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autoritratto collettivo: Io e Asian, real life e second life © Fabio Fornasari

Le mie orecchie ultimamente risuonano di parole come social network, nella versione italiana reti sociali, social bookmark, ecc… E la fotografia sociale?
Stasera in unAcademy ho “appeso al muro” il mio ritratto da avatar che già ho pubblicato (ormai una vera fototessera del mio avatar), qui e qui. Non sono stato l’unico:
Velas, Monica, Juni, Deneb, Eliver, Night, Clarita, Sunrise, Joannes, Liu, e altri ancora arriveranno… siamo lì appesi con le nostre “fototessere”.
Un tempo portavano il nome di “fotografia concerned o sociale“: “Fra i servigi utili che rende il ritratto fotografico bisogna annoverare quello sovrano per la facile identificazione delle persone. In questa parte si può dire sia pervenuto ad una necessità sociale,…” ( da: Carlo Brogi, Il ritratto in fotografia, Firenze 1846)

Citazione colta da un Libro che viene da un tempo non troppo digitale: Storia sociale della fotografia di Ando Gilardi, Bruno Mondadori, 2000

P.S: quale sarà il ritratto collettivo di unAcademy?

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Steefano, Monica, Asian, Junikiro, Clarita, Velas e Deneb. Alcuni degli avatar “appesi”.
Sotto: in primo piano Joannes a fianco Eliver, Sunrise, Fabius, Giovy e gli altri.

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autoritratto con collettivo di cosmonauti (pionieri). Anno 1964. © Fabio Fornasari

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autoritratto con collettivo di cosmonauti (professionisti). Anno 1974. © Fabio Fornasari

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autoritratto con collettivo di cosmonauti (in pensione). Anno 2004. © Fabio Fornasari

A seguito del precedente post, spontaneo risultato di una reverie, sento di dover approfondire un pensiero inespresso, in quanto mette in relazione tre temi: i sensori, la geografia e le intelligenze (biologiche e artificiali).

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Le intelligenze (breve storia)
Inizialmente l’evoluzione biologica ha dotato gli organismi viventi prima di un corpo e poi di un cervello, avente funzioni di controllo centrale e dotato in certi casi di proprietà cognitive superiori, non strettamente necessarie alla regolazione del corpo. L’evoluzione dell’intelligenza artificiale (funzionalistica prima, robotica poi) ha inizialmente lavorato su una mente senza corpo, cioè un’intelligenza che aveva il compito di imitare le funzioni simboliche e astratte del cervello biologico evitando inizialmente ogni interazione con un ambiente considerato fonte di disturbo (conosciamo tutti la fatica a concentrarci in certe condizioni).Le prime intelligenze artificiali avevano il principale compito di aiutare l’uomo a sviluppare più in fretta e con il minore rischio di errore calcoli, algoritmi, operazioni ecc… Poi con la miniaturizzazione dei sistemi artificiali e l’introduzione dell’automazione nella produzione industriale e nel controllo dell’ambiente si è lavorato verso la costruzione di un corpo sempre più vicino a quello umano, per prestazioni e per aspetto.
Tra i migliori risultati commerciali oggi la Kokoro giapponese offre degli umanoidi capaci di dialogare con noi non solo con sistemi verbali ma anche con le espressioni del viso. Curiosità: molta attenzione nello sviluppo di Second Life è stata riservata proprio nella definizione delle espressioni degli avatar. Forse uno degli elementi che rende questo mondo così “desiderabile”.

I sensori (un elenco)
Questa ricerca di umanizzazione è passata anche attraverso il tentivo di dare alle macchine dei dispositivi capaci di renderli sensibili a determinate sollecitazioni: i sensori.
I principali sensori della robotica sono in grado di fare le seguenti operazioni (dai più noti ai meno noti):

