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da: Elegia dalla russia (1992) Aleksandr Sokurov

Una cosa la so di certo. Non sarà facile scrivere questo Post: per il breve spazio di un post e per l’ecceso di semplificazione che questo comporta. Ma da giorni desidero farlo dopo aver risposto ad una domanda di Deneb su come mai escono più volte, in questo Blog, figure, temi o altro legati al mondo “russo” nel più ampio senso del termine (sovietico, europeo, asiatico ecc…). Anche il mio avatar lo testimonia: Asian Lednev.
Per chi ne ha letto le pagine della letteratura (dai classici a Osip Mandelstam, da Leskov alla Anna Achmatova, da Pavel Florenskij a Tarkovskij … ) e ne ha seguito la storia (non esclusa la storia del XX secolo con tutte le sue contaddizioni e conflitti) avrà certamente colto un filo che ne attraversa il pensiero. Una spiritualità laica che sposta tutti i significati delle parole e che colloca le persone e le cose all’interno di un insieme, di un “cosmo”, che tiene insieme e ne è immagine.

Per spiegarmi: questo blog fa parte di una cosa che oggi chiamiamo Blogosfera: un involucro particolare formato dall’intelligenza (e non solo) e impreganto della stessa intelligenza (e non solo). E’ una delle più attuali (1999) pellicole concettuali che oggi avvolge l’intero pianeta. Esprime, in qualche modo, uno dei più attuali stadi di evoluzione della Biosfera. E qui sto parafrasando lo scienziato, il “centro” del discorso: Vladimir Ivanovic Vernadskij.

Vernadskij è un geologo molto particolare che non si limita a leggere la crosta terrestre come fenomeno materiale, chimico, fisico. La guarda in relazione ad un’altra sottile pellicola che la riveste, la Biosfera (composta da tutto l’insieme della vita biologica del pianeta: animali, piante, ecc: un involucro conquistato dalla “vita”), e cerca di spiegare come questa sia la forza energetica che modifica continuamente la crosta terrestre. Nei suoi studi apre una strada che tende a studiare diversamente il significato geologico dei fenomeni della vita. La Biosfera è il confine del cosmo che si aggrappa e modifica il pianeta, lo modifica. Il percorso finale del suo studio è lo studio e la definzione di un nuovo involucro ancora Noosfera (dal greco noos, spirito): “la biosfera, sotto l’influenza dell’attivitò dell’uomo (Homo sapiens) passa ad un nuovo stato -quello della noosfera. L’influenza dell’attività umana sui processi naturali acquista un carattere sempre più globale. L’uomo diventa una potente forza geologica, sempre crescente, che cambia la fisionomia della terra” (da Vladimir Ivanovic Vernadskij, La biosfera e la noosfera, Sellerio editore, 1999) I suoi scritti hanno qualcosa di visionarioe di fantascientifico come lo erano quelli di Tsiolkovskij (il padre della cosmonautica russa). Studiando il pianeta se ne creavano visioni.

Vernadskij è una di questi interpreti di un particolare modo di vedere la vita e il mondo e di costruire relazioni tra le cose che, sottolineo, permeato di una spiritualità laica (forse è difficile per noi abitanti di uno stato cattolico comprenderla fino in fondo) che è tutta russa e si è manifestata sempre e in ogni tema e tempo (sovietico compreso) con una modalità particolare che la contraddistingue dal resto del mondo: la prima tra tutte è Cosmonauta, che però sarà argomento di un post futuro.

