Archives for category: autoritratto

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Claude Monet. L’ombra di Monet nello stagno delle ninfee, ca. 1905 Fotografia Collezione Philippe Piguet


Parliamo di ombre.
Monet, nel 1905 si fotografa nel suo stagno delle nifee in forma di ombra. Lo fa in una forma autoriflessiva: è un vero autoritratto. Secondo Stoichita* se si fotografa come riflesso della superficie dell’acqua apparendovi come ombra lo fa per suggerire non tanto un atto d’amore verso se stesso ma verso il proprio mondo simbolico. Ciò che la sua ombra espone è l’ombra del suo sguardo che si istituisce come pittura, quello sguardo che si struttura come visione, come pittura.


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Autoritratto di avatar. L’ombra di AL nello stagno delle ninfee di LucaniaLab. Collezione privata.


Ogni immagine ha la sua storia e ogni immagine è testimone di una storia più grande che muove all’interno di una storia della rappresentazione estetica e una storia della filosofia della rappresentazione. Come dire che ogni immagine
è forma di un pensiero -l’artista- che l’ha prodotta all’interno di un pensiero -una cultura- più grande che lo contiene.
Un giro di parole per introdurre una cosa che non ha solo una valenza tecnica, un nuovo traguardo raggiunto, ma anche un significato simbolico molto forte all’interno di un pensiero che produce immagini -mondi- nell’ambiente di Second life.

L’arte ha da tempo rifatto i suoi conti con la propria storia riallacciando ponti demoliti dall’avanguardia.
Non si può non leggere l’introduzione delle ombre in SL non solo come un avvicinamento di effetto di realtà ma un avvicinamento ai temi della rappresentazione.
La storia dell’arte occidentale è una storia di chiaroscuri. Plinio (Naturalis Historia XXXV,15) per primo ne inaugura l’interpretazione nel tentativo di dare un’origine alla pittura: l’atto di circoscrivere con una linea l’ombra di un essere umano. A fianco di questo atto primigenio sull’origine della pittura ne esiste un altro che parla delle origine della conoscenza: il mito platonico della caverna. Entrambi muovono a partire da ombre.

Ma quello che mi interessa notare sulle ombre in SL è che propone un’autoriflessività dell’avatar nell’immagine: propone un suo autoritratto in forma di ombra.
Credo che simbolicamente sia un fatto veramente potente. E’ un segno doppio della nostra presenza in SL non più nella sola forma di presenza-avatar ma anche di evanescenza-ombra. Un doppio segno di appartenenza al mondo quindi.
Se l’avatar cela una dimensione narcisistica di noi che “ci affacciamo” nei mondi virtuali la presenza dell’ombra suggerisce una appartenenza al mondo creato non più nella sola dimensione di creatori ma come superficie stessa delle cose create, inglobando questa evanescenza nello stesso quadro dell’immagine. Assieme alle altre cose l’avatar vi si riflette, vi si riassume e vi si dissolve. In altre parole entra e si dissolve nel mondo che ha immaginato e creato: non è più una sola immersività ma una vera inclusione all’interno del mondo.

*Victor I. Stoichita, Breve storia dell’ombra. Dalle origini della pittura alla Pop Art. Il saggiatore, Milano 2000

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Un ultimo tassello. Un piccolo documento che racconta qualcosa di Rinascimento Virtuale, uno spot di un qualcosa di molto più grande che contiene 150 artisti, realizzato usando la sola memoria del mio macbookpro.
Da un’idea di Mario Gerosa portata nella mia “testa” e realizzata sulla musica prodotta da Esprit Machinsite (Rinascimento Virtuale – Frank Koolhass talking).

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LA BATTAGLIA TRA CULTURA ALTA E CULTURA BASSA E’ FINITA

NOI SIAMO I PRIMITIVI DI UNA CULTURA ANCORA SCONOSCIUTA

 

 

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I’m here

Parafrasando Virginia Wolf: la parola “io” è soltanto una comoda designazione per nominare qualcuno che non conosciamo* realmente.

