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senza parole

Testo accessibile: le cose che progettiamo spesso progettano noi

Il post precedente su una idea di macchina del tempo legata al mondo dei suoni mi è rimbalzata in un’altra bolla piena di idee relative all’innovazione e al suo significato. Non mi è mai piaciuto parlare dell’innovazione ma sono sempre stato chiamato nei lavori per le mie idee innovative o quanto meno per il contenuto di originalità. Così dicono gli altri. Non riconosco, nel mio pensiero, una problematizzazione della parola innovazione ma una condizione a prescindere delle idee stesse: devono esserlo. Per questo mi permetto di andare in qua e la nel tempo e negli spazi di (e in) questa “stanza” tutta per me (può un essere umano appartenente al genere maschile citare Virginia Woolf?).
Il tempo, visto in una chiave non cronologica, si propone come una singolare indagine delle cose: da un lato esso agisce forma e trasfigura l’arte del fare le cose, dall’altro questo stesso fare delle cose (la sua arte) si pone sovente su un piano di pura sincronia atemporale.
Con gli studenti mi capita spesso di parlare del tempo in chiave di futuro anteriore. Nel design come in tutte quelle arti nelle quali l’innovazione dovrebbe essere la stessa e più pura essenza, le cose che vediamo/sentiamo oggi sono sempre il risultato di un pensiero che pensa sempre più avanti del presente. Questo perchè tra il momento del pensiero e quello della sua realizzazione passa del tempo e chi le ha pensate, al termine del processo, le vive come obsolete. Forse è per questo che si dice che un artista, quando ha terminato un’opera deve disfarsene altrimenti la modificherà all’infinito. Vivo sulla pelle quotidianamente questo problema.
Futuro anteriore è anche in relazione al fatto che le idee, perchè possano diventare realtà, devono anche essere riconosciute da chi le deve accettare, acquistare, fare proprie. Quindi è un continuo andare avanti e indietro dentro la storia delle idee. Il mainstream del’arte ad esempio non accetta di buon grado che un artista cambi linguaggio: meglio cambiare artista. La stessa second life è una idea già vista con delle forme nuove. La sua vetustà viene dimostrata con molte delle cose che vi si propongono come nuove ma che di nuovo hanno solo la superficie. Forse è per questo che ne parlo sovente: perchè è un mondo dove c’e’ ancora molto da fare, come diceva anche Mario Gerosa in unAcademy.

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Una breve storia di archeologia dell’ascolto del digitale.
Ho sempre pensato che l’opera di datazione (attribuire le date) fosse cosa assolutamente affascinante: mi suona un poco come “metter le mani nel tempo”. La macchina del tempo è studiata dai fisici e dai filosofi delle scienze ma sono gli archeologi che, senza possederne una, hanno questa possibilità di spostare cose lungo la linea temporale anteponendo o posponendo, cambiando pesantemente i significati alle cose. Nell’ambito dell’ascolto musicale, specie nell’elettronica, dagli esperimenti di Karlheinz Stockhausen alla Techno, questa datazione si lega alle continue scoperte di nuovi suoni prodotti dalle macchine. La cosa non è riconoscere i vari strumenti, ma sentire nei paesaggi dei suoni quelli particolari che identificano quel periodo: esempio il vocoder per rendere robotica la voce o gli effetti sonori dei kraftwerk ad esempio di Ohm sweet Ohm.
Qui sotto un esempio di questi suoni del 1973 dall’album Ralf & Florian che malcela venature kitsch:

Non è più il problema di riconoscere uno strumento ma un tipo di suono e l’algoritmo che lo ha permesso: la sua natura matematica applicata al circuito stampato.
Roberta mi permetterà di parlare un attimo di una mia memoria: il mio primo home computer e la scoperta dei nuovi suoni. L’ho comperato 25 anni fa e lo pagai (a metà con mio fratello) circa 400 mila lire. Un capitale direi per il tempo. Non mi interessa darne le note tecniche che si possono trovare anche su wikipedia. A quel tempo si ascoltava la musica elettronica dei Kraftwerk, dei Tangerine Dream e Klaus Schulze come unica alternativa ai suoni dei PIL e dei Throbbing Gristle. Tutto il resto era categorizzato come commerciale. Troppo facile all’ascolto. Tutto questo non per moda (o semplice snobismo) ma come avventura verso orizzonti di suono inauditi. Chi aveva il Vic e chi aveva lo ZX giocava a produrre suoni su queste tastiere. Il Casio Tone VL1 era l’oggetto iniziatico verso il mondo della produzione musicale indipendente. Il Korg era cosa da signur. Lo ZX Spectrum aveva un pessimo generatore di suoni ma lavorando con formule matematiche (a qualcosa doveva pur servire studiarne tanta) uscivano sequenze ritmiche, sintetiche, di buon risultato. Associate alla batteria elettronica autoprodotta e ai suoni della tastiera del Casio Tone di Paolo, un amico del tempo, ci si poteva definire anche “musicisti sperimentali”.
Non c’erano gli effetti della kling klang (la casa di produzione delle “macchine” di proprietà dei Kraftwerk), ma le nostre orecchie imparavano ad ascoltare.
Oggi lavoro con un altro Paolo, in termini di musiche, di suoni e di comunicazioni. Ma il desiderio di sperimentare è sempre lo stesso: mettere insieme suoni, possibilmente nuovi nelle loro relazioni, evocativi. Nel mio tumbler qualcosa di questo lavoro di Ferrario e me c’e’ in relazione alla comunicazione dell’arte e della città che stiamo sperimentando.
Come detto anche attraverso l’udito e i suoni (comunicazione non verbale) c’è tanto da imparare.
Come sempre: AphexTwin, Nannou