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Quarta di copertina di Yuri Gagrin, The first Cosmonaut © Novosti Press Agency Publishing House, 1977

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Viviamo all’interno di un universo fatto di “mondi” che come imbuti catturano la nostra attenzione concentrandola con concupiscenza verso di essi. Esempio: lavoro su un tappeto andino, ho un computer che mi ha donato un occhio assoluto che trova tutto quello che gli chiedo, ho piante esotiche sullo stesso tavolo, souvenir di viaggio ecc. Contemporaneamente si appoggiano sul tavolo “mondi” che si definiscono “presenti” ad un ipotetico appello dettato spesso dal caso o dalla necessità o dalla curiosità. A volte nuovi “mondi” entrano nella tua vita senza che tu li abbia cercati. Vent’anni fa ad esempio: il 14 febbraio del 1988 comprai questo numero di Urania dove si stampava una antologia di Philip K. Dick. Termina con un saggio illuminante: Come costruire un universo che non cada a pezzi in due giorni (1985). Come in uno stato ipnagogico (uno stato alterato di coscienza che precede il sonno), realtà e ricordo si fondono in un unico pensiero.
Cosa è reale e cosa no di tutto quello che tocco e che ho sul tavolo? Cosa devo pensare di tutti questi mondi? Il libro è reale ma le parole che qualcuno ci ha stampato sopra sono altrettanto vere? E se lo sono ora lo saranno ancora domani? Fino a quando le condividerò?
Il reale perchè sia tale deve essere percepito come vero. Ma questo concetto varia nel tempo. Dopotutto lo strumento di base per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole. Ma un altro modo per controllare le menti delle persone è controllare le loro percezioni. Se riesci a fare vedere agli altri il mondo come lo vedi tu, gli altri la penseranno come te. Al percepire segue il capire. Dopotutto, la mia visione del mondo, è una tra le tante. Poi ti succede che il primo ad essere controllato da quel modo di vedere di quel mondo sei proprio tu e non esci più dalla tua visione. Allora speri che quel tuo mondo cada a pezzi per poterne costruire/pensare uno nuovo. Il mio lavoro consiste prevalentemente nel pensare a cose che messe insieme non devono cadere a pezzi nel giro di due giorni. O per lo meno è quello che sperano i miei committenti. Ma è proprio nel momento in cui cominciano a cadere a pezzi le cose che diventa interessante il mio lavoro. Dal caos che si produce nella caduta dei “diversi mondi” nascono le nuove idee. Dopotutto è una regola naturale della vita.

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Asian e un suo drago in Second Life

“Immaginiamo che gli animali della mitologia siano i fossili di una fauna attuale” diceva Alberto Grifi, “e immaginiamo che gli animali della fantasia che i mezzi di comunicazione hanno creato, fino a quelli degli incubi più spaventosi, vengono da questo lontano passato culturale e si giocano oggi dentro a questo nostro ambiente culturale“.

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Alien, scultura di H.R. Giger

Sempre Alberto Grifi, in una sua trasmissione radiofonica per la rai, riproposta da poco in Podcast su Radio3, propone un esempio noto a tutti: Alien non è solo il progetto di un mostro per il cinema ma il progetto di un animale da incubo. Carlo Rambaldi, Hans Rudi Giger, e tanti altri che hanno lavorato a questo progetto, hanno costruito un perfetto personaggio da mitologia contemporanea che ha le sue origine in quella fauna fossile antica che con il medioevo assume carattere negativo. Ad esempio la sua coda di drago. Ma di quale drago? Non la coda dei più antichi draghi (innoqui lombriconi con le ali di uccello raffiguranti simbolicamente una natura buona), ma i draghi che dal medioevo, da quando cioè la natura viene vista come nemica, popolano le nostre peggiori fantasie notturne. I draghi da quel momento prendono le ali della notte, quelle dei pippistrelli come Belzebù. Lucifero cadendo verso gli inferi subisce lo stesso destino: le ali d’angelo si tramutano in ali da pippistrello.
Come dicevo: è il progetto di un incubo. Per chi lo ha compiuto, si è liberato dei suoi incubi o quanto meno li ha affrontati. Dopotutto il cinema horror costruisce dei riti collettivi di esorcismo.

Una domanda che mi ponevo in principio, entrando in second life, era: perchè una persona si fa un avatar travestito da “morte” con tanto di falce? Fa impressione. A livello simbolico, è sciocco non ammetterlo, impressiona: anche se è un avatar ti genera una reazione quantomeno di diffidenza. Non capivo per chi lo faceva: per sè o per gli altri, come provocazione o cosa? Per chi lo indossa è un esorcismo dopotutto: mi travesto delle mie paure per esorcizzarle.

