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25 Novenbre 2010, ore 15.30 ore 18.20

ElapsedTime: l’inarrestabile marcia del Quarto Stato verso la sua collocazione nel “Novecento”. Il viaggio finale.

In questi ultimi 10 anni, percorrendo il mio cammino lavorativo e di ricerca, ho incrociato personalmente per almeno quattro volte un’opera che definirla semplicemente un quadro è limitativo: il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Sono stati quattro incontri allo stato fisico e non semplicemente simbolico anche se con questo livello, con il simbolico, ho dovuto farne sempre conto.

Inutile nasconderlo: è una icona, forte e forse la più forte del ventesimo secolo italiano, talvolta tanto forte da limitarne la sua potenza che va oltre il fortunato dato iconografico. E’ un’opera che intenzionalmente ti avvicina, si presenta nella mente di chi la guarda come un “affresco composto da un bagaglio figurativo diffuso”. Qualcuno oltre al pittore lo capì subito. Giovanni Cena a Pellizza da Volpedo: “Ammiro. E’ una cosa che resterà e che non ha paura del tempo perché il tempo le gioverà. Ti Abbraccio con tutta l’anima”. Il passo della lettera del 1902 è stato scelto da Aurora Scotti nell’Introduzione al Volume Il quarto stato a cura di A.Scotti e ripreso nel saggio “Dentro e oltre l’immagine di un mito” di  Maria Fratelli – conservatore della GAM di Milano – in occasione di una mostra a Palazzo Reale voluta da Vittorio Sgarbi, il mio terzo incontro con l’opera.

26 Novembre 2010, ore 16.44  (foto Lonati)

La mia quarta volta con l’opera è al Museo del Novecento, un’incontro atteso da nove anni. Tempo di attesa che contiene tutti gli altri incontri. La collocazione pensata sulla carta nel 2001 in sede di concorso rispondeva ad una conoscenza dell’opera che non aveva ancora assunto la dimensione “interna”, del sentirsi “dentro l’immagine”. Al tempo era solo una icona, una immagine “virale” condivisa tra la conoscenza della storia dell’arte e la comunicazione politica, tra la visione di un originale e le infinite riletture della comunicazione politica e sindacale. L’esperienza più forte tra queste sicuramente il “Novecento” di Bernardo Bertolucci. In questi nove anni non solo sono entrato dentro ad una immagine ma ho avuto il privilegio di veder costruire intorno all’opera differenti visioni e alla fine di costruire personalmente la visione attuale che si offre al Museo del Novecento e che risente sicuramente dei precedenti incontri avuti con l’opera e con tutte le persone intorno a quest’opera. Questa è la sostanza di progettare e vedere costruire giornalmente un museo fino al trasporto e alla collocazione delle opere sulle pareti: produrre una visione fisica delle cose e verificarne l’efficacia da concetto a immagine, da cuore dell’artista a cuore del visitatore. Perché non si vede solo con la “testa”.

Le immagini delle cose nella nostra “testa” si sovrappongono e questo produce stati del pensiero, emozioni. Al termine del trasporto dell’opera di Pellizza lo sguardo  mi cade sui guanti dei trasportatori, degli operai che sanno come si sollevano opere che pesano 4 volte il peso del loro corpo. Pare che per loro le leggi della fisica non esistano da quanto sono interiorizzate in ogni loro muscolo, da come il corpo si sposta con una intelligenza fisica  nel corso della “movimentazione”.

25 Novembre 2010, ore 18.09.57

La polvere è stata oggetto di non troppi saggi. Ultimo di mia conoscenza il saggio di Elio Grazioli. Scrive a pagina 4 “Oggetto a una dimensione, il granello di polvere è il punto geometrico in natura, è il culmine nell’oggettività del suo contrario, la materia stessa. Al limite della visibilità, la polvere è l’invisibile che diventa visibile” (ndr: il grassetto è mio); “La polvere indica che c’è ancora qualcosa al di là delle possibilità della percezione, sotto la soglia delle capacità dei sensi: gli atomi appunto, e in particolare quelli degli odori, dei suoni, della luce, del tatto, “materie” invisibili che deduciamo dai loro effetti”. La polvere ci mostra quello che non vogliamo vedere, la materia della quale sono fatte le cose, non i sogni. La polvere ci parla della realtà. In quell’attimo mi sembrava che quei guanti avessero capito meglio di chiunque altro l’intenzione di Giuseppe Pellizza, l’intenzione di mostrare l’invisibile, dargli immagine oltre l’effetto di presenza. Non una semplice traccia ma un percorso da seguire.

