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Senza troppe parole

Quanto detto per i musei in real life funziona ugualmente nei musei di second life? Lo sguardo e la visione hanno lo stesso valore?
C’è una profonda differenza innanzitutto: la piattaforma Linden innanzitutto uniforma il linguaggio, la “tecnica”, di tutto l’insieme in quanto è la piattaforma la “tecnica” (quando le immagini non sono importate in Jpg ma le opere sono prodotte direttamente in SL). Ovviamente ho usato qui la parola “tecnica” intesa come quella serie di operazioni utili a produrre l’arte: insieme di materiali e abilità.
Opere e corpi (avatar) si fondono così naturalmente in una unica visione che amalgama, include. E’ una delle prime evidenze della dimensione immersiva di Second Life. Come fa notare anche Velas di una immagine che le ho scattato che ha cambiato la sua visione di quell’opera di Milla.

L’occasione per fare questo ragionamento è il vernissage della ricerca fotografica di MillaMilla Noel al museo del Metaverso, un’insieme di autoritratti e “pensieri visivi” sulla femminilità in SL. La pantomima sopravvive anche qui come nella Real Life. Roxelo Babenco in questo ha centrato un obiettivo: costruire un museo (in continua evoluzione) come teatro, scena dove rappresentare, oltre che presentare, l’arte di second life.
Sarei curioso di saper cosa ne pensano Laura e Liu.

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MillaMilla (vista di spalle) espone al Museo del Metaverso

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Guardare gli avatar che guardano nel Metaverso

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Guardare gli avatar che guardano nel Metaverso

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MIO MAO, primo maggio 2001. Autoritratto. © Fabio Fornasari

Oggi a Milano, allo spazio Triennale Bovisa, inaugura una bellissima mostra di Anselm Kiefer sulla sua visione di Mao. Da vedere assolutamente.
Non potevo non parlare, data l’occasione, della mia visione di me in forma di autoritratto nei panni di Mao.
Sono passati ormai sette anni da quando ho fatto il primo MIO.
Farsi un autoritratto è un rito attraverso il quale siamo passati tutti.
Il Mio è un progetto di autoritratti in forma di piccoli libretti quadrati da tenere in tasca.
Ritrarsi nei panni di qualcun altro ha un senso che che è legato al volersi rappresentare. Normalmente un autoritratto è un cortocircuito della propria visione (io guardo me che mi guarda). In questo caso era un poco come compiere un rito sciamanico: chissà se qualcosa di lui entrerà in me. Un delirio di potenza dopotutto (o il suo desiderio espresso e rappresentato).
A differenza di uno specchio, un nostro ritratto – una fotografia – ci mostra per quello che siamo (quantomeno in apparenza). Lo specchio ci mostra di noi sempre una immagine simmetrica. L’autoritratto fotografico no. Presuntuosamente ci mostra per quello che siamo. Una pura illusione, ovviamente. La presunzione di verità della fotografia è sempre stata confutata dalla pratica stessa della fotografia: raramente ci riconosciamo nella fotografia che ci viene fatta.

Nel suo saggio Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico, Maurizio Giuffredi scrive: “la costatazione dolorosa che la rappresentazione fotografica non può mai rappresentarci, che non può esserci mai visione oggettiva ma ancora, sempre e soltanto, visione soggettiva, un po’ come nell’arte in generale, può portare a liberarsi definitivamente dal problema dell’oggettività per cercare, nell’autoritratto soprattutto, non tanto un’inutile fedeltà fisiognomica, ma significati profondi legati al vissuto e alla poetica di chi si fotografa. E dal momento che la fotografia è democratica, diversamente dall’arte, generalizza questa constatazione dolorosa e rende ognuno di noi in grado di condividerla.”*
*pag 129. (Maurizio Giuffredi, Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico, in: a cura di Stefano Ferrari, Autoritratto, psicologia e dintorni, Clueb, 2004)

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Asian e un suo drago in Second Life

“Immaginiamo che gli animali della mitologia siano i fossili di una fauna attuale” diceva Alberto Grifi, “e immaginiamo che gli animali della fantasia che i mezzi di comunicazione hanno creato, fino a quelli degli incubi più spaventosi, vengono da questo lontano passato culturale e si giocano oggi dentro a questo nostro ambiente culturale“.

