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Questo palazzo sono io?


Un tempo facevo illustrazioni per una rivista. Costruivo racconti per immagini che cercavano elementi narrativi per descrivere i luoghi. Queste immagini.
Non le faccio più. Era il 2001.


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Come brilla l’aria, tanto da dimenticare tutto


Sistemando le cose nelle mie memorie digitali, ora le riscopro e le rileggo con gli occhi di oggi, tempo nel quale si cerca una nuova sostenibilità e una nuova relazione con gli spazi e l’abitare.
Ricordo che pensavo a come brilla la luce nella città, a come si colora in funzione del tempo atmosferico. Vivere Milano con il grigio delle nuvole è un’esperienza difficile da raccontare, ma è vero che quel grigio scalda.


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Le città sembrano ormai essere come navi che prendono il largo


Lo spazio è un unico spazio, e il pensiero è un solo pensiero, ma ho sempre diviso spazi e pensieri come stanze di condomini. Il mio abitare lo spazio, gli spazi diversi… era come abitare una città fatta di condomini.
Quando pensavo allo spazio, al tempo, pensavo al mio condominio abitato stanza per stanza, da me e le persone che conosco: la mente crea spazi negli spazi che si riempono di cose e di persone.


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Qualcosa ci chiama con urgenza


Dopo tanto tempo penso alle cose che possiedo e che ho accumulato, infinità di libri e cose, immagini e altro. Penso alle stanze che li ospitano. Sono spazi produttivi. Che pensano ormai anche senza la mia presenza (a questo ci pensa l’apparato simbolico che ognuno di noi mette in campo. Tutti i luoghi abitati hanno questa qualità.
Per cambiare una idea devi staccarti dallo spazio che l’ha prodotta. Lo spazio e il pensiero sono uniti in una chiave che è l’abitare (enorme è la letteratura per sostenere questa ipotesi e per questo motivo non cito nessuno).


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Come da un diario intimo


Continuando ad andare

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Cartolina dell’aver trovato una nuova casa.


Sono tempi nei quali ci si deve muovere. Qualcuno potrebbe domandarsi: “perche’ gli uomini vanno girovagando invece di restarsene fermi?”
E chi sta fermo potrebbe chiedersi: “ma cosa vogliono questi da noi?”
Comunque sia: quanto movimento! E quanto mi piace: muoversi fa bene.

Ma dove risiede tanto affanno, tanta irrequitezza. E cosa spinge poi, una volta giunti a destinazione a colonizzare, a fondare e a rifondare la propria dimora, i propri simboli?
Ci sono due tendenze: la prima e’ quella di girovagare continuamente, caratteristica ereditata dai primi vegetariani che pascolavano ampi spazi territoriali in cerca sempre di nuove colture delle quali alimentarsi. La seconda tendenza e’ legata al bisogno emotivo, se non biologico, di avere una base, una caverna, un porto, una tana e un territorio, un possedimento. E’ qualcosa che abbiamo in comune con i carnivori. Queste due aspirazioni ce le portiamo dentro e tutte le popolazioni della terra hanno in qualche modo scelto se vivere stanziali, fondando civilta’, fondando citta’ e strutturando i territori e altre che hanno scelto la nazione mondo, la liberta’ di movimento che permette e richiede il nomadismo.
Le “civilta'” hanno sempre identificato nel nomade un vivere randagio, vagabondo, selvaggio. I nomadi erranti hanno per forza di cose una influenza disgregatrice, ma il biasimo di cui sono oggetto è sproporzionato rispetto al danno materiale che causano. “I nomadi sono esclusi, sono dei reietti. Caino “erro’ sulla superficie della terra” scrive Bruce Chatwin, l’irrequieto per eccellenza.
Chatwin si domanda spesso “Perche’ errare?”. E fa rispondere a persone come Pascal il quale diceva che l’infelicita’ dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. Ha bisogno di conoscere sempre nuovi spazi e di farli propri quanto meno interiormenete.
Per Montaigne il viaggio era un utile esercizio, in quanto la mente e’ stimolata di continuo dall’osservazione di cose note e sconosciute.
Così è nato il turismo, come una cura verso l’angoscia territoriale di chi abita un luogo.
Ma il movimento e la ricerca di un luogo nuovo da rifondare o da attraversare non e’ sempre spinta da necessità interiori o di conoscenza di nuove frontiere.
Popolazioni che fino a pochi anni fa erano vissute in rapporto diretto con le risorse dall’habitat circostante (nomadi, cacciatori-raccoglitori, semisedentari,gruppi tribali con una economia di sussistenza e secoli di adattamento ambientale) vengono travolti da cause esterne, guerre, disastri ecologici e provvedimenti autoritari. Questa condizione rende lo spazio sempre meno appartenente a chi lo abita. E questo porta a doversene andare.
Franco La Cecla nel suo libro Mente Locale scrive che “… la mobilita’ volontaria o forzata dell’ultimo decennio porta un impronta che non e’ quella del muoversi dei nomadi, ma del vagare di chi si e’ perduto.”
Come aveva intuito Calvino le città sono divenute invisibili agli stessi abitanti. Spesso ad un movimento segue un atto di fondazione.
La cinematografia di genere, la fantascienza, ci ha gia’ proposto il tema della fondazione.
Ora non si parla piu’ di fantascienza: l’orizzonte di una “fondazione marziana” non e’ cosa remota e se si pensa al tempo che viene speso per realizzare opere pubbliche come ponti e strade forse vedremo prima porre piede d’uomo su marte rispetto ad una corsa a piedi tra Scilla e Cariddi.