Le tracce della polvere mi portano al primo incontro in occasione della mostra per “Il Futurismo a Milano, anticipazioni per il nuovo Museo d’arte Moderna e Contemporanea” allestita da me insieme a Italo Rota e a Emmanuele Auxilia al PAC di Milano. La visione che ci mostra nella foto Olivo Barbieri sfocata, polverosa bene interpreta la lunga marcia che dovranno compiere i protagonisti del Quarto Stato e i visitatori; marcia che trova una strada fisica che parte dal quadro messo a terra nell’installazione di Stefano Arienti per raggiungere le sale del Padiglione d’Arte Contemporanea di Ignazio Gardella. Dopotutto il movimento è l’essenza stessa dello spazio suggerito dal quadro. E questo movimento è fatto di incontri.

Marzo 2002  (Foto Olivo Barbieri)

Giugno 2007

Il terzo incontro con l’opera è, per me, con i suoi personaggi. L’occasione è la collocazione dell’opera nella Sala delle Cariatidi di Palazzo reale voluta da Vittorio Sgarbi per porre l’attenzione sul dipinto ai milanesi che non sanno di possederla e per parlare del suo futuro spostamento nella collocazione attuale. Posto in fondo alla sala, il lento cammino di avvicinamento al quadro spostava il nostro corpo e la nostra visione da una dimensione iconografica ad un corpo a corpo con i personaggi del quadro che possiedono nomi e cognomi propri, storie da raccontare. Come una carta d’identità collettiva. Questa visione rivela raddoppi dei personaggi, distoglie lo sguardo dai protagonisti per rilanciare la visione come il risultato dell’ascolto di un “suono massa”, un suono che si ricompone di piccole parti altrimenti inudibili. Questa metafora trova nel divisionismo la tecnica pittorica più precisa e perfetta.

Nel 2006 a Milano la GAM si rinnova e diventa Museo dell’Ottocento. Per tre anni con Maria Fratelli si lavora per definire una procedura sul tema dell’allestimento di un museo all’interno di una dimora storica.   All’inizio dei lavori l’intera Villa Reale è un’opera maltratta dagli usi sbagliati che negli anni si sono susseguiti ed è stata compromessa da interventi pesanti che non hanno retto la concorrenza dell’immagine storica che Pollack gli diede all’origine. La strategia  era legata alla riattivazione della potenza dell’architettura e non l’implementazione di ulteriori elementi. E’ stato un lavoro di riscoperta della dimensione narrativa dello spazio della villa. Stesso discorso per le opere. Il quarto stato era stato collocato al termine del percorso e introduceva il suo “banale” contenuto con imbarazzante semplicità per chi doveva raccontarlo. A testimoniarlo i giri di parole delle guide che per non dire cosa rappresenta realmente quel quadro arrampicavano spiegazioni improbabili. Cento e passa anni non bastano per togliere potenza a questa opera con la quale si possono fare i conti senza imbarazzi, per quello che è stato e ancora è.

25 Novembre 2010, ore 14.05.32

Il fare architettura è cosa lenta e fatta di movimento e di incontri. Fatta anche di ripensamenti. Le immagini delle cose e degli spazi si sovrappongono nel tempo depositando esperienze. L’immagine che ho ora di questo dipinto è a più dimensioni, di natura spaziale, temporale e concettuale. Lavorare con opere di questo tipo richiede tempo; la stessa visione delle opere richiede tempo.

27 Novembre 2010, ore 17.22.08

Ora il lavoro è fatto con Italo Rota e Marina Pugliese, direttore del Museo. Il Quarto Stato è visibile da Piazza Duomo. E’ raggiungibile dalla rampa che incrocia le due marce: la nostra e la loro. Una rampa che entra nella torre per procedere lungo le sale del museo. Non è rinchiuso nella torre, non è imprigionato… ha una porta attraverso la quale può sempre uscire.

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Conserving kublai, Neo Kublai – Installazione




Un mio pensiero: Second life non è in decadenza ma sta penetrando lentamente in una nuova dimensione più contemporanea alla ricerca della rappresentazione del “mondo”, dei mondi. SL e noi come avatar abbiamo raggiunto una “maturità” tale da farci percepire una distanza tra l’esperienza e un ricordo dello spazio. Si avverte fugacemente una distanza fra un senso passato e un senso attuale che alcuni potrebbero vivere come una percezione “incompleta”. Questo scarto è misurato nel tempo delle cose che suscitano in noi un sentimento dello stesso tempo. Lo stesso sentimento che si prova di fronte alle antiche vestigia, a luoghi che si sono vissuti nel passato alle cose che abbiamo appartenuto*.
Questa attitudine verso le cose e verso il tempo si rende evidente quando ci poniamo sulla soglia del rinnovamento, ad esempio.
Il re-design di una land è il momento per rinnovare e riaggiornare i “contenuti” ma è anche occasione per creare una installazione che indaga alcuni aspetti della natura del metaverso. Parlo del rinnovamento dell’isola-porto dei creativi: Kublai.
Le installazioni sono la tipologia artistica più rappresentativa della contemporaneità.
Le installazioni rappresentano con la loro temporaneità meglio di ogni altro medium l’essere e il tempo del momento. Ma non è solo un medium: è luogo di esperienze.
Neo-Kublai è un trapasso dalla rappresentazione autoreferenziale della creatività, della pittura e della scultura a una rappresentazione referenziale in situ: la creatività si localizza e diventa un intervento nel e con il mondo. Ciò che conta è la posizione e l’ubicazione e cioè l’esserci nel tempo giusto.
Una installazione sul “tempo delle cose digitali”, sul tema della conservazione del patrimonio digitale (qui si ricorda l’appello di Mario Gerosa sulla conservazione dei beni digitali all’Unesco e il testimone raccolto dal Museo del Metaverso e da Uqbar).