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Pensierino mattutino: ci sono come delle funi, delle catene che legano i nostri sensi al mondo, e quindi noi stessi ai luoghi. Il nostro corpo dopotutto è sordo, cieco, muto ecc… senza la presenza di “pori” (immagine presa dalla tradizione greca antica) che ci connettono al mondo esterno. A volte, coscientemente, pratichiamo strategie per eludere il nostro corpo, mettendo alla soglia di quei pori apparecchi per modificarne la percezione. Sono dispositivi che ci allontanano il nostro aspetto più legato alla nostra natura animale.
La maschera della foto qui sopra veniva usata dai medici del diciasettesimo secolo che curavano gli appestati. Nel becco vi erano le essenze, profumi, per eludere il segnale del pericolo della malattia e quindi della morte.

Il titolo sembra una bestemmia ma in italiano suonerebbe molto differente e distante dal significato. Questo per introdurre il tema.
Ci sono alcuni pensieri da verificare che ruotano intorno a questa palla e alla sua descrizione, la geografia, oggi neo.

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Alcuni pensieri: la geografia a nuvole (tag-geography o neogeography 2.0) permette all’utente del sistema di aggiungere le sue informazioni, diventando autore, storyteller. Anche io l’ho fatto: ho la mia pagina in Panoramio e lì ho messo le mie foto. Una scelta tra tante. Inizialmente era un gioco, poi ho capito che poteva essere un progetto (ogni progetto è un gioco per chi lo governa). Ad esempio il mio progetto su Google Earth ibridato con Panoramio (mash-up) è stato quello di collocare sulla grande mappa-satellitare le foto dei luoghi (edifici, spazi) attualmente “politicamente scorretti” e comunque non più in regola con il pensiero dominante: l’hotel Rossja di Mosca (oggi demolito per lasciare posto ad un enorme intervento immobiliare nel centro di Mosca), ciò che restava della Sovietische Architektur a Dresda ecc… Quelle immagini dei luoghi restano sulla carta come memoria visuale e raccontano le storie periferiche di quei luoghi. Questa outsider-geography si fa portatrice di racconti marginali, abbandonati, poco importanti per la contemporaneità dominante ma che comunque sono sempre parte della storia dei luoghi.

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Dresden, edificio degli anni 70 in stile sovietico. Al tempo della foto era già abbandonato ed esponeva alla sua base i progetti dell’edificio che lo sostituirà.

Ball of being, da Beautiful world Mieke Gerritzen

Lo stesso blog nel quale scrivo ne è una testimonianza: la fiction è stata sostituita dal racconto della realtà. Memorie, biografie, diari e racconti di vita riempiono le pagine del digitale. Il digitale stesso più abitato, second life, talvolta ne è uno specchio.
Anche io da tempo raccolgo storie legate all’abitare i luoghi. Faccio collezione di questi racconti anche a fini didattici: in un’epoca nella quale si è dichiarata la fine delle grandi narrazioni, come tanti, raccolgo storie, eventi fatti particolari apparentemente senza senso e senza una funzione. Tutti parlano di luoghi, spazi ed architetture. Non dicono questi racconti come si deve progettare una città o come ci si deve vivere, o ancora come si deve disegnare una architettura. Per me che li raccolgo, quanto meno servono per capire cosa sono le città e gli edifici in realtà, ancora meglio cosa significa abitarci dentro e intorno. E’ un modo distratto di guardare ai luoghi. Solo così, distrattamente, se ne capiscono i veri contenuti e ci si distrae dai problemi della forma.
Apro con questo post un altro argomento: visioni periferiche.

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Roadside america: Quartzsite; una città che conta all’anno 2 milioni di “abitanti” in movimento.

Ho messo come titolo questa parte di testo di Italo Calvino dalle Città Invisibili (pag. 8 nell’edizione Einaudi, testo di riferimento: edizione 1972), perchè leggendo il post di Roberta sull’incontro di Piero avvenuto ieri mattina a Pesaro mi frullava per la testa un pensiero: che il deserto, quello metaforico e geografico forse è proprio quella città, Dubai. Proprio perchè vi può accadere di tutto.

