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Parte della “bibliosfera” da me collezionata sull’argomento “Luna rossa” (esplorazione dello spazio da parte della C.C.C.P.)


Prologo: Luoghi sensibili non è ne un satellite artificiale, non è una cometa artificiale e nemmeno una pianeta artificiale ma semplicemente la mia “navicella” che mi ha permesso di approdare un anno fa, il 3 gennaio 2008, sulla blogosfera.

Il 3 gennaio del 1959 il missile Lunik 1 era in viaggio verso la Luna. Come una cometa artificiale era visibile ad occhio nudo: una piccola stella in movimento verso la Luna.
L’ho già scritto: la conquista del cosmo, il suo periodo, è affascinante non come storia della scienza ma per tutto un apparato di discorsi tessuti intorno agli eventi. In questo caso, la storia del Lunik 1, ricorda l’alchimia.
Come fu possibile osservare ad occhio nudo il “Kosmice Rakete” quasi fosse una cometa?

“E’ molto difficile osservare corpi di luminosità così debole. Inoltre, bisogna considerare che il missile cosmico doveva essere osservato su uno sfondo celeste…” (…) … è stato dunque necessario elaborare un metodo che aumentasse di molte volte la luminosità del missile cosmico, sia pure per un periodo relativamente breve. La natura stessa ha suggerito l’idea… le comete” (…) Quale è la causa delle luminisità delle comete? La cometa è abbastanza ricca di rocce fredde e pulviscolo: Quando la cometa è abbasatanza vicina al sole, le rocce e il pulviscolo si riscaldano fortemente. cominciando ad emettere vari gas. Alcuni gas hanno la capacità di decomporre molto intensamente la luce solare nelle singole linee e fasce dello spettro…” (…) “Qual’è la causa del fenomeno? … Quando arriva una radiazione che ha la stessa lunghezza d’onda dell’atomo e della molecola del gas, gli elettroni subiscono una scossa. Ogni atomo comincia così a emettere in tutte le direzioni onde elettromagnetiche della stessa lunghezza d’onda” (…) “Ne consegue che se un missile cosmico emette anche una piccola quantità di vapori di una sostanza idonea, si forma una nube, che può essere facilmente osservata”*.

La storia del lancio non finì benissimo ma la retorica del periodo risolse la questione brillantemente. Causa ne fu la troppa velocità del vettore che portò il satellite artificiale, destinato a circolare intorno alla Luna, nell’orbita del Sole. “All’incirca il 7-8 gennaio il missile cosmico sovietico ha assunto una sua orbita indipendente attorno al sole, divenendone satellite, trasformandosi così nel primo pianeta artificiale del sistema solare”.

*da: La cometa artificiale, in “L’U.R.S.S. e lo spazio, scritti e documenti ufficiali sovietici, Volume 5 della collana “Oggi nel mondo”, Lerici editori. 1960

Il primo dell’anno ha una sua caratteristica tutta speciale: è come se fosse sospeso nel tempo. E’ un luogo temporale dove si possono ripensare alcune cose. Così “ripenso” ad un “racconto”, una biografia associata ad una idea di luogo scritto su commissione dall’amico Piero sui temi di una topologia.

(…) Nei tempi in cui nessuna visione Tarkovskiana poteva ancora avermi influenzato il guardare e il riconoscere le cose, con i due soliti amici Stefano e Luca – in tre non facevamo i qurantanni – procedevamo nel quartiere grazie al caso suggerito facendo ruotare un sasso a forma di penna. Di caso in caso il quartiere (tra i più grandi e problematici di Bologna) è stato da noi conosciuto e ogni luogo ci riservava sorprese. Il mio quartiere al tempo era un luogo pieno di scoperte da fare: andava dal greto del fiume Reno fino al grande cantiere della nuova tangenziale urbana.