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Un mondo altro. “C’è vita su Marte?”


Il primo desiderio sara’ quello di fondare, costruire una nuova citta’. Ma come sara’ fatta? Saremo sempre nomadi o resteremo stanziali? Comunque sia e sarà fatta è importante che ne saremo gli autori, non come architetti, ma come abitanti.
Ci siamo dimenticati di essere autori della nostra geografia.
Perche’ al di là dello stare fermi o del muoversi, abitare stanziali o abitare nomadi, essere turisti o viaggiatori, l’abitare stesso è un godimento del mondo, un soddisfarsi di esso avendone bisogno.


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Quando si lascia. Rovine


Abitare significa rendersi conto. Rendersi conto di cosa? Viviamo troppo e solo di percezioni. Questo non basta. Percorrere il mondo, solcarlo in tutti sensi non come una corsa senza fine, non come il solo pretesto di una accumulazione disperante, né come illusione di una conquista, “… ma come ritrovamento di un senso, percezione di una scrittura terrestre, di una geografia di cui abbiamo dimenticato di esserne gli autori” dice George Perec in Specie di spazi.
Scusate, ora devo andare.

(Bologna, 2001)



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“Sempre, di fronte a un’immagine, ci troviamo di fronte al tempo”
Didi-Huberman*


Dopo la pubblicazione delle foto NASA eseguita dalla Gemini nei suoi vari viaggi degli anni ’60, l’immagine del pianeta – la faccia della terra – è stata riconosciuta come una immagine intorno alla quale si sarebbero costruite delle storie. Infatti non è una immagine semplicemente dall’alto ma è lo sguardo dell’uomo che si guarda e si rispecchia riconoscendosi in una moltitudine. Non è una immagine semplicemente tecnologica in quanto satellitare ma è una immagine che riassume in se tutte le tecnologie che alla fine si traducono in visioni o meglio, che traducono visioni. Il pianeta, la sua immagine ci ricorda che è innazitutto … “the ball of being”.

Stewart Brand è stato certamente tra i primi a pensare che l’immagine del pianeta terra potesse diventare un simbolo potente, evocante tutte le nuove strategie adattabili da parte degli individui per abitare il pianeta secondo nuovi modelli. Sicuramente fu il primo ad usarne la potenza visiva per farlo diventare la copertina di una rivista-manifesto “… for people escaping “to the land”. Escaping to the land ha un significato preciso negli stati uniti. Un esempio: gli artisti lasciano le gallerie d’arte e i pennelli… “Instead of using paintbrush to make his art, Robert Morris would like to use a bulldozer”** dirà Robert Smithson nel 1967.
Così come la nuova fotografia di paesaggio comincia a farsi con i satelliti e il nuovo artista non si firma Alinari ma NASA (oggi GoogleEarth).

