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Ritratto collettivo di Cosmonauti @ fabio fornasari, 2004

Oggi ci sarà la Yuri’s Night, una festa globale che si svolge in tutto il mondo: 189 party in 50 paesi in 7 continenti su 2 mondi.

Oggi era il 12 Aprile 1961 e Yuri Gagarin compie il suo storico volo.
Non è un caso se sempre oggi, 12 Aprile 1981, la Nasa lancia nello spazio il primo Shuttle. Tutta la conquista del Cosmo è una rincorsa fatta di date che si incrociano, ritornano per cambiare continuamente di significato la ricorrenza.

Nel 2004, 12 Aprile, al Planetario Ulrico Hoepli di Milano, ho curato un evento, il mio Yuri’s Party, dove ho proiettato un film d’animazione da me realizzato e ho realizzato una serie Ritratti collettivi di cosmonauti. Uno di questi è quello d’apertura di questo post. Altri autoritratti collettivi li ho già pubblicati qui . Ognuno di noi ha delle ossessioni che esprime in forma di collezioni, manie ecc. Per me è il Cosmonauta e il sogno di volare.

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Si può sognare qualcosa di più grande?

mio cosmo, autoritratto come cosmonauta, 2004

Un piccolo pensiero sul Cosmonauta

Tempo fa ho ripreso in mano Solaris di Tarkovskij (l’originale e unico). In tutto il film si sente una cosa molto semplice: il limite del rapporto tre l’uomo e il cosmo. Solaris era nato da una crisi nel modo di sentire le cose: la spavalderia della conquista cedeva il posto a una tragica delusione. “Le ambizioni cosmiche si erano scontrate contro la soglia dell’infinito”.

A partire dal 12 aprile 1961, il giorno nel quale Gagarin vola nello spazio, la società sovietica si trovò ad essere partecipe di una follia cosmica, una vera e propria psicosi che durò quindici anni circa. Il cosmo si era rivelato incredibilmente vicino. I poeti inneggiarono alle orme impresse sui lontani pianeti e agli alberi di melo che si sarebbeo piantati su marte. Per le strade si discuteva se era più corretto rientrare in atmosfera per poi cadere sulla terra con i paracadute o se era meglio ammarare come gli astronauti americani. Poi la fantasia, la poesia della conquista lascia il posto a qualcos’altro.

Ritratto di dama alla maniera rinascimentale © asian lednev

Sala di posa sulla piattaforma

Ritratto di dama alla maniera rinascimentale © asian lednev

Sala di posa sulla piattaforma

Credo di averlo detto chissà quante volte: l’atto creativo è preceduto dal pensiero, dalla definizione di una visione e dalla costruzione degli strumenti e delle condizioni affinchè la visione diventi reale. Ad esempio una immagine (una fotografia) non nasce a caso, ma è sempre prodotto di un pensiero. Tutto questo rientra in una cultura del progetto.

Le immagini qui sopra documentano il set montato per produrre le immagini mandate da me al concorso per la serata Rinascimento virtuale. Non sono composte in photoshop ma sono “costruite” sommando fondali (prim) trasparenti e luminosi. Il risultato verrà giudicato da altri, ma a me è interessato vedere la potenzialità dei prim intesi non come “volumi” ma come trasparenze, immagini, effetti cromatici ecc. La cultura del progetto, la sperimentazione, parte da una intuizione ma si struttura in metodologia.

Altri lavori che partecipano al concorso li potete vedere qui.
Il progetto del quale parlo è stato lanciato da Mario Gerosa in occasione della serata che potete leggere qui e qui.
L’evento si svolgerà qui.
Ha posato per me Roberta Greenfield.