Ho sempre preferito le mappe ai calendari. Ho sempre preferito descrivermi come una collezioni di “luoghi”, evitando la definizione collezione di ricordi, di memoria. Accumolo cose che non si legano al tempo ma a situazioni legate ai luoghi.
Duccio Demetrio scrive in un interessante saggio (Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé, Cortina, 1995): “L’esperienza autobiografica si costruisce lungo un percorso assai curioso per quanto concerne la dimensione del tempo. Certamente il racconto che condurrà alla conclusione del racconto di sé… è di carattere diacronico. Dove il tempo è successione e orologio”.
Nel suo libro, Demetrio, si pone il tema del racconto si sé e della sorpresa di trovarsi a dare forma ai propri ricordi, a quello che si è fatto, amato e sofferto.
Personalmente ho un’altra visione di questo racconto: il tempo è una collezione di luoghi e di spazi che si aprono a noi. Le cose e le persone non stanno su di una linea del tempo, ma stanno come fossero posate sulle linee della metropolitana: il tempo allora cambia direzione. Può andare avanti e indietro. Ancora meglio verso di me o, all’opposto, allontanarsi. Le persone ritornano, altre, invece, si allontanano. Consumo spazio, non consumo tempo. Una visione che non prevede il rimpianto, la svolta dentro al ricordo, ma affronta il tema della possibilità e della reinvenzione al presente del proprio futuro.

Così questo web 2.0. Scrivo qui, io, ma tu mi leggi lì, in un tempo diverso che non è il mio ma è il tuo. Per un attimo si sono incrociati. Forse per il solo tempo della lettura. Forse un’altra volta ancora.

*nell’originale V.Wolf dice “che non esiste realmente”

I’m here

I’m here

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Io+Io+Io+Io (Come mostrarmi?) © Fabio Fornasari

Oggi mi è stato posto un problema: cercare un’immagine di me che sia “pubblicabile”, una mia “immagine istituzionale” (Elena dice che in www.Linkedin.com non si può non averne una). E’ stato facile trovarne una per l’avatar, ma molto più difficile è trovare per me l’espressione giusta qui, nella first life. Ogni foto, anche la propria, è un progetto. Lo si vede benissimo in questi giorni pre-elettorali dove tutti i politici hanno dato di se una loro immagine istituzionale. Questa che pubblico in forma di autoritratto è una domanda prima di tutto: come mostrarmi?

Votate per me, non serve a nulla. Do it.

Senza troppe parole

Quanto detto per i musei in real life funziona ugualmente nei musei di second life? Lo sguardo e la visione hanno lo stesso valore?
C’è una profonda differenza innanzitutto: la piattaforma Linden innanzitutto uniforma il linguaggio, la “tecnica”, di tutto l’insieme in quanto è la piattaforma la “tecnica” (quando le immagini non sono importate in Jpg ma le opere sono prodotte direttamente in SL). Ovviamente ho usato qui la parola “tecnica” intesa come quella serie di operazioni utili a produrre l’arte: insieme di materiali e abilità.
Opere e corpi (avatar) si fondono così naturalmente in una unica visione che amalgama, include. E’ una delle prime evidenze della dimensione immersiva di Second Life. Come fa notare anche Velas di una immagine che le ho scattato che ha cambiato la sua visione di quell’opera di Milla.

L’occasione per fare questo ragionamento è il vernissage della ricerca fotografica di MillaMilla Noel al museo del Metaverso, un’insieme di autoritratti e “pensieri visivi” sulla femminilità in SL. La pantomima sopravvive anche qui come nella Real Life. Roxelo Babenco in questo ha centrato un obiettivo: costruire un museo (in continua evoluzione) come teatro, scena dove rappresentare, oltre che presentare, l’arte di second life.
Sarei curioso di saper cosa ne pensano Laura e Liu.

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MillaMilla (vista di spalle) espone al Museo del Metaverso

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Guardare gli avatar che guardano nel Metaverso

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Guardare gli avatar che guardano nel Metaverso

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MIO MAO, primo maggio 2001. Autoritratto. © Fabio Fornasari

Oggi a Milano, allo spazio Triennale Bovisa, inaugura una bellissima mostra di Anselm Kiefer sulla sua visione di Mao. Da vedere assolutamente.
Non potevo non parlare, data l’occasione, della mia visione di me in forma di autoritratto nei panni di Mao.
Sono passati ormai sette anni da quando ho fatto il primo MIO.
Farsi un autoritratto è un rito attraverso il quale siamo passati tutti.
Il Mio è un progetto di autoritratti in forma di piccoli libretti quadrati da tenere in tasca.
Ritrarsi nei panni di qualcun altro ha un senso che che è legato al volersi rappresentare. Normalmente un autoritratto è un cortocircuito della propria visione (io guardo me che mi guarda). In questo caso era un poco come compiere un rito sciamanico: chissà se qualcosa di lui entrerà in me. Un delirio di potenza dopotutto (o il suo desiderio espresso e rappresentato).
A differenza di uno specchio, un nostro ritratto – una fotografia – ci mostra per quello che siamo (quantomeno in apparenza). Lo specchio ci mostra di noi sempre una immagine simmetrica. L’autoritratto fotografico no. Presuntuosamente ci mostra per quello che siamo. Una pura illusione, ovviamente. La presunzione di verità della fotografia è sempre stata confutata dalla pratica stessa della fotografia: raramente ci riconosciamo nella fotografia che ci viene fatta.