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Alien, scultura di H.R. Giger

Sempre Alberto Grifi, in una sua trasmissione radiofonica per la rai, riproposta da poco in Podcast su Radio3, propone un esempio noto a tutti: Alien non è solo il progetto di un mostro per il cinema ma il progetto di un animale da incubo. Carlo Rambaldi, Hans Rudi Giger, e tanti altri che hanno lavorato a questo progetto, hanno costruito un perfetto personaggio da mitologia contemporanea che ha le sue origine in quella fauna fossile antica che con il medioevo assume carattere negativo. Ad esempio la sua coda di drago. Ma di quale drago? Non la coda dei più antichi draghi (innoqui lombriconi con le ali di uccello raffiguranti simbolicamente una natura buona), ma i draghi che dal medioevo, da quando cioè la natura viene vista come nemica, popolano le nostre peggiori fantasie notturne. I draghi da quel momento prendono le ali della notte, quelle dei pippistrelli come Belzebù. Lucifero cadendo verso gli inferi subisce lo stesso destino: le ali d’angelo si tramutano in ali da pippistrello.
Come dicevo: è il progetto di un incubo. Per chi lo ha compiuto, si è liberato dei suoi incubi o quanto meno li ha affrontati. Dopotutto il cinema horror costruisce dei riti collettivi di esorcismo.

Una domanda che mi ponevo in principio, entrando in second life, era: perchè una persona si fa un avatar travestito da “morte” con tanto di falce? Fa impressione. A livello simbolico, è sciocco non ammetterlo, impressiona: anche se è un avatar ti genera una reazione quantomeno di diffidenza. Non capivo per chi lo faceva: per sè o per gli altri, come provocazione o cosa? Per chi lo indossa è un esorcismo dopotutto: mi travesto delle mie paure per esorcizzarle.

Chiunque può travestirsi da qualsiasi cosa, anche delle proprie paure. Lo sguardo dall’interno e contemporameamente dall’esterno è una transe che in psicologia ha un significato preciso ed è legato allo stato modificato di coscienza (Georges Lapassade, Stati modificati di coscienza):

“L’unità della transe dovrebbe essere ricercata proprio in questa relazione sconcertante, in questa sorta di connivenza mediante la quale il soggetto che cambia e si vede cambiare, sembra osservare questo cambiamento da un punto che resta fisso, vigile, attaccato alla terra ferma, mentre un’altra parte di se stesso (ma non un altro io) gioca a lasciarsi andare sregolatamente”. (Nota: i grasseti sono miei)

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Asian e un suo drago in Second Life

In sostanza Second Life ha una dimensione sciamanica. Come il tarantismo.

Questo credo lo abbiano provato tutti gli avatar. Che sia una “sregolatezza” legata alle paure, legata alle pulsioni (sessuali o di altro tipo) o di semplice “contatto” con gli altri (i timidi), in second life, attraverso la pantomima, si superano barriere spesso insormontabili.

Ma qui il digitale ha inventato poco in quanto non ha fatto altro che riprendere una parola dall’induismo: avatar. E proprio in quella religione che il dio stesso (o uno dei suoi aspetti) si incarna in un corpo fisico. Avatar o Avatara (in sanscrito “colui che discende”) incarna la nostra parte spirituale (con tutti i suoi valori) in una dimensione che troppi definiscono irreale ma che preferisco la definizione “virtuale” nel senso di “in potenza”.
Anche il tarantismo assolve lo stesso ruolo: esorcizzare. Vedremo poi, in un altro post.

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Tarantola e tarantismo, illustrazione da Antonio Fasiello Cronaca della taranta, Marcarella editore

Per concludere questo post con un esorcismo: ho sognato animali fantastici, draghi, mostri e fiere per un anno intero. Mi inseguivano, attaccavano, minacciavano… svegliavano. Ci voleva una psicomagia, mi avrebbe detto Jodorowsky, per risolvere il mio problema onirico (che ne celava altri). L’ho fatta, due volte: la varicella mi ha trasformato in un mostro squamato e ora, di animali fantastici, ne possiedo una decina e li cavalco. Da una settimana non li ho più sognati.