E’ il 1968 e la foto ripresa dalla Gemini diventa la copertina del Whole Earth Catalogue, rivista simbolo della controcultura americana; ancora il WEC oggi è citato, copiato, ricercato e collezionato ed è un elemento con il quale fare i conti nella comunicazione delle idee e delle nuove tecnologie. Infatti molti lo riconoscono come il modello del World Wide Web.
Non è un caso se Steve Jobs cita Stewart Brand e la sua copertina nel 2005 in un suo celebre discorso alla Stanford University (qui il video da Youtube). Sono cose già viste e queste cose suonano già vecchie ma rivedere oggi il touchscreen dell’ iPhone è un poco come riannodare un filo che corre dagli anni ’60.
Steve Jobs, per primo era un lettore del WEC, un fun. Forse è lo stesso caso che in un certo senso continua a tenere insieme l’immagine del mondo, tutto ciò che contiene e le strategie degli individui abitanti il pianeta.

*Geoges Didi-Huberman, Storia dell’Arte e Anacronismo delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2007
** Jeffrey Kastner, Brian Wallis, Land and environmental art, Phaidon, London, 1998

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Nel pomeriggio di oggi, 2 maggio, al Materacamp interverrà Lorenza Colicigno aka Azzurra Collas per raccontare cosa sta accadendo con il Romanzo Collettivo che prende il nome da un lavoro che ha già compiuto un anno e che altre volte si è raccontato in questo Blog.
Quello di oggi è un nuovo traguardo.
E’ cresciuto, si è trasformato, è cambiato e sempre in una chiave creativa: ogni cambiamento del progetto della torre si accompagna con la stesura del romanzo. La chiusura di un’isola, la demolizione di una torre, il nuovo terraforming di Cyberlandia e la conseguente fondazione della versione Chrome sono elementi che influenzano la scirttura. Non si parla di arte di Second Life ma di esperienza di un mondo – più mondi – che si manifesta in forma di costruzione e di scrittura: un romanzo tridimensionale.


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Concept Book Romanzo Collettivo aperto e srotolato


Ancora meglio direi che è una “procedura”: un continuo rimando di atti di costruzione, di momenti di paragone con gli altri, di descrizione e di messa in ruolo del proprio agire in relazione agli altri e infine è sempre e comunque un progetto che sta su una soglia tra la rete e gli spazi esterni alla rete, che li sovrappone (per tacere della realtà aumentata).
Non ci saremo noi a fianco di Azzurra, la curatrice del romanzo, ma ci srà il concept book che contiene tutte le idee e gli attuali scrittori: Deneb, Margye, Susy, Asian, MacEwan, AtmaXenia, Aldous, Piega, Sunrise, Azzurra e tutti quelli che lo sostengono.

Credo che questo come tanti altri sia un modo per costruire prima di tutto un paesaggio connettivo, un progetto che si costruisce unendo intelligenze e “spalmandosi” su tutti i social-network, incorporandoli nella scrittura e usandoli per la diffusione; espressione di una nuova attitudine non gelosa. Non una idea rinchiusa in una sola scatoletta, ma un continuo andare e venire, fatto di verifiche, di proposte e contaminazioni


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Concept Book Romanzo Collettivo

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Possiedo una serie di scatole che con il tempo si sono riempite di oggetti, cose immagini: testimoni. Questi testimoni non dicono nulla se lasciati da soli, ma dietro ad una osservazione e ad una attività di confronto, di paragone fanno scattare il pensiero. Un esempio: queste banalissime cartoline del Lago di Misurina. Prese una ad una non dicono un gran che. Raccolte nel corso del tempo (soggetto: le Alpi) e messe dentro la scatole non hanno prodotto nulla fino a quando non le ho messe una a fianco dell’altra e da lì scatta una indagine sui particolari, sugli indizi che rendono differenti le foto ma allo stesso tempo uguali. Differenti in quanto scatti unici, ma uguali perché scattati dalla stessa persona, nella stessa giornata (non tutte ma quasi).
Non è il classico caso del Deja vue e cioè di come cambiano le cose negli anni. Semmai è un pensiero sulla vita delle immagini stesse, di come queste sono capaci di suggerire sempre delle storie nel momento in cui si richiamano tra loro, nel momento in cui ci sono come delle sentinelle che richiamano la nostra attenzione e producono senso.
Ogni immagine ha una storia a sé e produce un proprio mondo. Spesso le immagini sono rumori di fondo del nostro vivere. Raramente, come in questo caso, sono capaci di ricostruirsi e ricomporsi nel tempo e produrre non più un solo rumore bianco ma un tema che passa da una immagine all’altra. Alcuni di questi indizi parlano dell’attività del paese, dei suoi tempi. Improvvisamente compaiono panni stesi, lenzuola. Se li conto potrei tentare di indovinare quante persone sono presenti nell’albergo. I panni stesi dietro l’albergo che si ripetono in alcune immagini testimoniano inoltre che le fotografie sono state scattate nello stesso giorno. Confermate dalla presenza di barche, auto e altri dettagli.