Lo stesso quartiere era anche un grande “cassetto” dove mettere le cose che non si potevano tenere in casa: brandelli di giornaletti “sporchi” recuperati nei cantieri edilizi che rappresentavano cose al tempo ancora poco chiare da capire, le 5000 lire trovate a terra che di giorno in giorno si trasformavano in ghiaccioli e liquirizie o il fasciame di legna trafugato da ciò che restava di un vicino rivenditore di semilavorati per falegnami che permise a noi di costruire numerose possibilità di divertimento.

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Credo che lì, “tra la via Emilia e il west” – di Gucciniana memoria – si sia formata la mia coscienza geografica e che quel metodo, privo di speculazioni intellettuali ma solo frutto di uno spirito ludico vero e pieno, sia responsabile di tanto mio modo di fare di oggi.
Il film Stalker di Tarkowski mi ha dato solo delle conferme: anche lì, nella zona, a guidare è lo stalker che non pensa in relazione a una conoscenza ma in relazione a un’esperienza del luogo.
Ho sempre pensato questo in relazione alle situazioni e ai luoghi. Ho sempre diffidato delle emozioni legate alla letteratura dei luoghi in favore di un’esperienza diretta.

La letteratura dei luoghi da me preferita è quella più lieve dei racconti di Robert Walser sulla passeggiata, di Peter Handke sui pomeriggi a zonzo dello scrittore medesimo: la presentazione di un’attitudine a stupirsi, già introdotta da H.D.Thoreau nel suo saggio sul Camminare.
La stessa attitudine di uno spirito lieve che si lascia corrompere dal caso è sperimentata anche nel mondo dei manga da Jiro Taniguchi in diversi suoi romanzi a fumetti.
I luoghi migliori sono sempre quelli che al momento si trovano davanti allo sguardo e che mi chiedono di essere conosciuti. Si presentano complici. Non c’è luogo che non nasconda una storia da scoprire e da vivere e infine da raccontare.

Ci sono luoghi che sedimentano dentro di noi e che vengono rivisitati come si faceva con le favole. “A mille ce n’è…” cantava la canzoncina e come una formula ipnotica ti apriva all’esperienza della favola, dove si imparava molto più di una storia: si imparava a stare al mondo. Potere delle metafore e della capacità dei bambini di assorbirle senza bisogno di spiegazioni.
Così sono i luoghi.
Spesso, sono pezzi di strada brevi, percorsi a piedi, ma all’interno della loro visione mi sento particolarmente a mio agio: la via Francesca a Sambuca Pistoiese, un tratto di 30 metri fatto di luce, pietre, frasche. Un’esperienza che si colora di viola chiaro improvvisamente. In quei trenta metri vieni ripagato di tutta la fatica per raggiungerli. L’effetto funziona sia che sia nuvoloso, sia che ci sia il sole perché comunque quel colore risuona in quel tratto e solo in quel tratto.
Come tutte le favole hanno un termine, così uscire da un luogo, da un racconto, ha bisogno di un evento come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore al termine della seduta. Uscire da un luogo: non lo si può fare girandosi all’indietro ma sempre guardando avanti, come insegna il mito.
E’ come per tutte le storie: per ascoltare un luogo “… basta un po di fantasia e di bontà…”.
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Tra pochi giorni chiude la mostra fiorentina ormai celeberrima: Rinascimento Virtuale, desiderata, pensata e curata da Mario Gerosa.
Sono ormai i tempi dei saluti, delle cartoline ricordo. Qui sopra posto una serie di immagini panoramiche della mostra, per lasciare una traccia e per mostrarla a chi non è ancora andato o a chi non andrà. Nel bene e nel male è già parte di una storia di Second Life e non solo per quella italiana. Si è scritto già tanto su questa mostra; la pubblicazione della mia intervista da avatar sull’allestimento, che trovate qui e qui, mi ha suggerito questo post.
I nomi degli artisti esposti sono quelli noti (Moya, Solkide Auer, Shellina Winkler, GiugiogiaAuer… ecc dei quali si vedono le opere nelle foto assieme a quelle di altri) e li abbiamo rivisti anche ad Arena, merito di Roxelo Babenco e Arco Rosca. Ricordo anche chi è entrato all’ultimo momento come Biancaluce Robbiani con la moleskine e la sua intervistata su Grazia. Un personale ringraziamento a Marco Manray che ha reso omaggio a RV nell’allestimento della mostra per Arena, citandone le tende e la moleskine.
Per tutti gli artisti che hanno partecipato rimando ai precedenti post di questo blog:
qui,
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Harold Pinter (1930-2008)