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Asian e un suo drago in Second Life

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immagine da: Stalker (1979) di Andreij Tarkovskij

“L’immagine è come una osservazione”. da Scolpire il tempo, Andrej Tarkovskij.
Andrej Tarkovskij, una figura guida per molti motivi. Altra persona da tenere cara e da non sbandierare troppo, per tanti, troppi, che lo fanno.
Di tutti gli scritti sull’immagine che Tarkovskij ci ha lasciato, sulla sua produzione e la sua lettura, ci sono poche pagine illuminanti nel libro Scolpire il tempo (Ubulibri, 1988), dove lui stesso parla degli haiku della tradizione giapponese.
Gli Haiku coltivano le immagini in un modo particolare: le coltivano in maniera che non significano nulla all’infuori di se stesse.

“Ecco ad esempio un haiku:

Un vecchio stagno.
Una rana è saltata nell’acqua.
Uno sciacquio nel silenzio.

Oppure:

Hanno tagliato del giunco per un tetto.
Sulle canne dimenticate
Cadono morbidi fiocchi di neve.”

Aggiunge:

“Da dove viene improvvisamente tanta indolenza?
Oggi sono riusciti a stento a svegliarmi…
Sussurra la pioggia primaverile.”

“Questi versi sono stupendi per l’irrepetibilità dell’istante afferrato e fermato che cade dall’eternità.
(…) Essi non si limitavano ad osservarla, ma senza agitazione e senza inquietudine ne ricercavano l’eterno significato. Quanto più esatta è l’osservazione tanto più essa è unica. E quanto più essa è unica, tanto è più vicina all’immagine.”

Forse queste che lui ha scritto sugli haiku, per spiegarne il significato e suggerire un modo di guardare, sono le parole più chiare per leggere la produzione di immagini usate da Tarkovskij nel suo cinema.

Le citazione sono tratte dalle pagine 98 e 99  del volume Scolpire il tempo (Ubulibri, 1988)

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Hoelle, al buio, mentre racconta l’emozione di scoprire lo spazio del Castello Ursino. Hoelle è una amica non vedente.

Cosa strana cercare dei file per lavoro e cadere in una radice dimenticata da tempo e, passata di tecnologia in tecnologia, nel mio ultimo hard drive. Da almeno 10 anni con Maurizio e Fernando facciamo lavori, pensiamo e sperimentiamo progetti su temi del non visivo, cioè su tutte quelle arti che non si preoccupano di mostrarsi necessariamente con i sistemi visuali.
Lì sta anche l’origine di questi “luoghi sensibili”. La foto che si mostra in apertura l’ho scattata pressochè al buio mentre Hoelle gira per una sala del castello Ursino di Catania. Era il dicembre del 2000 e faceva caldo, a Catania. Otello e i suoi collaboratori avevano organizzato un incontro ( Al buio ) dove abbiamo sentito cose interessanti. In quei giorni ho registrato numerose persone non vedenti che, liberamente e in solitudine, descrivevano lo stesso spazio a loro non ancora noto. Ricordo sola ora di avere quei nastri pieni di racconti di spazi e di emozioni che risuonano di quegli ambienti secolari. Al tempo, avevo realizzato cartoline sonore che contenevano il racconto di questi spazi. Non c’erano gli mp3, i racconti si ascoltavano avvicinando l’orecchio al muro dove dei piccoli auricolari diffondevano le voci dei narratori. Oppure con le cuffie e il Walkman si poteva ripercorrere la traccia di parole cercando nello spazio, al buio, le stesse evidenze descritte dal “testimone oculare” narrante. La risonanza era intesa come risentirsi nelle parole e nei movimenti degli altri.

D.C. (Daniel Charles) – Lei integra ai suoni della musica i suoni della gente che tossisce…
J.C. (John Cage) – Vale a dire ciò che gli altri chiamano “silenzi”. Scambio i suoni e i silenzi
John Cage, Per gli uccelli, Conversazioni con Daniel Charles, multhipla edizione, 1977

