Archives for category: contemporaneo

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“HAVE THE COURAGE TO BE HAPPY”

Augusto Boal, Legislative theatre: Using performance to make politics (1996)

Oggi almeno con tre persone mi sono trovato a parlare di performance. Le prime due sono Roxelo e Laura. Stasera ce ne sarà una all’isola Style Magazine in Second Life, come ci ricorda Roberta Greenfield. Sicuramente Asian Lednev ci andrà (il mio avatar di second life) entrambi siamo molto curiosi.

Poi mi verranno domande lo so. Perchè tutto il corpo pensa (come dicono in tanti a partire da Boal), compreso il mio avatar. Risponde ad una concezione dell’uomo visto come interazione reciproca di mente, corpo ed emozioni. Tutta la gente è teatro, fa performance quotidiane anche se non fa teatro o non fa performance. Lo sviluppo della performance diventa uno strumento di liberazione collettiva, in quanto l’auto-consapevolezza della persona è resa possibile dallo specchio multiplo fornitole dagli altri.

Vediamo cosa succederà all’isola. In ogni caso. il risultato dipende ancora una volta da noi, dal coraggio di partecipare.

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Nucleo, Davide Bertocchi. Snapshot di Oscar che mi fotografa dentro la sfera.
Sabato 15 Marzo, alla MAMbo di Bologna hanno inaugurato la sezione pemanente del museo: Focus on Contemporary Italian Art.

Mondi che si attraversano.
L’arte ha ricevuto molte definizioni nel tempo. Ne ha ricercate e a volte subite.
Le definizioni, oggi, in qualche modo hanno lasciato lo spazio alle “pratiche”, di lettura. Come nelle parole crociate (ma anche nella moda, nell’architettura e nel design) è l’insieme delle definizioni, oggi, che ne definiscono il significato, componendone una visione. La sua visione in forma di immagine.
Questo allestimento della Mambo ne è un ottimo esempio: le definizioni lasciano il posto ad uno spazio colelltivo reinterpretato attraverso delle opere che in un modo o nell’altro incorporano lo spettatore che si deve attivare, non deve restare passivo: una volta è musicista, una volta spettatore, altre volte sola immagine riflessa, ma mai passivo. Deve leggere (può farlo) deve ascoltare può parlare… Le opere diventano spazi di relazione tra i temi (svolti, sperimentati) e i visitatori.

Voglio parlare di un’opera in particolare: Nucleo di Davide Bertocchi.
Una sfera in resina una palla di “cristallo” che rivela molti dei nostri pregiudizi intorno alle cose dell’arte attraverso una modalità semplice: usare la voce e non gli occhi.

Tra le varie “figure” archetipiche” una tra tutte mi intriga da sempre: non l’eroe ma il mago. Il mago conosce i segreti della natura ed è innamorato dei prodigi della natura.
E’ insieme conoscenza scientifica e abilità. Il mago non supera mai le regole della natura ma le usa per spiazzare l’ovvietà della visione della vita. Anche nel più piccolo peanut può nascondersi una magia.

Quest’opera è una magia in un senso molto preciso: come una magia quotidiana che è li, tutti la possono vedere ma che solo i maghi sanno mettere in luce all’istante. Nella magia il materiale levita.

L’esperienza della magia.
Distingue tra esibizione, abilità, artificio e la capacità di penetrazione dell’essere comprendente del mistero-contenuto dell’opera (ogni opera ha un suo contenuto da scoprire).

Una sfera di resina con un foro all’altezza del capo ci permette di guardare dentro e di “non vedere nulla”. Ma è un’opera col trucco: la sfera fuori rimanda ad una visione che non è interna, è interiore.
Una volta “dentro” è la rinuncia alla visione che suggerisce di urlare con tutto il nostro fiato o di parlare e di scoprire “un carillon segreto” che con mille riverberi ci dice che siamo incorporati all’opera, partecipiamo con lei al museo non solo in termini di rito collettivo ma come parte dell’opera. E improvvisamente questo rende felici.
Tutte le magie rendono felici.
Un’opera semplice, un artista, un “mago”, semplice dei nostri giorni.
Questo museo oggi ci dice che per capire si deve entrare, abitare, attivarsi, mettersi a disposizione, immergersi per poi riemergere

… la molla della “magia” induce a correre un “rischio”: cambiare.