Chiunque può travestirsi da qualsiasi cosa, anche delle proprie paure. Lo sguardo dall’interno e contemporameamente dall’esterno è una transe che in psicologia ha un significato preciso ed è legato allo stato modificato di coscienza (Georges Lapassade, Stati modificati di coscienza):

“L’unità della transe dovrebbe essere ricercata proprio in questa relazione sconcertante, in questa sorta di connivenza mediante la quale il soggetto che cambia e si vede cambiare, sembra osservare questo cambiamento da un punto che resta fisso, vigile, attaccato alla terra ferma, mentre un’altra parte di se stesso (ma non un altro io) gioca a lasciarsi andare sregolatamente”. (Nota: i grasseti sono miei)

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Asian e un suo drago in Second Life

In sostanza Second Life ha una dimensione sciamanica. Come il tarantismo.

Questo credo lo abbiano provato tutti gli avatar. Che sia una “sregolatezza” legata alle paure, legata alle pulsioni (sessuali o di altro tipo) o di semplice “contatto” con gli altri (i timidi), in second life, attraverso la pantomima, si superano barriere spesso insormontabili.

Ma qui il digitale ha inventato poco in quanto non ha fatto altro che riprendere una parola dall’induismo: avatar. E proprio in quella religione che il dio stesso (o uno dei suoi aspetti) si incarna in un corpo fisico. Avatar o Avatara (in sanscrito “colui che discende”) incarna la nostra parte spirituale (con tutti i suoi valori) in una dimensione che troppi definiscono irreale ma che preferisco la definizione “virtuale” nel senso di “in potenza”.
Anche il tarantismo assolve lo stesso ruolo: esorcizzare. Vedremo poi, in un altro post.

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Tarantola e tarantismo, illustrazione da Antonio Fasiello Cronaca della taranta, Marcarella editore

Per concludere questo post con un esorcismo: ho sognato animali fantastici, draghi, mostri e fiere per un anno intero. Mi inseguivano, attaccavano, minacciavano… svegliavano. Ci voleva una psicomagia, mi avrebbe detto Jodorowsky, per risolvere il mio problema onirico (che ne celava altri). L’ho fatta, due volte: la varicella mi ha trasformato in un mostro squamato e ora, di animali fantastici, ne possiedo una decina e li cavalco. Da una settimana non li ho più sognati.

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Asian e un suo drago in Second Life

Regen (Pioggia), 1929, Regia di Joris Ivens con Mannus Franken

Un doppio sguardo suddiviso su due post: il precedente post mostrava lo sguardo della pioggia “visto” da un cieco: John M. Hull. Questo post invece propone lo sguardo del regista Joris Ivens, un pioniere, militante nello spirito, un maestro e un padre assoluto per tanti.
Nel suo
cine-poéme lirico succede il contrario di ciò che accade con John M. Hull: con Joris Ivens le cose svaniscono sotto la pioggia. Come dice Bela Balasz (Estetica del film, 1931) le cose non si vedono più. La pioggia di Ivens non è la pioggia che racconta lo spazio e che lo riempe. Non comunicano una realtà ma sono espressioni figurative. E’ l’inizio del cinema documentario ma anche un cinema sperimentale. La vista in questo caso non serve per avvicinarsi alla realtà ma per costruirne un’altra. In John Hull la mancanza della vista porta invece alla ricostruzione di una immagine che diventa realtà per chi l’ascolta.

Il link, per vedere il filamto, è da Youtube.

N.B.: in questa versione, l’audio non è originale. La versione originale con audio è del 1932, sonorizzata da Lou Lichtveld, e curata da Helen Von Dongen. E’ possibile trovarla sul sito www.ubu.com.

Crediti completi da: Joris Ivens di Silvana Cavatorta e Daniele Maggioni,”il castoro cinema”, La nuova Italia, n°66 Giugno 1979:
Regia e soggetto: Mannus Franken e Joris Ivens; fotografia e montaggio: Joris Ivens; produzione: CAPI, Amsterdam (300 m).