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Altri dettagli mi suggeriscono la presenza di una passeggiata che sale dal lago. Osservo le ombre che si spostano e mi chiedo quanto tempo è passato tra uno scatto e l’altro. Era da solo il fotografo?
Quelle che sembrano pure apparenze si ricompongono in tessuti di storia.
Questo insieme di foto è quindi una storia, un mondo in sé rimasto sospeso.
Per non citare Didi-Huberman che sul tema delle immagini è davvero una autorità assoluta, cito Nelson Goodman perché mi interessa vedere questa serie come la rappresentazione di un mondo che si è cristallizzato in un istante lungo un pomeriggio, come fosse un fotoromanzo muto. Nel suo volume La struttura dell’apparenza dice: “il mondo non è, in se stesso, in un modo piuttosto che in un altro, e nemmeno noi. La sua struttura dipende dai modi in cui lo consideriamo e da ciò che facciamo. E ciò che facciamo, in quanto esseri umani è parlare e pensare, costruire ed agire e interagire”.

Questo post mi è nato da una chicchierata con Mario, sul guardare ostinatamente le cose, ripetutamente. Ci sono cose che guardiamo mille e mille volte e sono sempre capaci di farci nascere un pensiero, una emozione. I volti del Rinascimento, del Botticelli ad esempio o di Raffello. In altri casi… ma questa è un’altra storia.

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SENZA IMMAGINI
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Come si guarda o come non si guarda?

Ci sono momenti dove ci si trova nell’imbarazzo e dove ci si rende conto che gettare anche solo uno sguardo può avere qualcosa di morboso. Tutte le volte che mi capita mi torna in mente un semplice racconto di Calvino che ha Palomar per protagonista.
Nel racconto il suo personaggio sta studiando in quale modo dirigere lo sguardo e dove. La causa di ciò?: Una ragazza che prende il sole a seno nudo. La vicenda del signor Palomar e del suo imbattersi nella bella ragazza, rivela complessità inaspettate nonostante il racconto sia semplice e chiaro: l’uomo passeggia sulla spiaggia e, davanti alla ragazza a seno scoperto, non sa come comportarsi: quel seno può o deve guardarlo o ignorarlo? Saggiamente sceglie la seconda opzione: il signor Palomar, non ha intenzione di infastidire la ragazza e tanto meno vuole dare l’impressione alla ragazza di essere un cascamorto che vuole sedurla; ma neppure un moralista che getta lo sguardo altrove di fronte a qualcosa di così bello come il seno di una ragazza. Per questo motivo torna sui suoi passi e alla fine lo guarda. A quel punto, la ragazza si mostra infastidita, credendo che lui voglia corteggiarlo. L’esatto effetto contrario.
Dopotutto Paolmar ha un pensiero semplice in testa: verificare, ad ogni passaggio, se le regole che egli si dà, per osservare o per ignorare il seno, siano giuste. Ad ogni mutamento di pensiero sulla strategia possibile ne verifica l’atteggiamento e quindi il risultato.