NewKit Asian Lednev © Fabio Fornasari

Il 18 marzo 2008 l’avatar che fa le veci del mio corpo in second life ha compiuto un anno. Ho pensato fosse tempo di cambiare aspetto. Aspetto e qualcosa di più. Come mi diceva di se Donataello Saunders, aka Thomas Galli, ero rimasto “come Linden mi aveva creato”; l’ho fatto di restare così, con uno scopo preciso: confondermi tra la folla. Ogni avatar è un progetto, ne sono convinto, e ha uno scopo all’interno della rete. Il mio era quello di osservare senza essere troppo osservato, senza troppo “spostare”. Poi, come spesso capita, lo sguardo si sposta sull’osservatore stesso (auto-osservazione) e questo introduce al cambiamento.
Quindi l’aspetto Newbie (newb, noob, nab, nabbo nub, nib o n00b o niubbo) ha terminato il suo scopo e ho deciso di rivedere il mio aspetto generale, anche in relazione alla sim dove ho “fatto home”: Post Utopia della quale già ho parlato qui e qui.

Morale: disegnare l’avatar (ri-disegnarlo) non è solo come cambiare look ma è cambiare il proprio atteggiamento verso lo spazio della rete. Rivedere un progetto, modificare il proprio avatar, significa cambiare attitudine verso il mondo nel quale si risiede, si opera, con tutte le sue implicazioni.
Leggedo qui e qui si capisce che questa piattaforma – Second Life – è sempre più uno “spazio di lavoro” e il significato della parola ludico assume valori differenti. E’ passato ormai il tempo del “fa notizia” per lasciare il posto a “si fanno cose”.
Anche per questo motivo era giunto il tempo di “volgere una nuova faccia” al mondo di Sl e al tempo tascorso al suo interno.

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Tornado, Solkide Auer, 2007. Opera prodotta inworld © asian lednev

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vernissage: the Greenfiled Room espone Solkide Auer © asian lednev

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vernissage: the Greenfiled Room espone Solkide Auer © asian lednev

Roberta Grrenfield nella sua galleria © asian lednev

Il 3 aprile 2008 ha inaugurato in una “micro galleria d’arte” inworld: The Greenfield Room di Roberta Greenfield. Una galleria pensata come crocevia della creatività di SL che esporrà un’opera alla volta, prevalentemente installazioni. Un site specific di Second Life che si colloca al centro della sim Post Utopia, un “progetto originale” pensato da Junikiro Jun aka Giuseppe Granieri.
Il primo artista è Solkide Auer. Espone le sue opere nei maggiori musei inworld. Visitando il suo atelier, la cosa che mi è piaciuta di più del suo lavoro, è che usa i bug dei prim per costruire una visione originale delle cose. Effetti visivi prodotti da “errori” di rigenerazione che vengono usati intelligentemente per produrre straniamenti.
L’apertura della “G-room” mi fa riflettere sul tema del “passaggio” delle opere attraverso le gallerie e i musei di Sl. Analogamente a quanto mi capitò in occasione dell’inaugurazione della mostra di Millamilla Noel al Museo del Metaverso dove mi vennero in mente altre domande. Fino a qui mi ero preoccupato di ragionare dal punto di vista dell’avatar, della sua visione. Ora mi pongo un altro problema. E’ cosa nota che lo spazio della galleria ha la capacità di dare statuto d’opera d’arte alle cose esposte. Molto più velocemente degli sforzi dell’artsita. Da tempo ormai. La mia domanda allora è questa: vale anche per second life?
Il meccanismo della notorietà ricalca lo steso meccanismo del reale?
In qualche modo il mondo di SL è “il mondo” più giovane che c’e’. Un poco come l’Italia degli anni cinquanta dove tutto era ancora da fare e la creatività si esprime in ogni istante. La stessa esistenza all’interno dell’ambiente digitale è una esistenza costruita. Lo stesso corpo è costruito. Qualche domanda buttata lì. Più avanti le risposte.

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pittura di battaglia – 1 © fabio fornasari

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pittura di battaglia – 2 © fabio fornasari

“Gli unici due sistemi possibili per osservare il mondo: la logica e la guerra”

Arturo Pérez-Reverte

In un post recente, ho parlato di una grande pittura che rappresenta una grande battaglia di fine ottocento. E’ un tema molto speciale che da 500 anni viene “praticato” dagli artisti per raccontare i “valori” e la crudeltà della guerra. L’arte di fare la guerra è cambiata diventando estremanente “sofisticata”, così come di pari passo anche la stessa rappresentazione della guerra si è arricchia di tecniche che l’hanno altrettanto resa “sofisticata”.