temperatura: il più banale;
visione: telecamere, riconoscimento visivo ecc.. (esempio le porte di accesso a controllo del traffico)
sensore di prossimità: lavora con segnali agli ultrasuonii e permette di sentire la distanza degli oggetti e il loro movimento (esempio: i sistemi di parcheggio automatici di alcune automobili usano questi sensori)
acustico: attivazione dei sistemi in relazione alla variazione delle stato sonoro di un ambiente;
olfattivo: alcuni robot hanno la possibilità di annusare acune sostanze specifiche, in particolare i componenti di materiali esplosivi, la presenza di gas (i sensori di fumo normalmente lavorano non sulla chimica dell’aria ma sulla trasparenza dell’aria e quindi su una sensibilità visiva);
aptico (tattile): un esempio per tutti sono le tastiere pesate dei pianoforti digitali;
scorrimento: un esempio per tutti è il mouse dei computer a sfera o la trackpad dei notebook;
gusto: alcuni sensori si occupano di riconoscere la concentrazione di certe sostanze all’interno delle soluzioni. Non è un vero senso del gusto ma ci si avvicina;
localizzazione: i sensori degli impianti di allarme che “seguono e pedinano” gli spostamenti delle persone in relazione ad una mappa digitale
equilibrio: come il sestante delle navi che gli permette di stabilizzare il rollio;
vibrazioni: presente il “tilt” dei vecchi flipper?Alcuni sensori, anzi direi, alcune sensibilità della tecnologia sono il risultato di programmi di gestione dei dati, dei software che controllano il flusso di dati e operano in automatico e controllano il flusso continuo dei dati o si presentano come dei varchi da attraversare:
riconoscimento vocale: il riconoscimento del timbro dei suoni;
identità: ID e password;
semantici: ad esempio i software capaci di riconoscere parole e relazioni particolari all’interno del web.

La geografia e la sua nuova edizione “neo”
In una visione da fantascienza tutto il nostro agire è ormai regolato dalla presenza di questi sensori.Le “macchine” che ci assistono (e ci governano) sono un poco come i recettori delle nostre attività: con i nostri spostamenti sul territorio reale (lo spazio geografico) e virtuale (la dimensione “neo-geografica” dello spazio che si approfondisce di contenuti) lasciamo continuamente traccia dietro le nostre spalle riempiendo database, attivando sistemi di sicurezza e di controllo.
La cosa che rilevavo nel post precedente è questa: non esiste ancora una trasparenza del dato olfattivo, una “telepresenza” dello stesso dato, un suo corrispondente digitale: limite o pregio, siamo ancora liberi di usare il nostro naso in assoluta libertà (nel rispetto del più banale decoro e delle convenzioni sociali).

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© John Waters, Polyester (1981), sequenza delle esperienze olfattive in odorama

Gli odori ci riportano alle cose, ci riavvicinano alle esperienze, azzerano le distanze temporali.
(Scrivo questo post dopo avere visitato arte fiera a Bologna).

Molta letteratura del momento, specie architettonica, tende a fare rientrare le esperienze olfattive dentro “l’esperienza geografica” e quindi spaziale. Credo sia un approccio interessante ma a volte superficiale (approfondirò questa mia affermazione nel prossimo post); ribaltando l’ordine del discorso, l’odore riporta noi alle cose e al tempo. Il tempo delle nostre esperienze personali.
Questa “guerra territoriale” che molti stanno compiendo per riportare tutto alla geografia cercando di segnare confini alle emozioni o cercando di organizzare la memoria emotiva mediante uno storyboard di natura cinematografica, credo dovrebbe concentrarsi sull’idea che i sensi sono dispositivi e che dietro di essi c’e’ dell’altro.
Uscendo da una dimensione di godimento estetico basata sul più semplice “appagamento dei sensi” si possa arrivare ad un più profondo appagamento di natura estetica che coinvolge tutto il nostro apparato: psichico, fisico ecc… E’ un problema di porte e di percezioni e di volerle aprire e di non volersi semplicemente affacciare.