“Penso che questa esperienza di aprire la porta su un giardino bagnato dalla pioggia sia molto simile a quella che fa chi è dotato della vista quando scosta le tende di una finestra e scorge il mondo all’esterno”.
John. M. Hull, Il dono oscuro, nel mondo di chi non vede, Garzanti, 1991

Oggi è un giorno pieno di sole. Dopotutto è un fatto anche visivo: il cielo azzurro e il caldo colore della luce mi piace. Nel gioco dei rimandi e dei ricordi mi torna in mente uno scritto di John M. Hull. Ne ho parlato ultimamente con Fernando e Maurizio. Racconta, in qualche modo, di come una certa intensità di pioggia può sostituire quello che per chi vede è il “colpo d’occhio”.
Non taglio il testo: ho costruito un sentiero veloce con i grassetti colorati si possono cogliere (a colpo d’occhio) i passaggi fondamentali.

“9 settembre 1983. Questa sera alle nove stavo per uscire di casa. Ho aperto la porta e stava piovendo.
Sono rimasto lì fuori in piedi per qualche minuto, come ipnotizzato dalla bellezza della pioggia.
La pioggia ha un modo tutto suo di dare risalto ai contorni e di elargire una nota di colore a cose che fino a un attimo prima erano invisibili; invece di un mondo intermittente, e quindi frammentario, le gocce incessanti della pioggia creano una esperienza acustica senza soluzione di continuità.

Dopotutto percepire il mondo all’interno di una dimensione aptica, tattile, affiancando il senso del movimento e della propriocezione (sentire il prorpio corpo) è una modalità “intermittente”. Il “suono” della pioggia invece si fa “visione”.

“Sento la pioggia che batte sul tetto sopra di me, la sento che gocciola giù per il muro alla mia destra e alla mia sinistra, la sento che scende a torrente dalla grondaia poco lontana, al li vello del terreno; più in là, sempre a sinistra, si apre un sentiero di suoni più ovattati poiché la pioggia cade quasi silenziosamente sul fogliame dei cespugli. A destra invece è battente, con un suono più fondo e ritmico sul terreno coperto d’erba. Tanto che riesco perfino a seguire i contorni del prato, che a destra sale a formare un piccolo rilievo: lì i suoni della pioggia sono differenti, tanto da delineare per me il contorno del rilievo. Ancora a destra, ma un po’ più lontano, sento la pioggia che risuona sulla siepe che divide la nostra proprietà da quella dei vicini. Davanti a me, i contorni del vialetto e i gradini sono cesellati con precisione fino al cancello che si apre più in fondo.Qui la pioggia cade sulla pietra, là invece cade a spruzzo nelle pozze d’acqua che si sono già formate. Ogni tanto c’è una cascatella, là dove la pioggia cade saltando da un gradino all’altro. Sul vialetto il suono è tutt’altra cosa rispetto al tamburellare della pioggia sul prato a destra, ma è diverso anche dalla cadenza ovattata dei suoni grevi e molli che vengono dai cespugli sulla sinistra.In lontananza i suoni sono meno differenziati. (…) In realtà tutta la scena si presenta in modo molto più differenziato di quanto non sia riuscito a descrivere, perché ovunque i contorni delle cose hanno brevi arresti, ostruzioni e proiezioni, là dove una piccola interruzione o una differenza nel tessuto degli echi aggiunge un dettaglio in più o una dimensione nuova alla scena. E tutto intorno si stende, come una luce diffusa su di un paesaggio, il tamburellare di fondo della pioggia, racchiuso nel velo di un unico mormorio uniforme. (…)