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Io+Io+Io+Io (Come mostrarmi?) © Fabio Fornasari

Oggi mi è stato posto un problema: cercare un’immagine di me che sia “pubblicabile”, una mia “immagine istituzionale” (Elena dice che in www.Linkedin.com non si può non averne una). E’ stato facile trovarne una per l’avatar, ma molto più difficile è trovare per me l’espressione giusta qui, nella first life. Ogni foto, anche la propria, è un progetto. Lo si vede benissimo in questi giorni pre-elettorali dove tutti i politici hanno dato di se una loro immagine istituzionale. Questa che pubblico in forma di autoritratto è una domanda prima di tutto: come mostrarmi?

Votate per me, non serve a nulla. Do it.

Monoscopio RAI: fine delle trasmissioni di Tito Varisco

Questo periodo ho lavorato molto, scritto molto e per la prima volta ho lasciato che questo mio spazio si allontanasse dalle mie cure.
Ho sempre creduto al fato e al caso. Ieri pensavo al mio blog e al fatto che non riuscivo a scrivere, a trovare un poco di tempo parlare delle “cose sensibili”. Pensavo di mettere un cartello come un tempo si vedeva sui canali RAI: “le trasmissioni riprenderanno nel più breve tempo possibile”.
Mentre pensavo questo, ero in NABA a Milano, dove insegno, e stavo andando a prendere un caffè al bar interno quando all’improvviso, leggo un nome su un edificio: TITO VARISCO (ogni edificio in NABA è dedicato). Tito Varisco era uno scenografo, un architetto ma cosa più importante ha “disegnato” il nostro tempo passato dell’infanzia.

Mario Antonio Arnaboldi scrive: “E’ un pomeriggio d’estate mi invitò nel suo studio per aiutarlo a disegnare il monoscopio destinato a concludere la fine delle trasmissioni dell’allora nascente Televisione Italiana. Montammo la carta da parati che conteneva il disegno dell’antenna spaziale, bianco su nero, su due rulli e, di sera, insieme, in uno studio RAI facevamo girare i due rulli davanti a una delle prime telecamere. L’architettura per lui era veramente un gioco …”

Ma a me piace pensare che il 12.03.2008 sia una buona data per un inizio. Quindi oggi, il giorno dopo, eccomi a scriverne.

Monoscopio RAI: inizio delle trasmissioni

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arazzo contemporaneo © Fabio Fornasari

For the inhabitants: who know what is to be an avatar

Con la permanenza (ormai non più sola immersione) in Second Life, io come altri, abbiamo in qualche modo cambiato le nostre percezioni. Personalmente, l’auto-osservazione è cambiata facendomi nascere un piccolo pensiero: Second Life non è una tavola lucida a cristalli liquidi dove le situazioni non lasciano tracce, dove le persone non si intrecciano. Anzi. Si è composto nella mia testa come un arazzo dove le persone si sono costruite punto per punto, i fatti si sono annodati e hanno costutuito una figura chiara. Non siamo malati di digitali, siamo semplicemente noi stessi in tutto ciò che facciamo. Come scrive anche Laura Liu Lunasea nel suo post e come scriverà Roberta Rosa Wechter in futuro.

Avatar who know

Velas Liunasea
Monica Fayray
Roberta Greenfield
Junikiro Jun
Clarita Laville
Frank Koolhas
Joannes Bedrosian
Eliver
Fabius Alter
Deneb Ashbourne
. . . . . . ning . . . . . .

scusate le omissioni, l’elenco si allungherà certamente. le persone che ho scelto ne hanno parlato nei loro blog.