Questa domanda sul potere o dovere guardare ci viene posta sempre di fronte ad un fatto eccezionale, un fatto isolato dalla continuità “solita”, quotidiana. DI fronte a “questi eventi” ci si pone sempre se si deve o non si può guardare. Ma il problema è in entrambi i casi come farlo, dimenticando che ignorare il problema del guardare sia l’unica soluzione.
Allora ci si costruisce un percorso che deve dimostrare che quello sguardo ha un interesse non morboso, ma che ne contenga dei livelli di coinvolgimento: guardando partecipo, ma non troppo.
Contemporaneamente è uno sguardo che veicola la sua appartenenza al giusto modo: si mostra per essere corretto, all’interno di una etica del guardare. Come tale deve essere comunicato.
Ma anche la critica allo sguardo sbagliato diventa il tema dello sguardo stesso.
Questo sguardo è supportato da un “io” da un qualcuno che lo guida e che alla fine lo fa per se stesso, spesso cercando una catarsi quando non cerca solo di essere il risultato di un pensiero speculativo.


Аэлита, Aelita, Queens of Mars, (1924) regia Yakov Protazanov
Estratto da YOUTUBE. Musica di Cleaning Women

Gor made a telescope that enables to observe life on the other planets
Gor: A great invention, but il must be kept a secret
Aelita the Queen of Mars: Show me some other worlds! No one will find out
Gor: I’ll show you life on our neighboring planet

Dialogo dal film

Guardare una cosa è un poco come fare penetrare la cosa stessa attraverso gli occhi, permettergli di entrare nella nostra testa, dentro di noi affinché la cosa possa farsi conoscere. Ma è anche come se il nostro stesso occhio penetrasse la cosa per renderla nota al cervello, come se una mano fatta del più semplice sguardo attraversasse la cosa per appropriarsene.
Questo è ciò che accade quando si fa esperienza della tele-visione, intesa non solo come elettrodomestico: il nostro spazio viene attraversato da storie di altri, da pensieri di altri quando nello stesso tempo la telecamera ha agito verso quegli stessi altri. L’altrove diventa presente.

Aelita è un film che mostra l’ingresso nell’altrove: non è fantascienza alla Jules Verne dei Meliès, una “falsa partenza” per il cinema di fantascienza; non è la realizzazione di un sogno e non è nemmeno un film di “sola propaganda sovietica” come spesso viene liquidato. E’ l’ingresso in un mondo vero e reale costruito da una mente che è presente e reale; è un pensiero preciso sul suo tempo.
E’ il primo film dove viene mostrato lo scrutare in altri mondi, per cercare nell’altro un senso per il proprio mondo e non per costruire una via di fuga onirica: è espediente per parlare della Russia e della rivoluzione ma anche per fare entrare in una “galleria d’arte contemporanea a scena aperta” il grande pubblico, per farlo entrare nella nuova dimensione estetica che sta cambiando. Marte è costruita in chiave cubo-futurista ad opera degli scenografi Isaak Rabinowitsch, Serger Koslowski e Viktor Simow; i costumi sono di Aleksandra Exter: è un viaggio nel presente della ricerca più alta dell’arte del tempo.
Protozanov esce con il suo film nel 1924: il telescopio che permette la tele-visione della vita sulla terra precede la stessa parola di 23 anni: solo il 10 marzo del 1947 verrà coniato il termine televisione e il suo acronimo TV ad Atlantic City.
Il guardare altrove o in un altro tempo è sempre stato un modo utilizzato dagli scrittori per parlare del presente. Un esempio: se il romanzo dell’Ottocento è una “virtualizzazione” del mondo, nel senso che isola e rappresenta la realtà per osservarla da vicino e poterla capire meglio, il Manzoni ci porta dentro ad una visione seicentesca per parlare delle questioni del proprio tempo (l’ottocento).
Nel film si apre una finestra e si capisce che questa apertura porta alla conoscenza di un altro che ci mostrerà come siamo fatti noi stessi.
E’ un film molto datato per certi aspetti ma anche molto attuale per altri; tra questi nel mostrare le implicazioni dell’osservare “altri mondi”, fare esperienza di altri mondi… In altre parole nel mostrarcene una causalità.