“Di solito quando apro la porta di casa ci sono rumori diversi e intermittenti, diffusi e dispersi entro un nulla uniforme.
So che al prossimo passo incontrerò il sentiero, e che a destra la punta della mia scarpa sfiorerà il prato. Percorrendo il sentiero la mia testa verrà appena sfiorata dalle fronde degli alberi i cui rami pendono bassi sulla sinistra, dopodiché arriverò ai gradini, al cancello, e infine al vialetto, che oltrepassando il canale di scolo, immette sulla strada asfaltata. So che ci sono tutte queste cose, ma lo so perché ne ho la memoria. Esse non mi forniscono nessun segnale evidente della loro presenza e io le conosco unicamente sotto forma di anticipazione certa. Il loro modo di essere sarà determinato unicamente da ciò che sperimenterò io stesso nel giro di pochi secondi. La pioggia invece dispiega in tutta la sua pienezza e simultaneità questo scenario, non più soltanto ricordo o anticipazione, ma presenza viva e attuale. La pioggia restituisce il senso della prospettiva e dei rapporti reciproci tra una parte e l’altra del mondo. Se solo la pioggia potesse cadere in una stanza, avrei modo di capire quale sia la posizione degli oggetti che essa racchiude e saprei darle un senso di pienezza invece di essere semplicemente lì dentro, seduto su una sedia. Questa è un’esperienza di straordinaria bellezza. Mi sento come se il mondo, fino a quel momento velato, si dischiudesse improvvisamente al mio tocco. Ho la sensazione che la pioggia sia generosa e che mi elargisca un dono, il dono del mondo esterno.

Non sono più isolato, preoccupato dai miei pensieri, concentrato su ciò che dovrò fare tra poco.Non mi devo più preoccupare di dove sarà il mio corpo e di quello che incontrerà, ma mi trovo davanti a una interezza, a un mondo che mi parla. Ho colto davvero il motivo per cui tutto questo è così bello? Quando la realtà che si presenta alla conoscenza è in se stessa varia, complessa e armoniosa, anche la conoscenza di quella realtà acquista le stesse caratteristiche. Mi sento riempire interiormente da una sensazione di varietà, di complessità e di armonia e questo tipo di conoscenza è bello perché crea in me lospecchio di ciò che alla conoscenza si offre. Mentre sto in ascolto, sono io stesso l’immagine della pioggia, divento tutt’uno con essa.

The begininnigs of EVA (extra-vehicular activity): opening the door.

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Non so se deve essere sempre così ma sembra che per ogni “prima volta”, nella fotografia, si debba avere sempre un visione disturbata, incerta. Lo avevo mostrato già qui.

Il 18 marzo del 1965, quarantatre anni fa, il cosmonauta russo Aleksey Leonov lasciò la navicella spaziale per fare la prima passeggiata umana nel cosmo. L’immagine d’apertura è la prima foto conosciuta (in occidente) di un cosmonauta che cammina nello spazio e che poi è stata pubblicata in una rivista americana del 1976 riprodotta qui sotto.

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Space world, The magazine of space news, Febbraio 1976. Vol. M-2-146
(foto di copertina dell’agenzia spaziale sovietica TASS-APN)

La rivista apre con una titolo davvero d’effetto e preciso nell’esporre un’idea chiara: the begininnigs of EVA, opening the door (trad.:l’inizio delle attività extra-veicolari: aprire la porta).
Per 4 anni cosmonauti e astronauti hanno attraversato il cielo continuando a “cadere” (il volo nello spazio è una lenta caduta) verso il rientro programmato. Uscendo verso l’esterno (compiendo l’eva: extraveihicular activity) per la prima volta si sono fermati, hanno segnato il passo. Hanno fatto il “picinic (solitario) lungo il ciglio della strada” (magari pensando ad Arkadij e Boris Trugaqrskij di Stalker). E’ vero che l’ambiente terrestre è sempre presente, protetto dentro le tute collegate alla cabina, ma la stessa tuta non è più sulla Vostok; è messa lì sul ciglio della strada assiem al cosmonauta. La foto pubblicata più sopra sembra lo scatto preso dallo specchietto retrovisore (in realtà è lo scatto fatto ad un monitor).
Nello stesso articolo dove viene pubblicata la foto di Leonov, compare anche la foto del primo astronauta americano. la mostro qui sotto:

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La foto è di tre mesi dopo (sembra passato molto più tempo però). Come recita la rivista, per tutte le immagini riprodotte qui sopra: Photos courtesy of Nasa.