Elenco di alcuni dei suoi personaggi che ci lascia dentro ai dialoghi delle sue opere, intervallati dal silenzio che parlava più di ogni altra cosa dell’impossibilità del linguaggio di comunicare. Personaggi che abitavano ambienti claustrofobici -stanze, sottoscala, salotti – in un senso incombente di minaccia e di oppressione, immersi nel motivo di questo silenzio che diventa più significativo del dialogo:

Ellen: a girl in her twenties
Rumsey: a man of forthy
Bates: a man in his middle fhirties
Silence, 1969

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Nicolas un uomo tra i 40 e i 50 anni
Victor, un uomo di 30 anni
Gila, una donna di 30 anni
Nicky, un bambino di 7 anni
One for the road, 1984

silence/silenzio

Man
Monologue, 1979

silence/silenzio

Mick, un uomo di quasi trent’anni
Aston, un uomo di poco più di trent’anni
Davies, un vecchio
The caretaker, 1960

silence/silenzio

Harry, un quarantenne
James, un trentene
Stella, una trentenne
Bill, un ventottenne
The collection, 1961

silence/silenzio

Duff, un cinquantenne
Beth, una donna sui quarant’anni
Landscape, 1969

silence/silenzio

Deborah
Hornby
Pauline
A kind of Alaska, 1973

silence/silenzio

Centralinista
Tassista
Victoria Station, 1982

silence/silenzio

Mac
Mac,1968

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Voce 1, un giovane
Voce 2, una donna
Voce 3, un uomo
Family voices, 1982

silence/silenzio

Devlin, un uomo sui quarant’anni
Rebecca, una donna sui quarant’anni
Ashes to ashes, 1996

silence/silenzio

Andy, un uomo sulla cinquantina
Bel, una donna di cinquant’anni
Jake, yn uomo di ventotto
Fred, un uomo di ventisette anni
Maria, una donna di cinquant’anni
Ralph, un uomo sulla cinquantina
Bridget, una ragazza di sedici anni
Moonlight, 1993

silence/silenzio

Max, a man of seventy
Lenny, a man in his early thirties
Sam, a man of sixty-three
Joey, a man in his middle twnties
Teddy, a man in his middle thirties
Ruth, a woman in early thirties
The homecoming 1965

silence/silenzio

Disson
Wendy
Diana
Willy
Disley
Lois
Father
Mother
Tom
John
Tea party

silence/silenzio

Stott
Jane
Low
The basement, 1967

silence/silenzio

Man
Woman
Night, 1964

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A
B
That’s your trouble, 1964

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Mrs A
Mrs B
That’s all, 1964

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Piffs
Lamb
Applicant, 1964

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Interviewer
Jakes
Interview, 1964

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2ndMan
Woman
Dialogue for three, 1964

silence/silenzio

I

Nobel Lecture:

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Racconto di Natale.
Mi piace pensare che la guardia del WWF, su questa costruzione, non abbia solo fissato una regola per non disturbare gli animali, ma abbia dato una istruzione musicale. Dopotutto molta musica contemporanea si definisce per avere una partitura che consiste solamente nelle istruzioni necessarie per l’esecuzione, senza note. Poi, dimenticate le istruzioni, arriva l’ambiente intorno a noi… il canto degli uccelli.