Breve riflessionelarica-04-03-08.jpgStamattina al Laricacorso di Giovanni Boccia Artieri presso la Facoltà di Sociologia di Urbino c’è Giuseppe Granieri che parla all’interno del corso di Giovanni. Io lo sto ascoltando in streaming, grazie al lavoro di Fabio, ma contemporaneamente ricevo mail per lavoro ricevo telefonate, ricevo Istant Message … Beh tutto questo non è solo il mondo delle informazioni, ma c’e qualcosa di noi che travasa – si teletrasporta – da una parte all’altra, anche le nostre emozioni. Lo schermo del mio pc diventa quindi la mappa di come mi sto distribuendo sul pianeta (e non solo di come sto guardando). Il mio desktop è allora come la “faccia della Terra” (del pianeta permeato di me) e la sua immagine cosmica mi appare come qualcosa di specifico e unico e di irripetibile, come un affresco del (mio) digitale.

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The Ten Commandments for Gilbert & George. Copyright Gilbert & George e Edition Jannink, Paris, 1995

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The Ten Commandments for Gilbert & George. Copyright Gilbert & George e Edition Jannink, Paris, 1995

Ieri Laura ha pubblicato un post (ai miei occhi divertente) che mi ha fatto sfogliare qualche vecchio libro sulla performance (Kirkby, Kaprov, Inga Pin… (Divertente perchè descrive la “magnitudo della performance” avendo lei stessa compiuto una performance nel seguire tutte quelle cose). Il resoconto di Laura a me piace molto. Esprime bene la nostra natura “onnivora” raccontata anche da FaustoTorpedine. Tra gli altri libri che ho sfogliato (in maniera assolutamente onnivora) me ne è rimasto “attaccato” uno alla mano destra: The Ten Commandaments for Gilbert & George (1995). Sono Dieci Comandamenti – provocatori – per una generazione onnivoria e che svolge un certo lavoro dentro le parole, le immagini e le azioni. Sono Dieci Comandamenti che a loro volta suggeriscono una vita performativa (performante… ?).
Gilbert & George scrivono:

Elenco:

I.

Thou shalt fight conformism

II.

Thou shalt be the messenger of freedoms

III.

Thou shalt make use of sex

IV.

Thou shalt reinvent life

V.

Thou shalt grab the soul

VI.

Thou shalt give thy love

VII.

Thou shalt create artificial art

VIII.

Thou shalt have a sense of purpose

IX.

Thou shalt not know exactly what thou dost, not thou shalt do it

X.

Thou shalt give something back

SOTTO LA PELLE DELL’AVATAR? NIENTE? … SICURI?

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Pelle trasparente di un modello medico

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Inside information 001: autoritratto come Asian

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Inside informatio 002: Joannes Bedrosian (sperando non me ne voglia)

Per poter dare una risposta corretta alla domanda d’apertura credo che innazitutto ci si debba immergere coscientemente dentro i mondi metaforici. Non “guardarci dentro” ma dal di dentro. (il metodo immersivo).

La conoscenza di noi stessi, della nostra immagine corporea coincide con la conoscenza dei confini del nostro corpo. La pelle è la prima frontiera che conosciamo fin dalla nascita.Ogni essere vivente, ogni organo, ogni cellula ha una pelle o una scorza, tunica, involucro, carapace, membrana, meninge, armatura, paratia, pellicola, pleura…

Nel corpo umano, la pelle è più che un organo, è un insieme di organi diversi. Non è solo organo di senso ma svolge funzione biologiche, metaboliche.La pelle di ogni animale, compreso l’uomo, è un involucro che contiene cose. Si dilata e si contrare (si riempe e si svuota) continuamente in quanto respiriamo.La pelle dell’avatar apparentemente non contiene nulla. Come si vede nella foto qui sopra la posso penetrare senza avere bisogno di ferri. Scopro che è vuota di cose materiali (in apparenza), contrariamente a quanto accade per il corpo umano del quale mostro un modello qui sotto.