Un’altra foto:

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Questa è nuovamente una “prima immagine” pubblicata questa volta nel mondo sovietico; tratta da K Zvedzam (trad.it.:verso le stelle) un libro non troppo interessante dal punto di vista del viaggio nel Cosmo ma mostra bene il lavoro collettivo a terra. Del 1986 pubblicato da Izdatelstvo “Planeta” Moscva 1986 (trad.it.: Pubblicazioni Planeta, Mosca, 1986)

Di questi due eventi oggi si possono trovare molte immagini anche di qualità sul web. Tra le altre queste due miniature molto nitide. A differenza della altre non lasciano molto spazio a fantasie o a racconti. Forse è questo il motivo per cui lanciano le “prime immagini” se ne trattiene l’immagine chiara in cambio della visione?

Ed white, Nasa in basso a sinistra; Aleksey Leonov, Agenzia Spaziale Sovietica, in basso a destra

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Tashrih-i badan-i insane – Illustrazione anatomica da manoscritto Persiano, ca. 1400-1500. National Library of Medicine
Autore: Mansur ibn Muhammad ibn Ahmad ibn Yusuf ibn Ilya (fl. ca. 1390)

In una retta che parte dall’interno del nostro corpo per raggiungere il suo capo estremo, l’outer space (lo spazio profondo) è possibile compiere un viaggio all’interno di spazi che cambiano la nostra relazione con il mondo delle cose.

La partenza: immaginiamoci di viaggiare dentro le cavità del nostro corpo e di visitare lo spazio continuo che ci attraversa; forse non è cosa semplice. Eppure ci siamo abituati a vedere “proiettati” i nostri corpi al di fuori dei normali luoghi in cui viviamo; dalla fantascienza alla fantasy arrivano sollecitazioni per abitare mondi fantastici (e qui mi ricordo il Manuale dei luoghi fantastici di Gianni GUADALUPI e Alberto MANGUEL). Immaginarci dentro un corpo, nelle sue cavità, oltre ad essere cosa “raccapricciante”, è forse anche cosa sconveniente. Immergerci nello spazio sopra la nostra testa è al contrario vista come cosa poetica. La prima modalità di viaggio è quella dello speleologo che si cala negli spazi del corpo o anche il palombaro che si immerge nell’ignoto del blu profondo degli oceani; la seconda è l’arte del volo.

Il volo, dentro o fuori l’atmosfera, è una uscita da uno spazio tridimensionale, misurabile con la fisicità del corpo, che si estende in una dimensione di percezione “altra”, imponderabile, multispaziale e mutitemporale dove la velocità della macchina determina la velocità di fuga dalla realtà (direbbe Paul Virilio). Ma anche l’immersione nel corpo è altrettanto uscita da uno spazio: da quello ortogonale cartesiano dell’angolo retto. Come scriveva Guy de Maupassant: “Il viaggio – e noi diremo il volo o l’immersione nel corpo – è una specie di porta, per la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”. Negli anni 60 (anni dominati da una forza centrifuga) sono “uscite” diverse cose da alcune porte: i primi furono gli artisti dalle gallerie per andare scolpire i deserti americani (Robert Smithson e co.); contemporaneamente furono i cosmonauti e gli astronauti che, lanciati verso l’alto, al di fuori dell’atmosfera, percorrevano la lunga e faticosa “ferrata” verso la Luna (e qualcosa di più oltre); i figli dei fiori costruiscono le drop city a Sausalito in California e gli Archigram progettano le Walking City. Tra le altre cose fuori dagli schemi, sono usciti dagli stabilimenti di produzione cinematografica due film diversi ma allo stesso tempo simili in quanto raccontano di due “fughe”, due “derive” della ricerca scientifica in direzioni diverse: il primo è il celeberrino 2001 A space odissey (1968) di Kubrik; il secondo è un film meno noto ma altrettanto visionario e punto di arrivo di una ricerca visuale sul corpo in corso da tempo (si veda per questo argomento Dream Anatomy, completo sito della U.S. National Library of Medicine) con differenti implicazioni etiche rispetto all’odiessa: Fantastic Voyage (1966), di Richard Fleischer.

