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estate 2007

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

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guardando chi guarda il Bourbaki Panorama di Lucerna © Fabio Fornasari

Diario di una breve ma profonda immersione a Lucerna (Luzern CH) 30 Marzo 2008, con Roberta, Laura e Marina

Qua e là ho parlato di certo modo di apprendere, conoscere e fare esperienza di cose all’interno di una dimensione immersiva tipica del videogiocare (immersività, apprendimento delle regole giocando ecc…). Sembrerebbe che sia di oggi questa tendenza a costruire mondi virtuali, modelli più o meno verosimile dei mondi reali o assolutamente differenti e difformi (è una questione di “gusto” e di cosa si vuole raccontare).

Già nell’ottocento si sviluppano diversi modelli espositivi teorizzati e apprezzati da geografi come Alexander von Humboldt e Elysée Reclus (del quale già si è parlato qui e qui) essi si configurano come utili strumenti per l’apprendimento della geografia poiché permettono di superare i limiti tecnici e percettivi delle presentazioni a pannelli e riuniscono le condizioni pedagogiche e psicologiche di una comprensione verosimile della grandezza del mondo terrestre. All’interno del panorama la finzione del viaggio immaginario acquista la dimensione del paesaggio che circonda lo spettatore: grazie ad un sistema d’illuminazione artificiale, i visitatori sono calati in una realtà apparentemente distaccata da quella esterna. Prive di un punto di vista prestabilito, i panorami permettono una percezione immediata e totale di ciò che si vuole rappresentare. Di questa attitudine della visione, di questa volontà di “organizzare la visibilità del mondo” ne parla Jean-Marc Besse nel suo volume “Face au monde, Atlas, Jardins, Géoramas” (Desclée de Brouwer, Paris 2003).

In questo caso, l’opera del pittore Eduard Castres del 1881 cristallizza un episodio della guerra franco-prussiana del 1870/71: l’entrata in svizzera e il disarmo dell’armata francese del generale Bourbaki (febbraio 1871). Il tempo è stato fermato all’interno di questa visione avvolgente immersa in una luce artificiale che ne restituisce una “temperatura” precisa dell’evento. All’inizio di questo decennio è poi stato ampliato il faux-terrain, quella fascia che sta ta noi e il dipinto, che dialoga in un modo del tutto speciale con noi. In queste pagine ho più volte parlato anche dell’impportanza del suono in relazione all’immagine, dell’audio-visione. Con la riapertura è stato aggiunto un impianto di spazializzazione sonora che “evoca” la battaglia con grande efficacia. Lì ho fatto un esercizio, Ad occhi chiusi ho cercato di ricostruire il panorama disegnandolo come audiorama. La sound map che ne esce è pubblicata qui sotto. I suoni ci fanno arrivare i concetti in maniera empatica. Ci coinvolgono. Nella mappa qui sotto si vede che il racconto sonoro è descrittivo (senza parole la prima parte) discreto. Un brusio di fondo fa sentire le presenza di migliaia di persone, in silenzio se non quando intona cori muti. I rumori della ferrovia, i rombi delle cannonate e gli ululati dei lupi scandiscono lo spazio.

Questa nuovo soundscape non fa che aggiungere elementi alla costruzione di una visibilità del mondo che lavora principalmente con le capacità delle persone di lasciarsi prendere all’interno dei contesti immersivi e di sapere trarre regole e contenuti senza bisogno di raccontare altro che l’evento per come è stato visto (in questo caso rivisto dal pittore). Dopotutto è la stessa dimensione di apprendimento del bambino (e quindi di noi stessi) che costruisce tutto il proprio know-how crescendo immerso in se stesso e nel suo ambiente senza che abbia bisogno di leggere un manuale d’uso della vita prima di entrare nel mondo.

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Audiorama del Bourbaki Panorama

Le parole sul viaggio quotidiano.

