente una “prima immagine” pubblicata questa volta nel mondo sovietico; tratta da K Zvedzam (trad.it.:verso le stelle) un libro non troppo interessante dal punto di vista del viaggio nel Cosmo ma mostra bene il lavoro collettivo a terra. Del 1986 pubblicato da Izdatelstvo “Planeta” Moscva 1986 (trad.it.: Pubblicazioni Planeta, Mosca, 1986)

Di questi due eventi oggi si possono trovare molte immagini anche di qualità sul web. Tra le altre queste due miniature molto nitide. A differenza della altre non lasciano molto spazio a fantasie o a racconti. Forse è questo il motivo per cui lanciano le “prime immagini” se ne trattiene l’immagine chiara in cambio della visione?

Ed white, Nasa in basso a sinistra; Aleksey Leonov, Agenzia Spaziale Sovietica, in basso a destra

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immagine da: Stalker (1979) di Andreij Tarkovskij

“L’immagine è come una osservazione”. da Scolpire il tempo, Andrej Tarkovskij.
Andrej Tarkovskij, una figura guida per molti motivi. Altra persona da tenere cara e da non sbandierare troppo, per tanti, troppi, che lo fanno.
Di tutti gli scritti sull’immagine che Tarkovskij ci ha lasciato, sulla sua produzione e la sua lettura, ci sono poche pagine illuminanti nel libro Scolpire il tempo (Ubulibri, 1988), dove lui stesso parla degli haiku della tradizione giapponese.
Gli Haiku coltivano le immagini in un modo particolare: le coltivano in maniera che non significano nulla all’infuori di se stesse.

“Ecco ad esempio un haiku:

Un vecchio stagno.
Una rana è saltata nell’acqua.
Uno sciacquio nel silenzio.

Oppure:

Hanno tagliato del giunco per un tetto.
Sulle canne dimenticate
Cadono morbidi fiocchi di neve.”

Aggiunge:

“Da dove viene improvvisamente tanta indolenza?
Oggi sono riusciti a stento a svegliarmi…
Sussurra la pioggia primaverile.”

“Questi versi sono stupendi per l’irrepetibilità dell’istante afferrato e fermato che cade dall’eternità.
(…) Essi non si limitavano ad osservarla, ma senza agitazione e senza inquietudine ne ricercavano l’eterno significato. Quanto più esatta è l’osservazione tanto più essa è unica. E quanto più essa è unica, tanto è più vicina all’immagine.”

Forse queste che lui ha scritto sugli haiku, per spiegarne il significato e suggerire un modo di guardare, sono le parole più chiare per leggere la produzione di immagini usate da Tarkovskij nel suo cinema.

Le citazione sono tratte dalle pagine 98 e 99  del volume Scolpire il tempo (Ubulibri, 1988)