Le porte della materia
Quando penso alle mie prime visite alla Biennale di Venezia o ai saloni dell’arte non posso non ricordare il caratteristico odore di pittura che si poteva sentire nelle sale. E’ stampato nella mia memoria. Nell’olfatto partecipano tutti i processi menmonici: sia quelli legati ad episodi della nostra vita che quelli legati a conoscenze semantiche. Annusando le sale espositive, ancora oggi, quell’odore misto di acrilico, di resine, di bitumi mi riportano all’espressionismo astratto esposto a Venezia.
In un film di Aleksandr Sokurov, Arca Russa, il protagonista che ci accompagna per le sale si ferma ad annusare le tele, che odorano del legno delle cornici e dell’olio della pittura; gli odori annullano le distanze temporali aprendo le porte delle esperienze vissute riaggiornandole al presente: la pittura del 1600 diventa contemporaneo grazie alle sensazioni legate all’olfatto. Gli odori ci riportano verso le cose: in questo caso i materiali con i quali si compongono le opere d’arte. La pittura fino alle nuove tinte chimiche odorava di mescole a base di olii. La chiara d’uovo, ecc… Il divisionismo, l’espressionismo e gli altri movimenti si portano dietro il loro odore. Ricorderò per sempre il fetore di carne putrescente della perfomance purificatrice alla Biennale del 1997 di Marina Abramovic che per 22 ore e per 4 giorni, seduta su una montagna di ossa a spolparle con una brusca e acqua. Tutta l’arte che lavora sulla materia ha questa componente non visiva che è appunto l’odore, talvolta il fetore. Un gioco di parole: l’olfatto non ha il “senso del tempo”: il ricordo è presente, evoca istantaneamente.

L’odorama e le “porte digitali”.

E’ l’odore che segna una vera soglia tra il mondo reale e il mondo del virtuale. La sua assenza. Per il momento è un’esperienza vissuta come dentro la tuta dell’astronauta che protegge ma separa dall’ambiente circostante. Dopotutto gli astronauti continuano ad abitare una dimensione “terrestre” in quanto sono sempre immersi in una “atmosfera” conosciuta al proprio corpo. Così qualsiasi immersione nel digitale resta, per il nostro naso, semplicemente inesistente. La schermata è l’evidenza visiva del mondo virtuale come il programma che lo ha generato ne è l’evidenza concettuale.
Qualsiasi esperienza in Second Life, qualsiasi videogame (esperienze certamente immersive) si lasciano dietro questa possibilità di ricordare le esperienze di natura chimica e incisive nella nostra esperienza olfattiva. Almeno per il momento.

Nel tempo sono stati fatti esperimenti: ad esempio il cinema in odorama.
John Waters con il film Polyester (1981), seguito da Hairspray (1988), in una chiave disgutosa ed eccellente allo stesso tempo: Divine (Edith Massey) invita il pubblico a odorare i fetori più quotidiani di qualsiasi individuo in una sua giornata di vita qualunque americana. E’ il primo tentativo di superare il confine, di aprire la porta della percezione. L’Odorama di John Watera è più un esercizio di “comunicazione degli odori” che non una reale esperienza olfattiva che si spera, col tempo, possa anche questa varcare le soglie del digitale.

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Hoelle, al buio, mentre racconta l’emozione di scoprire lo spazio del Castello Ursino. Hoelle è una amica non vedente.

Cosa strana cercare dei file per lavoro e cadere in una radice dimenticata da tempo e, passata di tecnologia in tecnologia, nel mio ultimo hard drive. Da almeno 10 anni con Maurizio e Fernando facciamo lavori, pensiamo e sperimentiamo progetti su temi del non visivo, cioè su tutte quelle arti che non si preoccupano di mostrarsi necessariamente con i sistemi visuali.
Lì sta anche l’origine di questi “luoghi sensibili”. La foto che si mostra in apertura l’ho scattata pressochè al buio mentre Hoelle gira per una sala del castello Ursino di Catania. Era il dicembre del 2000 e faceva caldo, a Catania. Otello e i suoi collaboratori avevano organizzato un incontro ( Al buio ) dove abbiamo sentito cose interessanti. In quei giorni ho registrato numerose persone non vedenti che, liberamente e in solitudine, descrivevano lo stesso spazio a loro non ancora noto. Ricordo sola ora di avere quei nastri pieni di racconti di spazi e di emozioni che risuonano di quegli ambienti secolari. Al tempo, avevo realizzato cartoline sonore che contenevano il racconto di questi spazi. Non c’erano gli mp3, i racconti si ascoltavano avvicinando l’orecchio al muro dove dei piccoli auricolari diffondevano le voci dei narratori. Oppure con le cuffie e il Walkman si poteva ripercorrere la traccia di parole cercando nello spazio, al buio, le stesse evidenze descritte dal “testimone oculare” narrante. La risonanza era intesa come risentirsi nelle parole e nei movimenti degli altri.