«Lungo tutto il viaggio in auto che dalla Russia ci conduce agli estremi confini dell’Europa occidentale, cerco negli occhi di coloro che incontro qualcosa che riveli gioia, felicità e consolazione. Ma in realtà trovo quel che sto cercando soltanto in due antichi dipinti… »

Aleksandr Sokurov, Elegia del viaggio, Elegia dorogi.

Il viaggio è il tema. Non voglio distinguere tra viaggio, turismo o pendolarismo. Ogni partenza, anche per il viaggio più breve, lascia delle incognite. Ci sono viaggi quotidiani, che ti portano da un luogo (la casa) ad un altro luogo (il luogo del lavoro). Non è solo “essere pendolare”, in ogni “viaggio” si nascondono possibilità di ogni tipo. Cosa sarebbe se… (What if…).

Ho fatto il post precedente nella forma poetica del photobook di viaggio, dove si registrano pensieri per immagini.
Ma perchè presentarlo come un photobook, un oggetto che parla la lingua dell’arte?
Il prima ed il dopo possono fare la loro conoscenza e scambiarsi uno sguardo all’interno dell’arte. Le immagini, anche del più semplice tragitto Bologna Milano in Eurostar, ci possono offrire istanti di soave bellezza, ci possono condurre per mano fra paesaggi umidi, case desolate e rendono definitivamente vivo, vicino, “tastabile” con gli occhi tutto ciò che rapiscono, catturano. Forse il viaggio quasi quotidiano può presentarsi come un meta-viaggio, può essere letto come un pensiero sul viaggio stesso perchè ne contiene alcune premesse.
Parafrasando Italo Calvino, pensando a “Se una notte d’inverno un viaggiatore…” (esempio di altissimo livello di meta-romanzo), il viaggio del pendolare è l’inizio di tanti viaggi dove quel “Cosa se…”resta sospeso con i puntini di domanda, incapaci di andare oltre perchè al momento giusto (o sbagliato) si è arrivati. Ma è anche un viaggio che ci fa osservare prima di tutto gli altri, come viaggiano e a cosa pensano.

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milano – bologna 27 marzo 2008 © Fabio Fornasari

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milano – bologna 27 marzo 2008 © Fabio Fornasari

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milano – bologna 27 marzo 2008 © Fabio Fornasari

Il viaggio quotidiano senza parole.

Ogni realtà è in sé totale
Tutto nell’Universo è come l’Universo

M. Granet, il pensiero cinese,
Milano 1971

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boring postcard from my desk © fabio fornasari

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Boring postcard from my desk © fabio fornasari

Nel post precedente ho accennato ad un lavoro che sto facendo nel cantiere del mio avatar. Parlavo di rappresentare una architettura che contenesse tutti e tre gli elementi del pianeta: regno animale, vegetale e minerale. In oriente, questo tipo di costruzione e semplificazione della realtà esiste da secoli. Una negazione dell’architettura in realtà per una esaltazione di un visione del mondo.

Mondi in miniatura, giardini in miniatura: sono piccole vasche che contengono l’immagine del mondo, del macrocosmo. Cina, Vietnam e Giappone li tenevano (li tengono tuttora) dentro i templi e nelle case. Quello che viene rappresentato è un mondo chiuso, intimo e personale che è un rifugio per l’uomo e una garanzia per la sua integrità fisica e psichica. La riduzione della natura ad artificio, in queste miniature di mondo, rendono la natura più vera della natura stessa. L’uomo può migliorare, grazie all’arte, un prodotto della natura.

Osservare questi giardini cinesi in miniatura può essere utile per alcune implicazioni: ci mostrano possibili modi di vedere il macrocosmo che viviamo e possono essere letti come metafore anche dei mondi cosidetti “virtuali”: il mondo digitale, i mondi metaforici, ecc.
Ogni “sim” creata nel digitale contiene gli stessi elementi e le stesse implicazioni (folosofiche-sociologiche) dei giardini in miniatura corientali (le sim sono in più abitate da avatar, che portano la vita inside, in world. Nelle “vasche cinesi cisono i pesci rossi. Il punto d’osservazione cambia).