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Statuetta d’avorio del 1500-1700 circa (provenienza Europa). Depositata presso: Alabama Museum of the Health Sciences, The University of Alabama at Birmingham

Se 2001 scopre l’outer space, Fleiscer è il primo cineasta che lavora sulle immagini del corpo mostrandolo come corpo cavo, come corpo abitabile e attraversabile; in altre parole come luogo a tutto tondo.

Per entrambi i film, i rumori sono parte integrante dello svolgimento narrativo. Per Fleischer sono i rumori del corpo e quindi della sua attività fisiologica. Per Kubrik sono il silenzio assoluto e i rumori della tecnologia che analizza, scava, indaga il corpo umano: dal respiro di David al “lamento” del Golia-HAL9000 nello “scontro” finale, freddo, tra le due intelligenze (non sarà un caso se Michel Chion, tecnico del suono francese inventore dell’audiovisione, ha scritto un suo manuale per leggere il lavoro di Kubrik).

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Second life; Land Kabuki, Anaglifo © Fabio Fornasari

Un’idea vecchia in un’idea nuova.
La foto qui sopra, apparentemente mossa, è in realtà un anaglifo. Cos’è un anaglifo? Una immagine che, se vista con i giusti occhiali, mette in rilievo ciò che vedete; in altre parola vi da la sensazione dei volumi delle cose.
Ma la cosa più curiosa, forse, è questa: è una immagine anaglifica prodotta in second life, nella land Kabuki. Second life è un mondo ai nostri occhi “virtualmente” tridimensionale, vissuto visivamente come sequenza di immagini che in realtà sono bidimensionali. In altre parole, di questo mondo, abbiamo sempre e solo immagini bidimensionali, a differenza dell’immagine sopra che ci mostra le cose come occupano lo spazio e ci pone in relazione allo spazio. Le immagini tridimensionali fanno appunto questo: ci portano dentro le imagini e costruiscono illusioni di realtà. Una parola a me cara, immersione, è resa ancora più densa di significato se la nostra visione diventa volumetrica, tridimensionale.
Nasce tutto da una complicità tra una fisiologia e una tecnologia della visione.
La visione naturale, se non disturbata, è la sintesi operata dal meccanismo della percezione visiva che si compie sommando la doppia visione oculare: abbiamo due occhi e quindi due cineprese che lavorano in contemporanea. Il montaggio della visione lo opera il cervello delegandone il compito ad almeno tre delle sue regioni. Ognuna di queste aree compie diverse operazioni di controllo e di elaborazione dell’immagine che la retina ha registrato e trasmesso al cervello.
La foto tridimensionale è il trucco del mago che “frega l’occhio” (il tromp l’oeil: la visione “costruita” per antonomasia). Mai come in questo caso il toccar con mano svelerebbe il trucco, l’illusione.
L’avatar questo meccanismo non lo possiede.
L’avatar che gira gli spazi delle land ha invece, come in tutti i media visuali, una visione monoculare: in altre parole è come un polifemo tecnologico, digitale; l’avatar non ha capacità di riconoscere la profondità della visione se non basandosi su una nostra esperienza visiva legata alla forma simbolica della prospettiva (e ad altre cose ancora).
Questa visione stereoscopica, anaglifica è un ulteriore modo di prendere coscienza degli spazi virtuali, rendendoli appunto spazi e non solo coordinate x,y,z matematiche prodotte da algoritmi e tradotte in immagini bidimensionali.
In questo modo second life è anche un modo diverso per apprendere alcuni semplici prindipi della visione e della comprensione delle cose immerse nello spazio (la vecchia cara geometria descrittiva tanto odiata all’università ma risultata molto utile poi, anche nella modellazione solida in cad).