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Il lavoro che ha presentato Carlo Cialdo Capelli non è un progetto musicale nel senso tradizionale del termine, non è una installazione sonora e non è nemmeno una sonorizzazione di uno spazio: si tratta di un progetto di sonificazione. Si tratta cioè di una traduzione in musica, meglio dire in suoni, di un fenomeno fisico naturale o matematico. La sonificazione riguarda la costruzione di grafici sonori anzichè visuali: si può sonificare l’andamento della borsa come qualsiasi altro fenomeno misurabile. In questo caso Cialdo Capelli ci offre una esperienza di sonificazione partendo dalla traduzione della rotazione di sei pianeti intorno al sole, delle loro orbite, in sei armoniche della durata precisa delle orbite stesse. Questo lavoro che ricordiamo porta il titolo Harmonices Mundi è ripreso da Cialdo Capelli partendo dall’opera scientifica di Johannes Kepler pubblicato a Linz, nel 1619. Essa contiene la prima formulazione della terza legge di Kepler, che mette in relazione i periodi di rivoluzione dei pianeti con le loro distanze dal Sole: i quadrati dei periodi di rivoluzione sono proporzionali ai cubi dei semiassi maggiori delle orbite. L’opera contiene inoltre importanti contributi di geometria. I sei pianeti (Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove e Saturno) sono quelli visibili ad occhio umano che al tempo lo stesso Kepler poteva distinguere nel firmamento. L’esperienza musicale completa, da un rapido calcolo, durerebbe 114 anni circa: è il tempo che dovrebbe passare per permettere ai sei suoni ciclici, alle sei orbite sonore, di riallinearsi sul punto di partenza. La sonificazione di Carlo Cialdo Capelli ne offre 30 minuti primi ed è ascoltabile presso il MAMbo fino al 6 gennaio 2009 alle ore 11.30 e alle pre 15.30 (ingresso libero).

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Sopra: locandina Carlo Cialdo Capelli

Testo accessibile:
MAMbo, Carlo Cialdo Capelli
Martedì 23 Dicembre ore 18.30

Harmonices mundi
Il suono continuo è un suono che riempie completamente lo spazio acustico e non lascia più posto al pensiero, poiché il nostro spazio interiore agisce nello stesso spazio acustico del mondo esteriore. Tolti di mezzo i pensieri, il suono parla direttamente all’inconscio, e navigare nel mare dell’ascolto può diventare un’esperienza mistica come se recitassimo noi stessi una preghiera o un mantra.

Materiali a seguire: testo della serata dalla presentazione di Carlo Cialdo Capelli.

La struttura dell’installazione
L’installazione (nella sua forma più semplice) è una sonificazione del movimento dei sei pianeti conosciuti da Keplero (Mercurio, Venere, Terra Marte, Giove, Saturno), i soli pianeti che si possono vedere a occhio nudo.
La costruzione della sonificazione parte dai frammenti musicali che Keplero aveva scritto associando alle note musicali, la velocità orbitale di ciascun pianeta nel corso della sua orbita.

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Su questa base ho costruito un brano musicale mettendo in relazione i frammenti musicali con la durata reale delle orbite dei pianeti. Ne è scaturito un brano della durata di circa 32 minuti (durata dell’orbita di Saturno). Le melodie dei pianeti si muovono attraverso quattro altoparlanti, a simulare le orbite

Carlo Cialdo Capelli 2008

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Immagine dal programma di sala: raffigurazione tattile delle orbite

Il testo di Keplero:

Da “Harmonices Mundi“ (J. Kepler – Libro V capitolo X)
Dalla musica celeste all’uomo in ascolto; dai sei pianeti che girano generando armonia, al Sole, immobile al suo posto.
Quali occhi o istinto possono vedere o percepire il moto dei pianeti, emissioni di armonia tanto desiderabili che non solo si diffondono dal Sole in ogni parte del mondo, così come la vita si propaga dal cuore, ma che a loro volta si riuniscono nel Sole da ogni parte del mondo.
Abbandonandosi al soavissimo coro dei pianeti si potrebbe così sognare che nel Sole abita l’intelletto semplice, il fuoco intellettuale fonte di ogni armonia e proporzione e di poterne prenderne il posto al centro di tutte le orbite.
Tempi strani e meravigliosi questi, in cui grandi trasformazioni mutano la nostra visione della natura delle cose, e tuttavia, solo la nostra visione si espande e si altera, non le cose in sé. Ma qui, al posto del Sole, davanti a tanto spettacolo interrompo volutamente ogni speculazione esclamando: Grande è il Signore Nostro, lodatelo voi o armonie dei cieli. A Lui la lode, l’onore e la gloria.