Vi sono due tendenze nel “rapresentare un microcosmo”: la prima riguarda la propensione a ricostruire l’habitat naturale. La seconda, al contrario, mira a creare forme insolite, bizzarre e nuove. Sono le due tendenze individuate per i microgiardini o giardini in vasca. Ma valgono anche per Second Life ad esempio. Leggere il volume di Rolf A Stein sui giardini in miniatura, da questo punto di vista diventa interessante. (Rolf A. Stein, Il Mondo in piccolo, Giardini miniatura e abitazioni nel pensiero religioso dell’Estremo Oriente, Il saggiatore 1987). E’ un bellissimo volume che raccoglie un lavoro di cinquanta anni di produzione intellettuale dello studioso allievo di Marcel Granet, lo studioso e scopritore per eccellenza della cultura cinese.

Fare mondi
Anche in questo caso ne ho fatto uno (Do It), dopo avere compiuto un breve viaggio in Alto Adige due anni fa. Nel suo piccolo, fare un giardino in miniatura, è come ricostruire una memoria di viaggio, un souvenir a posteriori. Ogni figura esercita un ruolo, è un plot per cogliere il senso del giardino stesso. Nulla è lasciato al caso. Le figure umane non sono lì per farci “ridere” ma per farci sentire immersi in quel microcosmo, Dopo averci passato “un giorno intero” in Alto Adige l’ho materializzato sulla mia scrivania in quesat forma di “giardino”; curarlo e mantenerlo è legato alla dimensione viva del “ricordo” di viaggio che si mantiene vivo in noi e ci spinge, fatto uno, a compiere un nuovo viaggio.

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immersione al cantiere

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verifica 001 POP. atelier in second life

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verifica 001 POP. atelier in second life

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Asian Lednev in cantiere

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la piattaforma

La dimensione ludica di Second Life sta proprio nel costruire (to rez da Tron – noto film Walt Disney del 1982), nel pensare e creare un proprio mondo. E’ la dimensione più interessante insieme al costruire relazioni tra le persone, conoscersi. Sono opinioni condivise da molti.

E così, il mio percorso, la mia ricerca, intorno a questo tema di SL finora solo osservata e praticata in piccole cose (bolle-camper ecc), ha deciso di mettere delle fondamenta su una (non a caso) “piattaforma”. La regione è nuova, in costruzione a sua volta: Post Utopia. Fondata da Junikiro Jun aka Giuseppe Granieri è pensata per “sperimentare” su diversi livelli. Morale: ora ho un atelier in-world dove “tagliare” i miei spazi, per dirla con la Woolf “tutto per me”.

Del divertimento e della soddisfazione di fare cose ne ha parlato anche Monick nel suo post “Creazioni digitali”.
Avere un posto dove fare e montare, verificare, costruire per poi distruggere “lavori” esistenti solo nel digitale, intesi come opinioni sullo spazio nel mondo metaforico. Come prima cosa ho cercato dì rendere “visibile” un mio pensiero di spazio fatto di luce, colore (grazie a WindLight) e che triangoli i tre regni del pianeta: animale, vegetale, minerale. L’architettura, spesso se ne dimentica, li comprende tutti e tre. Questa prima verifica (costruire spazi comunicativi in-world) è uscita con una immagine molto POP. Forse perchè avevo in mente gli spazi di Los Angeles e il il British Pop nelle orecchie. (Ma quanto influenza l’ascolto della musica nel processo creativo ?!).

“… My charmed life
I hope, I hope if nothing more
That one day you’ll call your-
Life
A charmed life

Divine Comedy – Charmed Life Lyrics

Dal mio punto di vista tutto questo è “divertente”: non uno spazio contemplativo ma uno spazio di gioco, manifesto-programma per questo luogo. Siamo seri: qui si può, in real life ci si prova, a volte ci si riesce… qui si deve. Second life è “il” site-specific del contemporaneo.