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Tutto ciò che si può dire lo si può dire chiaramente. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
(L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus)

Ho sempre pensato che il luogo più importante dove sperimentare progetti sia il linguaggio (sempre se si può dire in un caso del genere “ho pensato”, in quanto mi colloco nel dirlo in pensieri altrui). I progetti di cui parlo sono anche di natura spaziale e non di “chiarificazione” del linguaggio o poetici o narrativi. Il linguaggio ha regole che non servono solo a regolare/costruire frasi per garantire comprensione e correttezza al nostro modo di comunicare (chiarire appunto) ma anche influisce sul nostro modo di ragionare. In fin dei conti è questa la sua funzione.
La cosa che mi lascia sempre perplesso è questa: abbiamo un linguaggio sofisticato, articolato, molto elaborato e complesso che suggerisce che le nostre idee potrebbero essere altrettanto differenziate, “sottili” e “sensibili”. Invece tendiamo ad usare il nostro costruire pensieri, il “meccansimo” più affascinante che possediamo, per uniformare i nostri pensieri verso il basso.
Questa dimenticanza si accompagna ad almeno altre due dimenticanze fondamentali: le altre due cose sole che possediamo realmente (tutto il resto è finzione-costruzione) sono il nostro corpo e il nostro tempo.
Tornando al linguaggio penso alle preposizioni semplici come elementi capaci di suggerirci almeno nove modi di costruire relazioni tra le cose:la preposizione è una parte invariabile del discorso che serve a collegare parole o frasi stabilendo tra loro relazioni.

Parlando del metaverso (Second Life) e il mondo reale si pone ultimamente l’accento su una cosa che ormai è diventata anche banale: portare fuori l’esperienza, i contenuti la produzione artistica ecc.
Con la mostra Rinascimento Virtuale – pensata, voluta curata sin dall’origine da Mario Gerosa – con il progetto di all’allestimento, avevo posto l’attenzione sul confine – soglia – come luogo di incontro tra due diverse culture (e le loro cose): una storicizzata (quella derivante dalla ricerca etnologica) e una in divenire (quella digitale). Le prime cose sono i “feticci” presi dalle altre culture nel corso dell’ottocento; le cose esposte del secondo gruppo erano i “voli di immaginazione” dei “residenti” del mondo, oggetti, immagini che incorporavano pensieri ed esperienze dell’attraversamento del metaverso. Più di tutte le cose esposte sono state le moleskine ad assumere questo ruolo di soglia: un lavoro di confine tra due mondi, tra due appartenenze che diventano esperienza e memoria condivisa (come più volte detto)
Il problema è quello di dare un senso alle cose trasferite da una cultura ad un’altra. Qual’è il significato “vero” di un oggetto prelevato da un contesto culturale per essere “spostato” altrove?
Come suggerisce Wittgenstein, ci sono casi in cui si deve tacere: alcune cose non è possibile trasportare da una parte all’altra.
Le stesse domande le si possono porre al contario per chi entra nel metaverso nella chiave “come mi pongo” “nel mondo” in relazione agli altri e alla vita reale dalla quale provengo? Quali sono le cose che faccio mie? Cosa porto dentro di ciò che ho fuori?
E’ qui che entra in gioco la metafora della preposizione.
Le preposizioni nel discorso sono gli eleminti-spazio che collegano, che creano relazioni; sono confini significanti: nel porre la relazione tra le cose del discorso pongono una attenzione specifica sulle cose stesse.
Morale: la sostanza non è portare dentro o portare fuori – per altro due metafore ormai superate dal nostro stesso agire – ma come mettere in relazione il dentro e il fuori e come noi ci collochiamo noi in questa relazione. Come sempre è il progetto e il “perché” dello stesso.

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Foto-montaggio-souvenir dalla gita su Google Mars (rinnovato in occasione dei 150 anni dell’astronomo Schiapparelli)

Prelude to Space Travel

Within the next 10 or 15 years, the earth can have a new companion in the skies…


Werner Von Braun
Accross the space frontier
Crower-Collier 1953




La conquista dell’inutile


Fitzcarraldo
Al cuoco dei suoi cani! A Verdi! A Rossini! A Caruso!
Don Araujo
A Fitzcarraldo, signore e conquistatore delle cose inutili!