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Modello medico di corpo umano in resina

RISPOSTA:Per lo psicanalista che io non sono, la pelle ha una importanza capitale: essa fornisce all’apparato psichico le rappresentazioni costitutive dell’Io e delle sue principali funzioni.
Prendo da Didier Anzieu (dal suo volume L’Io-pelle – Edizioni Borla, 1995) un piccolo schema semplice per capire che la pelle ha una funzione che va oltre il dato biologico e che anzi assume un forte valore in relazione alla nostra più profonda persona: all’Io-pelle, la superficie psichica con funzione di intersensorialità che aderisce alla pelle stessa, assegna “tre funzioni: una funzione di involucro, contenitore e unificante del Sé, una funzione di barriera protettiva della vita psichica, una funzione di filtro degli scambi e di iscrizione delle prime tracce, funzione che rende possibile la rappresentazione. A queste tre funzioni corrispondono tre raffigurazioni: il sacco, lo schermo, il setaccio”. (pag 123)

In altre parole quella cosa lì, quel sacco che contiene un vuoto digitale in realtà è qualcosa di noi, e ha le stesse funzioni della nostra pelle nel momento in cui diventa la nostra pelle vicaria (non virtuale).Anche la pelle dell’avatar (l’io-pelle – Didier Anzieu) è una superficie psichica con funzione di intersensorialità.
Come per la pelle del nostro corpo, che assolve una funzione di sostegno dello scheletro e dei muscoli, cosi la pelle dell’avatar adempie ad una conservazione della vita nostra stessa psichica negli ambienti metaforici.

P.S: Altro contribuo al corpo come tema condiviso con Laura.

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Maya Deren’s Meshes of the Afternoon

La foto qui sopra ritrae Maya Deren (Eleanora Derenkovskaja, Kiev 29 aprile 1917 – New York 13 ottobre 1961) “come Botticelli” . E’ stata scattata dal marito Alexander Hammid.

Non mi interessa ricostruirne una biografia che si può trovare anche qui (in italiano) o qui (in inglese). Mi interessano invece acuni temi che si incrociano con alcune cose già scritte in questo Blog (la punta del mio personale iceberg).

Questo post vuole essere un breve richiamo.
Un promemoria per appunti, per un approfondimento chiarificatore futuro.

Mi interessa richiamare il suo lavoro per almeno tre motivi:
– per essere stata l’anticipatrice (la madre) di tutto il cinema d’avanguardia indipendente (americano prima ed europeo dopo)
– per avere elaborato e definito un linguaggio artistico che dialoga con l’antropologia visuale (Margaret mead e Gregory Bateson erano i suoi di viaggio)
– per avere lavorato in una dimensione magica, rituale, non narrativa, non drammatica. Da lei parte la tradizione dello psicodramma e del ciné-dance film.
Mi interessa quindi perchè guarda il proprio tempo contemporaneo con occhi che cercano di raccontarne i riti partendo dall’esperienza fatta con i riti Haitiani di trance. Lavora sulla trance portandola sul piano di ricerca artistica cinematografica e coreografica. E’ a suo modo una “grande madre” di molta ricerca visuale che ancora oggi la considera contemporanea.

La sua produzione cinematografica la potete trovare nel completissimo www.ubu.com.