Finito il lavoro (mancano script agli oggetti e qualche animazione…sto studiando) poi procederò alla sua denolizione, in quanto deve essere spazio di verifica di idee, destinate a cambiare. Come talvolta dovrebbe essere l’architettura nel mondo reale: capace di mantenersi viva e non di conservarsi. Ma questa è un’altra storia.

CONFESSION

Today, I’m tired of ex/changing identities in the net.
In the past eight hours,
I’ve been a man, a woman and a s/he.
I’ve been Black, Asian*, Mixteco, German,
and a multi-hybrid replicant.
I’ve been ten years old, twenty, forty-two, sixty-five.
I’ve visited twenty-two meaningless chat rooms
(I’ve spoken in tongues)
As you can see, I need a break real bad;
I just want to be myself for a few minutes.

El Webback

A proposito di identità.

(pubblicata in: Guillermo Gòmez-Pena, Ethno-Techno, Writings on performance, activism, and pedagogy; Routledge, 2005)

*il grassetto è una mia licenza

Fotografare e farsi fotografare, lo si era già detto qui e qui ha a che fare con l’attività psichica. Dicevo che stavo cercando una immagine “istituzionale” di me. Era il 2004 quando mi è stata fatta lo foto che segue. Non ho scelto questa perchè sono più giovane, ma perchè io non mi ci riconosco, ma forse gli altri possono riconoscermi. L’immagine pubblica di sé non è mai propria.

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Io secondo Nabil Boutros ad una mostra milanese organizzata da Afritudine (2004)

La fotografia ha uno e più poteri: viene in soccorso per portarci “ricordi” che non abbiamo. Oppure ci aiuta a ricordare situazioni luoghi che potremmo “perdere” dentro la nostra memoria.
Esiste un piacere nel guardare le foto che consiste nello scoprire, nelle fotografie, relazioni e significato segreti. Questo secondo Tisseron (“rubo” dal saggio di Maurizio Giuffredi, Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico; in Autoritratto psicologia e dintorni, Clueb 2004) si ricollega con il desiderio del bambino di vedere la scena originaria… L”‘è stato ” di cui ogni fotografia testimonia, avrebbe così il potere di portarci molto lontano e al di là di ogni contenuto aneddotico, nel cuore del problema, del cosidetto spettacolo delle origini.
Non è comunque sempre semplice “riconoscere” una immagine di sè come propria. Specie per me. Io possiedo di me poche immagini che ritengo possano rappresentarmi. Ho sempre avuto un’idea precisa di cosa dovrebbe essere il ritratto fotografico al di là di ogni cosa: uno scatto unico che deve riassumere l’evento in un colpo solo, one shot.

Questa foto me l’ha scattata un fotografo Egiziano, Nabil Boutros, ad una mostra milanese organizzata dall’associazione culturale Afritudine.
Questa foto ha una sua particolarità: rido, cosa che non faccio mai nelle foto. Me lo ha imposto lui. il fotografo che mi ha messo davanti ad un fondale lucido nero e mi ha detto in francese di ridere. E io l’ho fatto.

No no, non ci vedete male e io non mi sono sbagliato. Fateli partire tutti e quattro e ascoltate. Do it.

Leggevo questa mattina un post di clinicamente testato sul tema dell’arte e il videogioco in relazione a due prodotti davvero potenti: Rez di Tetsuya Mizuguchi per la Sega ed Elektroplankton
di Toshio Iwai per la Nintendo. Entrambi non pensati come semplici giochi lineari ma come una interazione tra immagine, suono e movimento del giocatore.

Il Pong qui sopra è stato il primo in assoluto Beep di un “satellite” domestico prodotto dalla Sega. Il gioco diventa multimediale e di colpo, l’immagine videoludica “acquista quel valore assoluto aggiunto teorizzato da Michel Chion in riferimento al rapporto tra immagine e suono” (Cristian Poian, REZ, L’estetica del codice, l’arte del videogioco; edizione Unicopli).