“Questa donna su Marte fa impazzire Internet”
Titolo dal portale www.Messaggero.it del 24 gennaio 2008

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Sandro Botticelli (Firenze 1445-1510)
Venere e Marte – 1483 ca. – tempera su tavola – cm. 69 x 173 – Londra, National Gallery

Quanto accade da alcune ore sul web ci parla molto bene del nostro modo di guardare. Forse i marziani sono tutti psicanalisti e ci stanno analizzando con le macchie di Rorschach. Quando si dice il caso. Proprio ieri, il 23 gennaio, scrivo di fotografie e di quanto siano difficili da leggere, conoscerne i contenuti, Poi leggo sul 24′ (freepress del Sole 24 ore), di una foto scattata su Marte dove sembrerebbe riconoscersi la figura di una persona.

Se sia donna o uomo poco importa ma questo già la dice lunga sui nostri pregiudizi: solo perché sembra essere una persona con abito lungo si dice che sia donna: forse le “maison” decidono come ci si veste anche su Plutone e Giove?
Sarà, forse, per i capelli lunghi? Dagli anni 60 in poi non misuriamo più l’appartenenza di genere a centimetri di capello.

Le interpretazioni che si leggono sui vari giornali, pagine web, ecc… mi suggeriscno di ricordare un aspetto della ricerca che rivela un difetto: continuare a cercare ciò che già si conosce è un limite alla conoscenza stessa. Con un poco più di fantasia si potrebbe vedere, in quell’ombra, un sasso di Munari. un elefante a zampe all’aria, o un avatar che balla in second life. Ufologi, scientolo, cattolici, scienziati, idealisti: chiunque può vederci quello che vuole.
Forse ha solo ragione la Cameron con il suo libro The myth of Mars and Venus (il mito racconta di Venere che scende su Marte e del trionfo dell’amore); Deborah Cameron mira a rompere altri tipi di pregiudizi, non visivi ma legati alla lettura dei comportamenti dei sessi e delle identità di genere: il pregiudizio del Marte taciturno, furente e guerriero e la donna-Venere logorrica, sentimentale tra le nuvole.

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Pensando a quello che si legge e si vede in giro, continuamente.

Oggi ho in mano un libro: Politica dell’immagine di David Levi Strauss della Postmedia Books. Mi è caduto l’occhio su questa frase di Roland Barthes del 1977: “Non è molto appropriato parlare di civiltà dell’immagine, siamo ancora, e più che mai, in una civiltà della scrittura, visto che la scrittura e il discorso continuano a rappresentare i caridini della struttura informativa” (Roland Barthes, Image-Music-Text. 1977)

Da qualche anno ho occasione, presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, di ragionare su temi quali: gli archivi di fotografia, le immagini e la necessità di associare testi a queste fotografie (che ancora hanno bisogno di essere fissate nei contenuti da parole).Guardare le immagini è un poco un modo per riscoprirne le storie, i racconti che si nascondono all’interno. I testi servono per guidare questa lettura, per individuarne la storia più vera perchè “la macchina fotografica è capace di mentire come la macchina da scrivere” (B. Brecht).

Richard Cross, un fotoreporter “idealista” ucciso all’età di 33 anni al confine tra il Nicaragua e l’Honduras nel 1983, scriveva nel 1981: “…i fotografi dovrebbero prendere l’iniziativa di avere più controllo su come vengono utilizzate le proprie foto e dovrebbero essere più interessati a come le loro foto vengono contestualizzate quando si raccontano dei fatti, a come si combinano immagini e testi”. Il suo “idealismo” era legato all’idea che il fotogiornalismo, se fatto in profondità e non per mercificare le guerre nostre o degli altri, come spesso accade, potesse risolvere le guerre.

Immagine sopra: riproduzione di una pagina del volume di Lucia Annunziata, Bassa intensità, Feltrinelli 1990

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Tashrih-i badan-i insane – Illustrazione anatomica da manoscritto Persiano, ca. 1400-1500. National Library of Medicine
Autore: Mansur ibn Muhammad ibn Ahmad ibn Yusuf ibn Ilya (fl. ca. 1390)

In una retta che parte dall’interno del nostro corpo per raggiungere il suo capo estremo, l’outer space (lo spazio profondo) è possibile compiere un viaggio all’interno di spazi che cambiano la nostra relazione con il mondo delle cose.