Nel suo saggio Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico, Maurizio Giuffredi scrive: “la costatazione dolorosa che la rappresentazione fotografica non può mai rappresentarci, che non può esserci mai visione oggettiva ma ancora, sempre e soltanto, visione soggettiva, un po’ come nell’arte in generale, può portare a liberarsi definitivamente dal problema dell’oggettività per cercare, nell’autoritratto soprattutto, non tanto un’inutile fedeltà fisiognomica, ma significati profondi legati al vissuto e alla poetica di chi si fotografa. E dal momento che la fotografia è democratica, diversamente dall’arte, generalizza questa constatazione dolorosa e rende ognuno di noi in grado di condividerla.”*
*pag 129. (Maurizio Giuffredi, Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico, in: a cura di Stefano Ferrari, Autoritratto, psicologia e dintorni, Clueb, 2004)

Quando passa attraverso le nostre labbra il Tao è limpido e senza sapore
LAO ZI

Il Tao dell’uomo retto è insapore ma non stanca.
ZHONG YONG

Passare un’ora a parlare di amici immaginari, bevendo Champagne e fumando Avana con Liu, Monica e Deneb.

Mi ricordo un libro bellissimo: Elogio dell’insapore di Francoise Jullien. Parla del cibo, dell’insapore e della Cina, in una chiave particolare. Ripensandoci ci sono dei discorsi dentro quelle pagine, che possono essere riletti per SL; ci sono delle chiavi di lettura che possono fare un poco di luce su tanta seduzione in cose assurde come fare “aperitivi” o comunque gironzolare lì dentro.
Parafrasandolo per Second Life: il paesaggio del paradosso.
Andare incontro all’insipidezza, e all’insapore per raggiungere un centro che si mostra sensibile, l’ipotesi. Attraverso la condivisione di una esperienza (con gli altri avatar) attraverso il suono, la visione e i discorsi questo paesaggio dell’insapore diventa esperienza sensibile. E’ la dimensione immersiva che fa cambiare di segno l”insapore” di questa esperienza. Per chi non conosce come funzionano le pose non sarà immediato capire quanto dico ora: bere a ripetizione bicchieri di champagne, reiterare il gesto è il segno di una ripetizione che insiste su una debolezza del sapore, sulla sua mancanza. Ma questa reiterazione ha la capacità di creare una situazione sensibile per chi la vive in quel momento attraverso il proprio avatar. E’ un piccolo gesto, ripetuto, che contiene in se tutte le qualità del gesto reale. Una prova: avete mai animato l’avatar di qualcun altro? Non è la stessa cosa che muovere il proprio. Allora qualcosa accade dentro la nostra sensibilità, dopotutto. L’esperienza dell’insapore, della reiterazione di gesti sciapi, tende a portarci al centro del nostro avatar.

Poco tempo fa sono stato chiamato in causa da Joannes Bedrosian aka Giovanni Boccia Artieri per definirmi in quanto Asian Lednev nella catena lanciata da Mario Gerosa. Per darne risposta sono stato ospitato gentilmente nel blog di Roberta la memoria delle cose. Riprendo questo “post a prestito” perchè uno degli luoghi sensibili di questo blog sono i mondi digitali in quanto spazi per una nuova geografia (vedi il punto 5 dell’autoritratto da avatar) . In questo caso lo scritto è legato alla mia presenza in quanto avatar in second life che non è mai solo per semplice divertimento. Con Rosa Waechter, Liu Lunasea ci sono dei progetti in corso che stiamo pensando dentro l’unAcademy, noto crocevia di interessi e progetti sul tema dell’innovazione del digitale governato da Junikiro Juni aka Giuseppe Granieri.