Potente era entrare nelle prime sale giochi e ascoltare l’elettronica (suoni, musica) dei vari giochi che si fondeva in unica musica. Oggi, col senno di poi, imparato e studiato, riconnetto a quel ricordo il lavoro di John Cage, dove esegue con nove impianti hi fi, contemporaneamente le nove sinfonie di Beethoven. Il piacere sta nel perdersi nei suoni, nel gioco senza un obiettivo. Si interagisce per il piacere di interagire. Questo è il senso di questi giochi (Rez, Elektroplankton).

Qui, con minori ambizioni propongo di ascoltare 4 volte Pong, facendolo partire in momenti diversi, distanziati di pochi secondi: un giochino semplice.

On the other side of the Mirror of Life

“history begins when I wake up. and it ends when I go to sleep”
(giornalista colombiano)

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Isola Style Magazine

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Snapshot di Joannes Bedrsosian da www.unacademy.ning.com

Ogni forma d’arte ha sviluppato il proprio intreccio per non essere pura forma: il plot come intreccio di un’opera drammatica o di narrativa, stabilisce l’organizzazione logico-sintattica del discorso, in rapporto alla forma. Ciò che manca spesso, in second life, è appunto questo: il plot (che mai deve essere unico per gli spazi dell’arte). Non è il caso di ieri sera.

La notte dei vizi, perfomance allo Style Magazine sotto la direzione di Roberta Greenfield e l’animazione di Drago.
Anche ieri sera ho avuto conferma di un mio pensiero: a dispetto di tanti luoghi comuni, Second Life, è in se una costante performance metaforica della “disponibilità” e della “volontà” di mettersi in gioco; misura con costanza la nostra capacità di assumere una capacità di azione verso il mondo che ci circonda, verso i possibili stimoli che ci vengono offerti.

The avatar (Asian Lednev): this is my body
Tradizionalmente , il corpo umano, il nostro corpo, è la nostra materia prima e luogo (location, site specific) per qualsiasi creazione. Il nostro corpo è un libro aperto, uno strumento musicale, il grafico per la navigazione nello spazio e la mappa biografica… il corpo è il centro del nostro universo simbolico, un piccolo modello della conoscenza globale.

Una performance dialoga sempre con dei corpi (Richard Schechner), così come dialoga attraverso gli avatar nel web (come dice anche Guillermo Gomez-Pena). La performance lavora sui confini, sulle frontiere. Le frontiere sono tra le uniche cose che condividiamo tutti. La notte del vizio è stata una esperienza di frontiera. Ma non tanto per le “trappole” e i “dispositivi” predisposti dall’artista. Piuttosto per avere condiviso, ognuno di noi, le reciproche “frontiere” dove sperimentare l’avatar e per poter dire infine : questo è il mio corpo.

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“HAVE THE COURAGE TO BE HAPPY”

Augusto Boal, Legislative theatre: Using performance to make politics (1996)

Oggi almeno con tre persone mi sono trovato a parlare di performance. Le prime due sono Roxelo e Laura. Stasera ce ne sarà una all’isola Style Magazine in Second Life, come ci ricorda Roberta Greenfield. Sicuramente Asian Lednev ci andrà (il mio avatar di second life) entrambi siamo molto curiosi.

Poi mi verranno domande lo so. Perchè tutto il corpo pensa (come dicono in tanti a partire da Boal), compreso il mio avatar. Risponde ad una concezione dell’uomo visto come interazione reciproca di mente, corpo ed emozioni. Tutta la gente è teatro, fa performance quotidiane anche se non fa teatro o non fa performance. Lo sviluppo della performance diventa uno strumento di liberazione collettiva, in quanto l’auto-consapevolezza della persona è resa possibile dallo specchio multiplo fornitole dagli altri.

Vediamo cosa succederà all’isola. In ogni caso. il risultato dipende ancora una volta da noi, dal coraggio di partecipare.