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Immagine: il flusso, l’onda dei sassofonisti e un solista dei Lost CLoud Quartet


La nostra esperienza del mondo, della sua dimensione sociale, è un’esperienza sonora. VIviamo oceani di suoni prodotti dall’ambiente naturale e dall’ambiente artificiale. I suoni ci accadono addosso e li subiamo.
Con le sue composizioni per grandi masse di suono come quella presentata al MAMbo per le Collezioni mai viste, Salvatore Sciarrino ci mette a confronto con un dispositivo musicale che ci mostra e illumina su questa dimensione sonora-sociale, con quelli che lui chiama suoni massa. Ci apre gli “occhi” sulla dimensione sonora del nostro ambiente, del mondo che ci circonda costruendo per analogia una natura sonora che non è definibile: “cosa è il suono della pioggia? Cosa è il suono del mercato?”. Nell’esperienza di due giorni passati a sentire le prove, i ragionamenti e le indicazioni per gli strumentisti ciò che esce è l’immagine di un “dispositivo” che ci mostra le connessioni tra il muoversi di un gruppo (i centoventi sassofoni) e la continuità sonora che si viene a creare. Il titolo stesso del lavoro ce lo mostra: come dice lui stesso, avrebbe dovuto essere “il suono cammina sui piedi”, ma averlo cambiato nella forma-concetto “La bocca, i piedi, il suono” è la scoperta di un dispositivo; nel momento in cui si coglie la dimensione di suono massa che cammina, nell’insieme del corpo con lo strumento, si è entrati a far parte del flusso sonoro come si entra a far parte di una collettività. Ci rispecchiamo perfettamente in questo flusso di persone nel senso del formarsi del flusso di suoni. I “suoni massa” sono collezioni di suoni singoli che vengono percepiti come flusso; sono distinti singolarmente solo quando passano a fianco di noi nella persona del singolo musicista, disposto all’interno della fiumana del gruppo. Esattamente come i suoni che ci circondano nella città o altrove. I suoni sono sempre presenti solo lo sviluppo di una particolare attenzione li può mostrare come delle sorprese.
Nel frattempo il Lost CLoud Quartet costruisce lo spazio con dettagli sonori; suoni che delimitano lo spazio e lo fanno muovere a circolo; ne delimitano l’esperienza in questo rimando tra superficie e profondità dell’ascolto, in questo essere ascoltatori e allo stesso tempo fonte di suoni, con il nostro silenzio, a nostra volta. Un modo contemporaneo non solo di intendere la musica ma anche la natura, dove il limite tra elemento artificiale e naturale si dissolve in una idea precisa di composizione artistica fondata su un principio di continuità.
Se ne può leggere un resoconto anche nel blog diLaura Gemini.

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la postazione di un solista. sullo sfondo l’opera praticabile semovente di Massimo Bartolini raffigurante lo spartito di “Impression” di John Coltrane

E’ ormai tutto pronto. Lo spazio del museo non sarà più solo volumetria pura allestita con opere ma diventerà un luogo sensibile dove i suoni racconteranno e abiteranno lo spazio. E noi con loro. Le serate che abbiamo proposto, hanno questa particolarità: non sono semplici letture, proiezioni, relazioni o concerti, ma momenti nei quali si vuole innanzitutto perdere la prima delle certezze (per chi vede): quella visiva. Senza dover fare buio. Semplicemente lavorando su altri piani, concettuali e sensibili. Non sono la ripetizione di un modello ma la sperimentazione di un metodo che indaga il non-visivo, le componenti non visive delle opere.
Il lavoro di Salvatore Sciarrino – La bocca, i piedi, il suono – eseguito dai Lost Cloud Quartet lo abbiamo scelto per la sua qualità di interrogazione dello spazio e la possibilità di farlo percepire, farlo risuonare.
L’appuntamento è per domani (oggi) 18 Dicembre alle ore 20.00 presso il MAMbo VIA Don Minzoni 14 Bologna