A tal proprosito, della pittura di battaglia, Arturo Pérez-Reverte ha scittto un romanzo, Il pittore di battaglie, in cui il protagonista, per molti anni fotografo di guerra, si isola dal mondo per dipingere un grande affresco che rappresenti tutte le guerre, dall’antichità ai giorni nostri. In questo romanzo ci mostra diverse cose ma quello che non si vede ma del quale si sente parlare molto è appunto questa rappresentazione di una battaglia che dura da prima della “storia”. Una battaglia senza tempo, continua e infinita. La condizione umana sembra esser eternamente legata a condizionoi di battaglia, di guerra. Secondo Pérez-Reverte, la guerra è il grande laboratorio della condizione umana: analizzandola secondo il modello della logica scopriamo il meccanismo dell’universo.

Oggi prima che di pittura di battaglia parliamo di foto di guerra. Non sono più artisti che, documentandosi, ri-vivono un dramma nell’atelier e lo raccontano (Guernica, La battaglia di Anchieri…). Il fotografo di guerra è prima di tutto immerso nella battaglia che ritrae. Lui è lì.
La fotografia come arte è un terreno pericoloso, perché chi fotografa ha la pretesa di rivelare la verità, invece è sempre un’interpretazione. Le foto di guerra vogliono mostrare l’orrore come un eccezionale scarto dalla normalità, ma purtroppo non è così. La guerra è fatta da persone normali che fanno cose normali, è la vita spinta ai suoi più drammatici estremi. Anche il libero arbitrio è abbastanza limitato: l’uomo è predatore, come la maggior parte degli animali. Ma in più ha l’intelligenza, che rende più devastante il suo comportamento. Parole di Arturo Pérez-Reverte.

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

Diario di una breve ma profonda immersione a Lucerna (Luzern CH) 30 Marzo 2008, con Roberta, Laura e Marina

Qua e là ho parlato di certo modo di apprendere, conoscere e fare esperienza di cose all’interno di una dimensione immersiva tipica del videogiocare (immersività, apprendimento delle regole giocando ecc…). Sembrerebbe che sia di oggi questa tendenza a costruire mondi virtuali, modelli più o meno verosimile dei mondi reali o assolutamente differenti e difformi (è una questione di “gusto” e di cosa si vuole raccontare).

Già nell’ottocento si sviluppano diversi modelli espositivi teorizzati e apprezzati da geografi come Alexander von Humboldt e Elysée Reclus (del quale già si è parlato qui e qui) essi si configurano come utili strumenti per l’apprendimento della geografia poiché permettono di superare i limiti tecnici e percettivi delle presentazioni a pannelli e riuniscono le condizioni pedagogiche e psicologiche di una comprensione verosimile della grandezza del mondo terrestre. All’interno del panorama la finzione del viaggio immaginario acquista la dimensione del paesaggio che circonda lo spettatore: grazie ad un sistema d’illuminazione artificiale, i visitatori sono calati in una realtà apparentemente distaccata da quella esterna. Prive di un punto di vista prestabilito, i panorami permettono una percezione immediata e totale di ciò che si vuole rappresentare. Di questa attitudine della visione, di questa volontà di “organizzare la visibilità del mondo” ne parla Jean-Marc Besse nel suo volume “Face au monde, Atlas, Jardins, Géoramas” (Desclée de Brouwer, Paris 2003).

In questo caso, l’opera del pittore Eduard Castres del 1881 cristallizza un episodio della guerra franco-prussiana del 1870/71: l’entrata in svizzera e il disarmo dell’armata francese del generale Bourbaki (febbraio 1871). Il tempo è stato fermato all’interno di questa visione avvolgente immersa in una luce artificiale che ne restituisce una “temperatura” precisa dell’evento. All’inizio di questo decennio è poi stato ampliato il faux-terrain, quella fascia che sta ta noi e il dipinto, che dialoga in un modo del tutto speciale con noi. In queste pagine ho più volte parlato anche dell’impportanza del suono in relazione all’immagine, dell’audio-visione. Con la riapertura è stato aggiunto un impianto di spazializzazione sonora che “evoca” la battaglia con grande efficacia. Lì ho fatto un esercizio, Ad occhi chiusi ho cercato di ricostruire il panorama disegnandolo come audiorama. La sound map che ne esce è pubblicata qui sotto. I suoni ci fanno arrivare i concetti in maniera empatica. Ci coinvolgono. Nella mappa qui sotto si vede che il racconto sonoro è descrittivo (senza parole la prima parte) discreto. Un brusio di fondo fa sentire le presenza di migliaia di persone, in silenzio se non quando intona cori muti. I rumori della ferrovia, i rombi delle cannonate e gli ululati dei lupi scandiscono lo spazio.