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All’università ricordo che mi insegnavano che l’architettura era tutto tranne il puro deserto (in memoria di John Ruskin). Uno cresce con l’idea che i deserti sono vuoti poi vede un film come Fata morgana o Apocalisse nel deserto di Werner Herzog, oppure sfoglia il catalogo Desert America, per rendersi conto di un paradosso o meglio che è proprio quello il territorio del paradosso:”in un paesaggio dove nulla ufficlalmente esiste (altrimenti non sarebbe deserto) nulla potrebbe essere pensabile e potrebbe accadervi” (fin qui avrebbe detto Reyner Banham)… ed invece vi accade proprio di tutto.

Immagine sopra: una vecchia cartografia da foto aerea zenitale della Repubblica Islamica della Mauritania, Parigi, Istituto Geografico Nazionale. Da Traveses/19 Le desert. Edito a Centre George Pompidou. Revue trimestrelle du Centre de Creation Industrielle, June 1980

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Arthropods, New Design Future
E’ il titolo di un libro del 1971 che vedeva molto avanti: che cioè il design futuro avrebbe disegnato dei Pod che avrebbero cambiato il nostro rapporto con l’ambiente circostante.
Questo progetto-libro di Jim Burns mi è tornato in mente leggendo un post di Fabio dell’11 dicembre scorso: La comunicazione in testa. Riporto queste battute dal post: “Il mondo esterno diventa silenzioso (o molto meno rumoroso) e ci si può spostare nell’ambiente in una condizione di isolamento acustico.
Il nostro spazio privato portatile si muove con noi come una bolla che ci racchiude all’interno di uno spazio pubblico…
Noi e la nostra colonna sonora personale.”

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Haus Ruecker Co, Mind Expander, 1967

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Haus Ruecker Co, Environment transformer, 1968

Archigram, Coop Himmelblau, Haus Ruecker Co, e altri gruppi di artisti e architetti progettano oggetti che sono pensati per produrre evasioni dal paesaggio urbano: sono progetti creativi che usano le sensorialità e il valore simbolico dello spazio e delle cose per creare effetti di straniamento e per mettere in crisi la stessa idea di permanenza dello spazio urbano, la sua staticità e la sua temporalità, in altri termini i cardini della tradizionale architettura statica.
Sono tentativi di rifugi per costruire nuovi territori e nuovi paesaggi di relazione con lo spazio urbano; sono progetti che in generale dovrebbero essere lo scheletro per cambiare e rinnovare la percezione dell’ambiente esterno.

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E’ uscito per ISBN un volume che ci racconta Yves Klein all’interno di una sua seconda vita: quella del judo. Nella presentazione del volume originale del 1954, Klein parla di se e del suo approccio al judo dicendo che in principio il suo atteggiamento era legato all’energia: “Ho sempre pensato che fosse molto meglio sfondare le pareti piuttosto che perdere tempo a cercarne le chiavi e non riuscire per mancanza di calma e sangue freddo a trovare il buco della serratura”.
In un post precedente ho parlato del corpo nello spazio e dei valori tattili in relazione alla vista. Aggiungo qui un tassello muovendo da questo scritto di Klein che mi evoca i miei primi spostamenti in second life. Ogni movimento, il semplice camminare, rischia di essere “maleducato” goffo verso gli altri e le cose. La stima della distanza degli oggetti e delle persone è normalmente un atto del giudizio, coadiuvato dall’esperienza, acquisito con l’esercizio e non un semplice dato del senso.
Le idee di spazio, estensione, figura, movimento e quiete, la loro stessa percezione ci deriva dalla nostra comune esperienza di corpi.

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Qui i primi movimenti e spostamenti, visti con gli occhi di chi studia le percezioni, ci svelano una nuova volta come alcune sensibilità devono essere ricollegate tra loro. Vista e propriocezione, e cioè la percezione della posizione del proprio corpo in questo caso sdoppiato (io e l’avatar), devono riconnettersi all’interno di una nuova alleanza.
Inizialmente si sfondano porte e ribaltano persone, fino a a quando non si conoscono le proprie “chiavi” per muovere il proprio avatar (muoversi). In altre parole fino a quando non se ne conosce la disciplina del movimento.

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Yves Klein, Le Vide, 1958 presa qui.
La citazione di Yves Klein l’ho presa dal volume I fondamenti del judo, ISBN Edizioni, Milano 2007

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Villa Reale, GAM, Milano 2005, foto © Oscar Ferrari

Durante i lavori di rinnovamento della GAM, sono intervenuto dentro il museo con una intallazione temporanea che entrava in relazione con l’ambiente dialogando con le stanze del museo. Il cantiere necessitava di chiudere le sale e di metterle in sicurezza. Ho così colto l’occasione, in accordo con il conservatore del museo dott.ssa Maria Fratelli e con l’allora direttore dott.ssa Alessandra Mottola Molfino, per fare una installazione immersiva per il visitatore creando una dimensione all’interno di un altro tempo, contemporaneo, dove la relazione tra le persone, l’ambiente e la luce hanno assunto un valore concettuale.

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Villa Reale, GAM, Milano 2005, foto © Oscar Ferrari

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Villa Reale, GAM, Milano 2005, foto © Oscar Ferrari