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Second life; Land Kabuki, Anaglifo © Fabio Fornasari

Per vedere le immagini anaglifiche serve mettere un filtro verde sull’occhio destro e un filtro rosso sull’occhio sinistro. Se disponete di questi elementi o degli occhialini 3D allora vi sarà tutto chiaro.

Dopotutto “vedere” non è cosa semplice.
Seguono altre immagini da me prodotte in Second Life che permettono a loro volta una visione stereoscopica. Questa volta non servono gli occhialini ma un’altro oggetto per la visione, lo stereoscopio, composto da due lenti d’ingrandimento accoppiate. E’ lo stesso principio del Viewmaster.

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Una visione di Midian City. Immagine stereoscopica © Fabio Fornasari

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Come sopra: land Kabuki. Immagine stereoscopica © Fabio Fornasari

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Altra visione della land Kabuki. Immagine stereoscopica © Fabio Fornasari

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Romantic Ice Palace. Immagine stereoscopica © Fabio Fornasari

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Buona visione a tutti!

Ieri ho letto il post di Giuseppe dove parlava dei nuovi motori per visualizzare gli ambienti di second life. Viaggiando tra Bologna e Milano sui treni (la dura vita del pendolare), si conoscono vari personaggi; tra questi ho conosciuto diversi programmatori che si guadagnano il pane a Milano. Uno di loro mi ha parlato tempo fa di questi nuovi motori e così li ho provati. Windlight, uno dei nuovi motori, offre, una visione cosmetica di second life: più realistica (più simile al mondo del paesaggismo domenicale che al mondo reale), ma la cosa che mi impressionò di più fu la pelle dell’avatar. Se la componente paesaggio ci guadagna nella visualizzazione del cielo e dell’acqua, nelle architetture ci perde. La pelle dell’avatar, si mostra porosa e assorbe la luce quasi come quella vera. Azzardo (ma lo dico) che evoca quasi un piacere tattile, nel guardarla. Se fate il confronto con la pelle tradizionale di second life notate la differenza. Quella “nuova”, si mostra come se fosse incipriata. Queste immagini sono (forse) più che illusioni di realtà, delle vere e proprie allusioni della realtà. Ricorda davvero una operazione di cosmesi del virtuale.

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Il viso di Velas visualizzato con Windlight.
Sotto, altre immagini di paesaggio realizzate con lo stesso motore di visualizzazione.

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Giuseppe Granieri mi ha segnalato un blog interessante, dove si presenta il lavoro di Michael Ditullio, un blogger che sta facendo progetti su una transArchitectural Topography e cioè sulla costruzioni di un sistema di comunicazione tra la real life e la second life. Nei suoi progetti e demotape si vedono situazioni di interazione tra le due life. Nel suo blog ci sono diversi collegamenti a presentazioni e a video. Il lavoro diventa interessante nel momento in cui non resta un fatto puramente visuale ma lavora sulle identità all’interno delle due situazioni.

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The Gate, vernissage

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The Gate, azione e interazione

In sostanza lavora sul paradosso dell’identità e per questo motivo mi tornano in mente i lavori di Dan Graham che usava le nuove tecnologie del tempo, le video camere, unite alla riflessione e alla trasparenza per parlarci dell’identità dell’osservatore e dell’osservato in relazione al desiderio e alla trasparenza. Oggi questa trasparenza è digitale e l’osservatore e l’osservato non siamo solo noi e la nostra immagine riflessa. Non siamo nemmeno solo noi e l’altro dal lato opposto della trasparenza del vetro: chi ci guarda. Una nostra immagine “riflessa” è l’avatar (l’avatar riflette la nostra parte desiderante, si costruisce come desiderio in azione ed è sempre alla ricerca di soddisfarlo). Fermo restando che l’arte è per sua natura sempre interattiva in quanto non può prescindere da una relazione che si stabilisce tra artista opera e spettatore.
Morale: La frontiera tra reale e virtuale è una nuova “trasparenza”, tutta da scoprire.

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Dan Graham, Present Continuous Past(s), 1974 sketch | © Dan Graham