Questa nuovo soundscape non fa che aggiungere elementi alla costruzione di una visibilità del mondo che lavora principalmente con le capacità delle persone di lasciarsi prendere all’interno dei contesti immersivi e di sapere trarre regole e contenuti senza bisogno di raccontare altro che l’evento per come è stato visto (in questo caso rivisto dal pittore). Dopotutto è la stessa dimensione di apprendimento del bambino (e quindi di noi stessi) che costruisce tutto il proprio know-how crescendo immerso in se stesso e nel suo ambiente senza che abbia bisogno di leggere un manuale d’uso della vita prima di entrare nel mondo.

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Audiorama del Bourbaki Panorama

Le parole sul viaggio quotidiano.

«Lungo tutto il viaggio in auto che dalla Russia ci conduce agli estremi confini dell’Europa occidentale, cerco negli occhi di coloro che incontro qualcosa che riveli gioia, felicità e consolazione. Ma in realtà trovo quel che sto cercando soltanto in due antichi dipinti… »

Aleksandr Sokurov, Elegia del viaggio, Elegia dorogi.

Il viaggio è il tema. Non voglio distinguere tra viaggio, turismo o pendolarismo. Ogni partenza, anche per il viaggio più breve, lascia delle incognite. Ci sono viaggi quotidiani, che ti portano da un luogo (la casa) ad un altro luogo (il luogo del lavoro). Non è solo “essere pendolare”, in ogni “viaggio” si nascondono possibilità di ogni tipo. Cosa sarebbe se… (What if…).

Ho fatto il post precedente nella forma poetica del photobook di viaggio, dove si registrano pensieri per immagini.
Ma perchè presentarlo come un photobook, un oggetto che parla la lingua dell’arte?
Il prima ed il dopo possono fare la loro conoscenza e scambiarsi uno sguardo all’interno dell’arte. Le immagini, anche del più semplice tragitto Bologna Milano in Eurostar, ci possono offrire istanti di soave bellezza, ci possono condurre per mano fra paesaggi umidi, case desolate e rendono definitivamente vivo, vicino, “tastabile” con gli occhi tutto ciò che rapiscono, catturano. Forse il viaggio quasi quotidiano può presentarsi come un meta-viaggio, può essere letto come un pensiero sul viaggio stesso perchè ne contiene alcune premesse.
Parafrasando Italo Calvino, pensando a “Se una notte d’inverno un viaggiatore…” (esempio di altissimo livello di meta-romanzo), il viaggio del pendolare è l’inizio di tanti viaggi dove quel “Cosa se…”resta sospeso con i puntini di domanda, incapaci di andare oltre perchè al momento giusto (o sbagliato) si è arrivati. Ma è anche un viaggio che ci fa osservare prima di tutto gli altri, come viaggiano e a cosa pensano.

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milano – bologna 27 marzo 2008 © Fabio Fornasari

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milano – bologna 27 marzo 2008 © Fabio Fornasari

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milano – bologna 27 marzo 2008 © Fabio Fornasari

Il viaggio quotidiano senza parole.

CONFESSION

Today, I’m tired of ex/changing identities in the net.
In the past eight hours,
I’ve been a man, a woman and a s/he.
I’ve been Black, Asian*, Mixteco, German,
and a multi-hybrid replicant.
I’ve been ten years old, twenty, forty-two, sixty-five.
I’ve visited twenty-two meaningless chat rooms
(I’ve spoken in tongues)
As you can see, I need a break real bad;
I just want to be myself for a few minutes.

El Webback

A proposito di identità.