*Approfondimenti sul tema del “sentimento del tempo”: Marc Augé; Rovine e macerie; 2004, Bollati Boringhieri, Torino

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Immagine: Giacomo Verde.


Giacomo Verde è uomo di spettacolo, uomo di teatro, artista capace di scendere al livello del pubblico. Ha “messo mano al sistema dell’arte”, facendo delle opere d’arte “parola” e dello scambio di parole con il visitatore la propria strategia per avvicinargli il senso.


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Immagine: Maurizio Cattelan, Strategie, 1990. Sullo sfondo un sacco di pan-carré


Ha parlato del contesto del museo, della sua storia e dell’autoreferenzialità del sistema dell’arte e delle sue “strategie” per diventare mainstream.
Ha parlato delle necessità dell’uomo, dei suoi bisogni, come quello del pane e del nuovo bisogno, del bisogno dell’arte. Ne ha parlato in relazione allo spazio che ospita il museo, che un tempo era il forno del pane per la città, pane distribuito dal comune per far fronte alla povertà e oggi è il luogo dell’arte contemportanea che fa fronte a nuovi bisogni.


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Il pane, è diventato un gioco di confronto con il pubblico per misurare il grado della necessità e costruire non solo analogie formali ma per richiamare esperienze quotidiane d’uso del pane: il pane da aperitivo, il pane da scampagnata.


Il tema del confronto del pane con il senso dell’opera si esplicita ancora di più nel sistema circolare dei video di Grazia Toderi. Le opere mostrano due satelliti spaziali, Gemini 6 e Gemini 7, che ruotano all’interno della cupola della chiesa barocca di Sant’Uberto, nella Reggia di Venaria Reale a Torino, dell’architetto Juvarra.


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Immagine: i video di Grazia Toderi, Gemini 6 e Gemini 7


Partendo da un piano più semplice di analogia formale e di apparenza visiva tra la cupola di Juvarra e la forma del pane a rosetta, ci ha parlato delle apparenze narrative e del meccanismo delle favole, dei miti: ha fatto dell’installazione video una allegoria.

Dall’allegoria della Toderi che ci mostra il legame tra cosmo ed esistenza terrena, tra rotazioni di satelliti artificiali ed ellissi dello spazio dell’architettura barocca, tra orbite di pianeti e attrazioni umane all’allegoria di un allineamento tra l’opera, il senso, il pane e noi visitatori: lui al centro a fare ruotare tutto questo.


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Ha mostrato l’opera di Bartolini, Impressions, aprendone il significato, mostrandocelo come il luogo dove fare esperienza dell’incontro al di fuori di un senso proprio dell’arte ma della vita stessa.


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Lo ha fatto facendola toccare…


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…facendola aprire…


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… continuando il suo dialogo coinvolgente con il pubblico dal suo interno mostrandone le possibilità che oggi gli ambienti sociali in rete definiscono “dal basso” e che sono la nuova dimensione dell'”opera aperta”.




Post in collegamento con ZeroGiKappa

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Ieri ho aperto una nuova area dove faccio cose un poco più sperimentali. Il gruppo di lavoro è sempre lo stesso di qualche giorno fa. Chi siamo? Insieme abbiamo aperto una associazione: 0gk. Un nome trovato per caso che nessuno ha poi voluto cambiare. Cosa significa? Leggete qui. Qualche tempo fa con Adriana e Maurizio Giuffredi dell’associazione 0gk abbiamo fatto qualcosa anche su Second Life: Outsider Art Archive (OAA), un pensiero sulla produzione e comunicazione dell’arte irregolare in rete.
Sarà un posto dove fare diverse cose: riflettere sulle tematiche del non-visivo, dell’arte irregolare, diproduzione, di fruisione di arte-terapia, di allestimenti di installation art. Nelle diverse chiavi Un site specific dove riflettere del contemporaneo.
Nel frattempo domani, 25 Novembre si parte con la conferenza stampa. Location: MAMbo, Museo d’arte Moderna di Bologna. Occasione? Le sette serate già presentate e la presentazione del sito.
Qui sotto la locandina. Toccare per ingrandire.

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