Fitzcarraldo
Werner Herzog
La conquista dell’inutile, Mondadori 2007
anche su:
Fitzcarraldo
1982 Ugo Guanda editore


Prendo a pretesto la nuova edizione di “Google Mars” rilanciata da ieri in occasione dei 150 anni dalla nascita di Giovanni Schiapparelli, lo scienziato italiano che disegnò la mappa di Marte; lo faccio per un pensiero sull’abitare e l’alterità, sulla fantascienza e la tecnologia.
Se la luna ha sempre rappresentato qualcosa come “l’altra faccia di noi”, Marte ha sempre avuto il ruolo di rappresentare un destino, reciproco: o il luogo della nostra umana salvezza futura (in seguito ad un paziente “terraforming”) o, all’opposto, il luogo dal quale i destinati – i marziani – a vivere sulla terra sarebbero arrivati per sconfiggerci .

La nostra esperienza di marte è sempre stata di natura cinematografica (mettendoci dentro pure il Ray Bradbury delle Cronache marziane che ne ha alimentato continuamente l’immaginario) per non dire Hollywoodiana. Il cinema di fantascienza ha una semplice caratteristica: annulla le distanze. L’infinito diventa finito e l’ignoto diventa noto. La fredda immensità dello spazio impersonale, il terrore dell’uomo di fronte all’universo e al vuoto – là fuori – vengono ridotti attraverso la riduzione ad immagine di ciò che è alieno. Il paesaggio dell’infinito viene sovvertito a finito e grazie agli effetti speciali assume un carattere ottimista controllato dalla tecnologia. Google Earth è l’effetto speciale quotidiano che ha annullato le distanze, ha reso note le sequenze di ciò che sta lungo le strade di città a noi aliene, come un dispositivo cinematografico. Lo sgomento e il terrore sono annulati.
Il ritratto che si ha di Marte somiglia ai deserti terrestri costellati da crateri.
Ma il cinema di fantascienza recupera lo stupore nello sguardo delle cose terrestri… “osservando quei paesaggi marini misteriosi, e silenzioni:la sabbia bagnata e scura e la spuma del mare che si frange silenziosamente contro le geometrie bizzarre e indefinibili delle rocce a picco… lo spettatore è costretto a riconoscere, seppure inconsciamente, la pochezza e la precarietà della stabilità dell’uomo, la sua vulnerabilità al vuoto che c’e’ qui come là fuori, l suo isolamento totale, la caducità del suo corpo”* ed il totale interesse degli occhi di madre natura.
In contrapposizione agli altri mondi immaginati creati nei set o ai mondi reali o ai mondi virtuali talmente pieni di tecnologia da sembrare a misura d’uomo sono i deserti e la spiaggia, l’autostrada e la propria casa che ci viene presentata come alterità minacciosa. Quando la terrà che ci ha nutriti ci minaccia siamo davvero perduti nello spazio.

Morale: Google Earth, pure nella “versione” Mars ci rende noti e familiari anche i luoghi più alieni: dal pianeta rosso alle botteghe che si allineano su una strada di Madrid o Pechino; ma può poco contro il nostro perturbamento verso la realtà più prossima. Non ci sono effetti speciali per le nostre paure più profonde.

*Vivian Sobchack Spazio e Tempo nel cinema di fantascienza, Bononia University press, 2002

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Lucania Lab: progetto di museo per la Lucania in Second Life.
Scatto per la copertina di Ottagono, mese di Marzo.


Questione di ore: sta per uscire Ottagono, rivista di architettura e design, numero 218 del mese di Marzo, nelle edicole italiane.
Copertina e quattordici pagine di interviste, immagini, pensieri e altro.
Un altro capitolo di un lavoro di continui passaggi dal mondo – verso il mondo; questa volta a promuoverla una delle più importanti rivista di design e architettura italiana.
L’articolo a firma di Valentina Croci è stato concepito come un tour in Second Life dove la giornalista incontra persone note nel mondo che svolgono attività all’interno della rete. Dopo l’intervista a Mario Gerosa, curatore della mostra Rinascimento Virtuale, incontra ed intervista Roberta Greenfield, Roxelo Babenko, Shiryu Musashi, Berardo Carboni; infine il sottoscritto nei panni di Asian Lednev, chiamato ad accompagnare la giornalista nel suo viaggio.
Buona visione a tutti, avatar e no.