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1- RIBALTAMENTO Si dice dei gemelli (zodiacali) che possiedono una doppia personalità; forse per questo motivo, per Asian, è molto semplice pensare a Fabio come ad un’altra possibilità di relazionarsi con gli altri senza sentirsi un falso o una copia ma una cosa autonoma in sè; Vanitosi? tutti e due (Morale: in fondo si resta sempre se stessi)
2- POSSIBILITA’ Asian è giovane, è nato nell’aprile di quest’anno e ha già diversi amici. Ha viaggiato molto, ha visto già tante cose, tra le altre ha fatto un volo sullo shuttle, si è seduto sulle spalle di Gundam III (Robot d’acciaio), ha visitato l’Atomium (non si ricorda bene ma forse è stato pure sulla luna) e ha conversato nella stessa sera con due giovani giapponesi al bordo di un laghetto pieno di fiori di loto condividendo i suoi interessi per NANA, un anime famoso, e subito dopo è andato a vedere un concerto di una Folksinger inglese (di Birmingham) che cercava di racimolare qualche Linden Dollar per crescere il suo figlioletto nella FirstLife.
3- VISIONE DIGESTIVA O CONTEMPLATIVA C’é tanto ancora da fare in SL dal punto di vista del progetto degli spazi. Una prima domanda è a quale visione si deve rispondere: digestiva (tattile) interna, immersiva o contemplativa? La seconda… anzi la prima visione (digestiva): questa risponde a una rivelazione spontanea delle relazioni percettive tra spazio tempo e movimento. La pratica quotidiana della relatività – spazio tempo movimento – è rafforzata all’interno di SL: nulla è qui concepito senza la componente del movimento. Il movimento si esprime in due cose: il movimento degli oggetti, degli altri e di colui che guarda. Ma chi guarda? Fabio o Asian?
4- CONFINI e SCONFINAMENTI Sto cercando di capire realmente dove si trova il confine di SL; il primo e più semplice da riconoscere è quello che ci viene offerto dalla visione: lo schermo descrive questo primo confine tra due mondi; un mondo rappesentato con successive e continue vista bidimensionali contro il mondo della tridimensionalità. Il primo digitale, numerique, il secondo biologico.
Poi ci sono dei confini simbolici che sono più complessi da riconoscere; ma anche dei confini di comportamento: qualcosa me lo porto dietro anche a schermo spento. Cosa starò diventando? FASIAN, ABIO, FABIAN, ASIO …
E la memoria? Esiste una memoria di Asian e una di Fabio?
5- NAVIGATORI. Dove si colloca lo spazio di SL? Qualcuno produrrà il tomtom di SL prima o poi? Una domanda per tutti: vi siete mai resi conto, vi siete mai figurati, avete mai realizzato visivamente dentro di voi che i navigatori non sono altro che un rivestimento digitale della crosta terrestre? Sono a loro volta un mondo virtuale con un aspetto ancora primitivo. Nessuno vi abita. Forse qualche hacker vi ha già fatto visita. Qualcuno scriverà mai delle “cronache marziane” sui viaggi verso la tomtom-sfera?
Altra domanda: immaginate di compiere un viaggio su di una linea retta che perpendicolare al vostro schermo vi porta dentro la matrice minima conosciuta del vostro LCD da una parte e dall’altra vi porta verso lo spazio profondo. Dove stanno i mondi virtuali per la vostra capacità di percepire le cose che vi permettono di orientarvi?
Una proposta come metodo per SL: forse è ora di guardare al dito indicando la luna; ci accorgeremmo di quanta parte di universo si compone e di quante cosa si possono scoprire.
6- CORPI PIENI e MISURE La cosa che mi sconvolge, come Asian, è che se penso a Fabio, lui è pieno di cavità, di tubicini, di liquidi; è poroso, liscio, ruvido e morbido allo stesso tempo. Io, Asian, sono rappresentabile come una formula matematica, sono un algoritmo. le mie misure sono variabili e vanno in pixel pollice. Io posso essere 600×800 o 800×1024 (o circa). Non possono cadermi i denti ma spero di non perdere mai per strada nessun pixel. Che figura farei? Eppure talvolta perdo i vestiti o i capelli o le scarpe.
7- ARTE E NATURA. SL offre un nuovo naturalismo scientifico e tecnologico. Non è una natura primitiva da modificare è piuttosto una natura scientifica da imitare non nelle forme ma nelle sue formule: la fillotassi ad esempio. SL può essere il luogo di una modernità diversa, impegnata ad elaborare strumenti progettuali più ricchi e meno rigidi per dare corpo ad ambienti che sfruttano energie ambientali e sociali diverse (UA, LucaniaLab). E’ una nuova natura che ha le radici nella mente delle persone;
8- RICONOSCIMENTO A volte mi sembra che dietro a tanta tecnologia si celi una visione che ci riporta ad una civiltà del passato: SL è uno spazio che si rappresenta come una rete continua di relazioni, fatta di un tessuto flessibile e trasparente, capace di resistere agli urti e agli strappi delle trasformazioni interne. Ma a voi non capita, ora, di vedere persone per strada e di dire: quella è AWAY!

Asian Lednev