ANNUNCIO: Il prossimo Giovedì a Collezioni mai viste presso il MAMbo (via don Minzoni 14, Bologna) ospiterà il seguente lavoro:
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Sopra: locandina della serata con l’opera di Salvatore Sciarrino eseguita e interpretata da Lost Cloud Quartet

Programma in dettaglio della serata:
Bologna – 18 dicembre 2008
ore 20:00 – incontro SCIARRINO | RESTAGNO
ore 21:00 – concerto LOST CLOUD QUARTET

Testo Accessibile (ridotto per il catalogo):
Una folla di sassofoni in movimento. “Pensate al vento che varia perché trascina il brusio di ogni foglia della valle. Grande il fascino dei suoni-massa: nuvole e stormi, scroscio di pioggia di infinite chiavi di sassofono, pulsazioni, bosco di richiami, silenzio iridescente.”
L’opera eseguita al MAMbo, dal titolo “La bocca, i piedi, il suono” (1997), è dedicata ai componenti del Lost Cloud Quartet: Leonardo Sbaffi, Marco Bontempo, Gianluca Pugnaloni, Daniele Berdini.

Salvatore Sciarrino (1947)
LA BOCCA, I PIEDI, IL SUONO (1997)
per 4 sax solisti e 100 sax in movimento
Immaginate una musica capace di conciliare opposte categorie, come vuoto e pieno, luce e buio, muri e orizzonte, illusione e realtà. Il pezzo comincia ed ecco l’interno, dove ascoltiamo, rovesciarsi in esterno: veniamo immersi in un’alba di suoni, richiami si rispondono, s’incrociano nitidi eppure non ancora liberati dai sogni notturni. Cosa è sonno, cosa il risveglio? Segretamente forme e strofe ci pongono enigmi sul destino dell’essere.
Un quadrato di solisti (4 sassofoni contralto) disposti intorno al pubblico, ma la voce degli strumenti è irriconoscibile. Una magia prodotta da tecniche sonore inconsuete, una magia acustica che affiora solo ai bordi del silenzio e si fa spazio.
Virtuosismo dunque; in un senso alto del termine non vuol dire bravura, bensì trasfigurare se stessi e gli altri, ciò che non a tutti, o subito, è dato raggiungere. Tale méta propongo ai miei interpreti.
Intanto gli eventi hanno cominciato a muoversi, ruotano vorticosi e noi stiamo al centro; giungeranno ad avvitarsi simultaneamente nelle due direzioni.
A un tratto sentiamo qualcosa risuonare fuori, in un’altra dimensione, eventi prima isolati crescono a fiumana. Sono una folla di sassofoni, un centinaio, delle varie taglie (soprani, contralti, tenori e baritoni). La fiumana preme, poi lentamente trabocca nello spazio: gli strumentisti entrano, escono e rientrano, costituendo per l’ascoltatore un flusso continuo di piedi, volti, bocche.
Questa composizione può essere considerata un’iniziazione al naturalismo contemporaneo. Ciascun esecutore infatti porta il proprio suono, minuscolo, eppure ha una responsabilità incalcolabile nel risultato d’insieme. Pensate al vento che varia perché trascina il brusio di ogni foglia della valle. Grande il fascino dei suoni-massa: nuvole e stormi, scroscio di pioggia di infinite chiavi di sassofono, pulsazioni, bosco di richiami, silenzio iridescente.
Per la cronaca, La bocca, i piedi, il suono è stato composto nel 1997 e l’ultima pagina terminata su un letto d’ospedale a causa di un incidente quasi mortale. Tuttavia questo lavoro ha riaperto il Teatro di Chiaravalle (Ancona) puntualmente, il giorno fissato, mentre io tornavo al mondo. Solisti erano gli stessi della presente esecuzione: Leonardo Sbaffi, Marco Bontempo, Gianluca Pugnaloni, Daniele Berdini (allora non si chiamavano Lost Cloud Quartet) ai quali l’opera è dedicata.