La partenza: immaginiamoci di viaggiare dentro le cavità del nostro corpo e di visitare lo spazio continuo che ci attraversa; forse non è cosa semplice. Eppure ci siamo abituati a vedere “proiettati” i nostri corpi al di fuori dei normali luoghi in cui viviamo; dalla fantascienza alla fantasy arrivano sollecitazioni per abitare mondi fantastici (e qui mi ricordo il Manuale dei luoghi fantastici di Gianni GUADALUPI e Alberto MANGUEL). Immaginarci dentro un corpo, nelle sue cavità, oltre ad essere cosa “raccapricciante”, è forse anche cosa sconveniente. Immergerci nello spazio sopra la nostra testa è al contrario vista come cosa poetica. La prima modalità di viaggio è quella dello speleologo che si cala negli spazi del corpo o anche il palombaro che si immerge nell’ignoto del blu profondo degli oceani; la seconda è l’arte del volo.

Il volo, dentro o fuori l’atmosfera, è una uscita da uno spazio tridimensionale, misurabile con la fisicità del corpo, che si estende in una dimensione di percezione “altra”, imponderabile, multispaziale e mutitemporale dove la velocità della macchina determina la velocità di fuga dalla realtà (direbbe Paul Virilio). Ma anche l’immersione nel corpo è altrettanto uscita da uno spazio: da quello ortogonale cartesiano dell’angolo retto. Come scriveva Guy de Maupassant: “Il viaggio – e noi diremo il volo o l’immersione nel corpo – è una specie di porta, per la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”. Negli anni 60 (anni dominati da una forza centrifuga) sono “uscite” diverse cose da alcune porte: i primi furono gli artisti dalle gallerie per andare scolpire i deserti americani (Robert Smithson e co.); contemporaneamente furono i cosmonauti e gli astronauti che, lanciati verso l’alto, al di fuori dell’atmosfera, percorrevano la lunga e faticosa “ferrata” verso la Luna (e qualcosa di più oltre); i figli dei fiori costruiscono le drop city a Sausalito in California e gli Archigram progettano le Walking City. Tra le altre cose fuori dagli schemi, sono usciti dagli stabilimenti di produzione cinematografica due film diversi ma allo stesso tempo simili in quanto raccontano di due “fughe”, due “derive” della ricerca scientifica in direzioni diverse: il primo è il celeberrino 2001 A space odissey (1968) di Kubrik; il secondo è un film meno noto ma altrettanto visionario e punto di arrivo di una ricerca visuale sul corpo in corso da tempo (si veda per questo argomento Dream Anatomy, completo sito della U.S. National Library of Medicine) con differenti implicazioni etiche rispetto all’odiessa: Fantastic Voyage (1966), di Richard Fleischer.

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Statuetta d’avorio del 1500-1700 circa (provenienza Europa). Depositata presso: Alabama Museum of the Health Sciences, The University of Alabama at Birmingham

Se 2001 scopre l’outer space, Fleiscer è il primo cineasta che lavora sulle immagini del corpo mostrandolo come corpo cavo, come corpo abitabile e attraversabile; in altre parole come luogo a tutto tondo.

Per entrambi i film, i rumori sono parte integrante dello svolgimento narrativo. Per Fleischer sono i rumori del corpo e quindi della sua attività fisiologica. Per Kubrik sono il silenzio assoluto e i rumori della tecnologia che analizza, scava, indaga il corpo umano: dal respiro di David al “lamento” del Golia-HAL9000 nello “scontro” finale, freddo, tra le due intelligenze (non sarà un caso se Michel Chion, tecnico del suono francese inventore dell’audiovisione, ha scritto un suo manuale per leggere il lavoro di Kubrik).

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

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Immagine tratta da Fantastic Voyage, regia di Richard Fleischer © 1966 ©2001 Twentith Century Fox.

Un messaggio semplice per una segnalazione: Fausto Torpedine, un blogger intelligente, sensibile e creativo.  

18 gennaio 2008: una sera parlando di cibo, di sapori, di cucine molecolari, di spume chimiche, di azoto alimentare, di cuochi, di pregiudizi alimentari e di vecchiette che non mangiano pane arabo “perchè quelli lì ci ammazzano” … e anche di questo: onnivori!