Il silenzio non esiste, qualcosa accade sempre. Questo perchè se possiamo chiudere gli occhi e possiamo tapparci il naso, le “orecchie” (l’apparato auricolare) sono “sempre in ascolto”: male che vada ascoltano il ritmo che ci accompagnerà ogni istante a 70 battiti al minuto e i vortici del respiro (per la verità anche il buio non esiste ad occhi chiusi ma le semplificazioni aiutano talvolta a spiegarsi).Ve lo garantisco. Quando ho subito un trauma cranico il mio udito è stato compromesso definitivamente. Da allora ho un acufene: un ronzio che si “aggiunge” (si sovrappone) ad ogni cosa che ascolto come una firma sonora che mi dice sempre che comunque io che ascolto, sono sempre io. Ho così sviluppato una percezione individuale e personale verso il mondo dei sensi e delle sensibilità comprendendo a 13 anni che percepire è un insieme di “soggettivo” che si sovrappone a qualcosa di “oggettivo”. Alfred Tomatis, autorità assoluta in materia, ha speso tutta la sua vita nella ricerca e nella definizione di un modo corretto di ascoltare, per correggere questa componente soggettiva che influisce nel rapporto con l’ambiente e gli altri. Con il mio tempo, ho capito che la componente “oggettiva” era relativa ad una parte simbolica legata all’ascolto.Nel suo volume La musica e l’ineffabile, Vladimir Jankélévitch apre il testo con una semplice frase: “la musica agisce sull’uomo, sul suo sistema nervoso e persino nelle sue funzione vitali. (…) Con un’irruzione possente la musica s’insedia nel nostro intimo e sembra vi elegga domicilio. Sicchè l’uomo che viene a essere abitato e posseduto da questo intruso (…) si trasforma completamente in una corda vibrante (…) e freme follemenete sotto l’archetto dello strumentista. (…) perciò ha qualcosa della magia più che della scienza dimostrativa.” (Nota di chi scrive: i grassetti sono miei).Per questo motivo questo post di oggi si limita a rimandare ad alcuni siti di artisti che lavorano su questo universo di suoni, fatto di rumori, musiche e testi sull’argomento. Una sola notazione: non si può parlare di suoni, spazi, ambienti eculture senza citare alcuni testi:il grandissimo R. Murray Schafer de Il paesaggio sonoro (edizione Ricoordi, 1985), il maestro Michel Chion dell’Audiovisione (Lindau, 1999), l’etnologa Tullia Magrini degli Universi sonori (Einaudi, 2002), l’eclettico David Toop dell’Oceano di suono (Costa & Nolan, 1995)…;L’elenco è rigorosamente in ordine alfabetico e non di importanza. Inoltre non è esaustivo. Nei giorni la lista, sia dei libri che dei siti, si allungherà. Salvo qualche rara eccezione sono tutti link da ascoltare. Ho scelto di “agganciare” siti personali dove leggere e ascoltare il progetto completo di ogni singolo autore; ho omesso gli innumerevoli siti di festival e riviste sul tema del paesaggio sonoro e delle musiche di ricerca più in generale.Elenco aperto, aggiornato al 03 febbraio 2008 ore 11.30:

° Aphex Twin;
° Alexander Balanescu;
° Luigi Berardi;
° Isabella Bordoni;
° Uri Caine;
° Michel Chion;
° Franco Fabbri;
° Bill Fontana;
° Giardini pensili;
° Rupert Huber;
° Lost Cloud Quartet;
° David Monacchi;
° Piero Mottola;
° Alva Noto;
° Pan Sonic;
° Stephen Vitiello;

Una eccezione (per l’importanza del materiale e la completezza del progetto) un “baule” pieno di suoni:° U B U W E B: (in ordine sparso) John Cage, Meredith Monk, Marcel Duchamp, F.T. Marinetti, Momus, Stephen Vitiello, Yoshi Wada, George Maciunas, Vladimir Majakowsky, William Burroughs, Fluxus Anthology, Pandit Pran Nath … eccetera … eccetera …

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Istruzioni: per sfogliare l’album tocca i pallini sensibili

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Cinquanta anni dopo: John Cage. 4′ 33”. silence. David Tudor, play it again.
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Immagine sopra: estratto dal programma di sala del concerto del 29 Agosto 1952, esecutore David Tudor al tiny piano (piano giocattolo).
Descrizione: concert hall piena, 4′ 33” secondi di silenzio. Il pubblico ascolta, si lamenta, tossisce, sbadiglia, si ascolta, si arrabbia … al termine John Cage e David Tudor ringraziano. Do it!

Testo accessibile: piece……………. John Cage 4′ 33”.
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Testo accessibile:  il museo non è pià una rappresentazione della realtà, ma è la realtà stessa che diventa museo.