Salvatore Sciarrino

Il testo è stato tratto dal libretto del CD audio co-prodotto da
col legno Lost Cloud Quartet
Distribuzione: http://www.col-legno.de

Lost Cloud Quartet, sax solisti
Leonardo Sbaffi, Marco Bontempo, Gianluca Pugnaloni, Daniele Berdini

i 100 sax in movimento:
Elisabetta Accorsi, Giulia Amatruda, Antonio Aucello, Filomena Balletta, Giulia Barba, Carlo Barbieri, Filippo Bedetti, Roberto Belletti, Nicola Bellulovich, Antonella Bevilacqua, Stefano Bifaro, Enrica Birsa, Roberto Boccardi, Nicola Bolognesi, Riccardo Bussetti, Maria Caltabiano, Lorenzo Cappi, Fabio Capponcelli, Filippo Cassani, Maddalena Cattani, Davide Ceredi, Davide Cesarotti, Laura Chittolina, Raffaele Cimica, Daniele Cipriana, Giovanni Contri, Joseph Creatura, Davide Crespi, Margherita Crisetig, Valentina Curcio, Antonello D’Aloia, Enrico D’Addazio, Elia Dalla Casa, Mimmo D’Andrea, Antonio Pio D’Avolio, Laura Degan, Adele Dell’Erario, Marco Destino, Pasquale Di Domenico, Alberto Di Priolo, Carlotta Ebbreo, Giampaolo Etturi, Leonardo Ferramondo, Matteo Ferramondo, Valentina Ferrarese, Alberto Fogli, Crescenzo Luca Frontuto, Marco Gaiga, Luis Gajardo Campos, Dino Gentile, Marisa Giacoia, Francesco Giammarella, Giuseppe Giovacchini, Martina Grossi, Cristina Guadagnini, Alice Gualteri, Giuliano Guarino, Giampiero Guerra, Letizia Illuminati, Alessandro Inglese, Fiorella Isola, Vitaliano Lama, Nicola Lupoli, Valerio Manieri, Antonio Mannino, Matteo Marasco, Alex Migliorini, Andrea Mocci, Sara Morettin, Lorenzo Musa, Samuele Nimis, Laura Orrico, Ilario Orsi, Francesco Palmino, Francesco Panebianco, Davide Pantani, Michele Paolino, Stefano Papa, Marco Pedrini, Nicola Pellegrini, Isaia Pereda, Valentina Persenico, Chiara Pettenuzzo, Marco Piazzi, Alessandro Piccolo, Matteo Quitadamo, Letizia Ragazzini, Giuseppe Riccardi, Nicolò Ricci, Anna Righetto, Yanin Mushe Riter, Marco Rizzi, Marco Rosati, Gaetano Rosselli, Luis Russo, Maria Teresa Russo, Diego Salvatori, Michele Sangiorgi, Simone Sardella, Marco Serena, Nicola Simone, Clarissa Slaviero, Michele Spadoni, Federico Sportelli, Daniele Tarticchio, Davide Teramano, Luigi Titolo, Marco Tomasso, Yugenij Tregubov, Carmela Tricarico, Tommaso Tricarico, Giuseppe Trimigno, Stefano Uggeri, Tommaso Vivaldi, Andrea Vivit, Camilla Volpone, Gianluca Zanello, Cecilia Zaninelli, Gabriele Zardo

coordinatori:
Daniele Furlati, Gianbattista Giocoli

Si ringraziono i Conservatori di Bologna, Como, Foggia, Mantova, Milano, Parma, Piacenza, Rodi, Roma, Sassari, Terni, Udine, Verona
ed in particolare i maestri: Dario Balzan, Fabrizio Benevelli, Daniele Berdini, Marco Bontempo, Franco Brizzi, Michele Brusha, Gabriele Buschi, Daniele Comoglio, Massimo Ferraguti, Mario Giovannelli, Mario Marzi, Gilberto Monetti, Giovanni Nardi, Fabrizio Paoletti, Gianluca Pugnaloni, Giancarlo Rango, Alfredo Santoloci, Leonardo Sbaffi, Michele Spadoni.