Qui qualche appunto copiato in giro del quale (me ne scuso) ho perso le tracce, ma che ben sintetizza la sua ricerca:
“Parte da una dimensione non narrativa della pellicola, una particolare dimensione poetica non limitata al ritmo e all’assonanza, ma intesa come «esplorazione verticale», da contrapporre al «dramma» – il consueto movie narrativo – operante a livello «orizzontale, da sentimento a sentimento». Soltanto un coraggioso movimento verticale poteva, per la cineasta americana, riempire di significato le immagini e renderle magicamente intense, permettendo allo spettatore ricettivo e disponibile, di là da quello che appariva e agiva sullo schermo, di cogliere, d’intuire l’altra realtà, i mondi invisibili celati alla mente razionale. il cinema diventa onirico e poetico, visionario e rituale, antinarrativo per eccellenza e cerca di tradurre senza censure un’interiorità esplorata spesso con pratiche magiche, sostanze psicòtrope, tecniche orientali di meditazione. La camera cessa d’essere naturalistica e cerca di rendere, dall’interno, sensazioni, emozioni, esperienze visionarie. Il tempo diventa quello del ritmo psichico, della visione e del sogno (il trancefilm).
Il suo è un lavoro sull’inconscio, il caos ribollente sotto la coscienza ordinaria, viene esplorato e rivelato in un acting out rabbioso o follemente gioioso.”

Qui sotto invece il link ad un suo film che bene illustra il suo lavoro: “Ritual in the trasfigured time” (“Rituale in tempo trasfigurato”, 1946) la Deren dissocia i suoi personaggi dai lacci della storia ed esplora allucinazioni dionisiache e mitologie ludiche per opporsi e rifiutare l’inumanità di tutto quanto è esterno alla propria condizione esistenziale.

Il post precedente parla di un immaginario della natura legato ad una cultura, quella americana, che incorpora una idea di modernità nella natura stessa: il mito di una società fondata sull’automobile e sull’abitare, dove la cura del prato è la manifestazione di una componente pubblica della vita privata. Altro suggerimento rispetto ai precedenti: rivedere il film The Others (1991) di Alejandro Amenábar.

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Un’opera di Christa Sommerer Laurent Mignonneau

La natura oggi è presa a modello e non è più considerata un solo territorio di conquista. Esiste un nuovo naturalismo scientifico e tecnologico, che considera la natura non più uno stadio primitivo da modificare, ma un modello evoluto da imitare nei processi costruttivi del nuovo. E’ una nuova modernità, diversa, impegnata a elaborare strumenti progettuali più ricchi e meno rigidi per realizzare trasformazioni diffuse che sfruttano energie ambientali e sociali un tempo sconosciute.
Il design, come l’architettura, si è dato un nuovo impegno che non è più quello di copiare la natura nelle sue forme esteriori, l’obiettivo semmai e quello di fare coincidere i due termini e di produrre le architetture con soli pezzi di natura. Geometricamente le nuove architetture sono il frutto per esempio del mondo dei frattali e di altri tipi di geometrie. Queste ci fanno percepire un mondo molto più vicino al nostro. Il mondo digitale per eccellenza, Second Life (da non intendersi più come virtuale), da questo punto di vista è più indietro del mondo reale: lì la natura rappresentata è ancora una imitazione della natura reale, troppe volte frutto di importazioni di file JPEG. Non ha ancora pensato ad una sua natura interna, cosa che credo sarà necessario fare e pensare in futuro. Ci sono rarissimi casi nei quali si incrociano tentativi di progettare una nuova natura, una next-nature per un next-verso. Anche la land Second Nature è ancora ferma alla descrizione e non alla proposizione di una vera seconda natura.
Nel mondo del digitale la digital-art ha prodotto certamente risultati migliori di quelli di SL, almeno per il momento. Per esempio i lavori Christa Sommerer & Laurent Mignonneau che si muovono tra una dimensione che sta tra l’arte e la scienza con loro tanti altri.

Ancora, il lavoro di Reas Casey introduce un interessante ricerca tra il digitale e una nuova forma di natura immateriale. Si tratta della costruzione di immagini che sono il risultato di un algoritmo. come per i frattali il risultato è sorprendentemente una immagine che evoca la natura, ed evocandola risveglia in noi qualcosa.

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Process 6 (Puff 3) 2005 Unique inkjet print on Hahnemuhle Photo Rag 12 inch diameter

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TI Reas Casey, installation at BANK gallery. Photo © Robert Downs