(pubblicata in: Guillermo Gòmez-Pena, Ethno-Techno, Writings on performance, activism, and pedagogy; Routledge, 2005)

*il grassetto è una mia licenza

Fotografare e farsi fotografare, lo si era già detto qui e qui ha a che fare con l’attività psichica. Dicevo che stavo cercando una immagine “istituzionale” di me. Era il 2004 quando mi è stata fatta lo foto che segue. Non ho scelto questa perchè sono più giovane, ma perchè io non mi ci riconosco, ma forse gli altri possono riconoscermi. L’immagine pubblica di sé non è mai propria.

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Io secondo Nabil Boutros ad una mostra milanese organizzata da Afritudine (2004)

La fotografia ha uno e più poteri: viene in soccorso per portarci “ricordi” che non abbiamo. Oppure ci aiuta a ricordare situazioni luoghi che potremmo “perdere” dentro la nostra memoria.
Esiste un piacere nel guardare le foto che consiste nello scoprire, nelle fotografie, relazioni e significato segreti. Questo secondo Tisseron (“rubo” dal saggio di Maurizio Giuffredi, Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico; in Autoritratto psicologia e dintorni, Clueb 2004) si ricollega con il desiderio del bambino di vedere la scena originaria… L”‘è stato ” di cui ogni fotografia testimonia, avrebbe così il potere di portarci molto lontano e al di là di ogni contenuto aneddotico, nel cuore del problema, del cosidetto spettacolo delle origini.
Non è comunque sempre semplice “riconoscere” una immagine di sè come propria. Specie per me. Io possiedo di me poche immagini che ritengo possano rappresentarmi. Ho sempre avuto un’idea precisa di cosa dovrebbe essere il ritratto fotografico al di là di ogni cosa: uno scatto unico che deve riassumere l’evento in un colpo solo, one shot.

Questa foto me l’ha scattata un fotografo Egiziano, Nabil Boutros, ad una mostra milanese organizzata dall’associazione culturale Afritudine.
Questa foto ha una sua particolarità: rido, cosa che non faccio mai nelle foto. Me lo ha imposto lui. il fotografo che mi ha messo davanti ad un fondale lucido nero e mi ha detto in francese di ridere. E io l’ho fatto.

On the other side of the Mirror of Life

“history begins when I wake up. and it ends when I go to sleep”
(giornalista colombiano)

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Isola Style Magazine

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Snapshot di Joannes Bedrsosian da www.unacademy.ning.com

Ogni forma d’arte ha sviluppato il proprio intreccio per non essere pura forma: il plot come intreccio di un’opera drammatica o di narrativa, stabilisce l’organizzazione logico-sintattica del discorso, in rapporto alla forma. Ciò che manca spesso, in second life, è appunto questo: il plot (che mai deve essere unico per gli spazi dell’arte). Non è il caso di ieri sera.

La notte dei vizi, perfomance allo Style Magazine sotto la direzione di Roberta Greenfield e l’animazione di Drago.
Anche ieri sera ho avuto conferma di un mio pensiero: a dispetto di tanti luoghi comuni, Second Life, è in se una costante performance metaforica della “disponibilità” e della “volontà” di mettersi in gioco; misura con costanza la nostra capacità di assumere una capacità di azione verso il mondo che ci circonda, verso i possibili stimoli che ci vengono offerti.

The avatar (Asian Lednev): this is my body
Tradizionalmente , il corpo umano, il nostro corpo, è la nostra materia prima e luogo (location, site specific) per qualsiasi creazione. Il nostro corpo è un libro aperto, uno strumento musicale, il grafico per la navigazione nello spazio e la mappa biografica… il corpo è il centro del nostro universo simbolico, un piccolo modello della conoscenza globale.

Una performance dialoga sempre con dei corpi (Richard Schechner), così come dialoga attraverso gli avatar nel web (come dice anche Guillermo Gomez-Pena). La performance lavora sui confini, sulle frontiere. Le frontiere sono tra le uniche cose che condividiamo tutti. La notte del vizio è stata una esperienza di frontiera. Ma non tanto per le “trappole” e i “dispositivi” predisposti dall’artista. Piuttosto per avere condiviso, ognuno di noi, le reciproche “frontiere” dove sperimentare l’avatar e per poter dire infine : questo è il mio corpo.