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Testo accessibile:
Viktor Sklovskij, testimone di un’epoca, conversazioni con Serena Vitale. Editori Riuniti. Interventi.
La rivoluzione, Stalin, Majakovskij, Gorkij, Eizenstein, nel raccono di uno dei massimi interpreti della letteratura mondiale
(I edizione, settembre 1979)

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Testo accessibile: (nota mia: intervista del ventinove dicembre millenovecento settantotto)

Serena Vitale: Dedicherei ancora qualche minuto, Viktor Borisovic, ad altre grandi figure della letteratura sovietica. Abbiamo parlato poco, mi accorgo dei prosatori. Lei ama Bulgakov?

Viktor Sklovskij: Bulgakov è uno splendido artista diseguale. Quando, per esempio, leggo Il Maestro e Margherita… Sono come vestiti che vanno in pezzi per la pioggia e l’umidità. Nel suo romanzo Bulgakov descrive l’edificio dove noi scrittori avevamo una specie di ristorante, che dava sulla strada. E’ lì, a pochi metri, dietro una parete viveva Mandel’stam, dirimpetto viveva Platonov. In una stanza viveva Majakovskij. Per un certo periodo ci ha vissuto Pasternak. C’era Sostakovic. Era la vecchia casa Herzen, sul viale Tverskoj – da una parte c’era l’ambasciata danese e dall’altra c’erano dele stanze dove abitavano gli scrittori. Cioè cosa voglio dire: Che quell’epoca non era così brutta e insignificante. Non lo era affatto. C’erano ancora i futuristi, c’era l’Opojaz. Ma va anche detto che Bulgakov è un grande artista. Il Maestro e Margherita è un’opera forte, soprattutto all’inizio: Pilato con il mal di testa, l’apostolo che cerca un coltello per ammazare una persona… Il finale, invece, mi piace meno, quando il Maestro incontra Cristo viene fuori che hanno nulla di cui parlare. Perchè Cristo più informato ha più notizie, è più interessato e coinvolto dai problemi del mondo. Nel romanzo, poi, ci sono le streghe… Quando io ero giovane, tanto tempo fa, ci interessavamo tutti dell’argomento, c’era tanta letteratura. No, non parlo delle favole, erano ricerche scientifiche, volumi e volumi. Bosch, per noi, era perfettamente comprensibile. Dal punto di vista ideologico Il maestro e Margherita è legato ai primi lavori di Goethe e a Heghel. Ma l’altro romanzo di Bulgakov, Il romanzo teatrale, mi colpisce di più.

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The begininnigs of EVA (extra-vehicular activity): opening the door.

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Non so se deve essere sempre così ma sembra che per ogni “prima volta”, nella fotografia, si debba avere sempre un visione disturbata, incerta. Lo avevo mostrato già qui.

Il 18 marzo del 1965, quarantatre anni fa, il cosmonauta russo Aleksey Leonov lasciò la navicella spaziale per fare la prima passeggiata umana nel cosmo. L’immagine d’apertura è la prima foto conosciuta (in occidente) di un cosmonauta che cammina nello spazio e che poi è stata pubblicata in una rivista americana del 1976 riprodotta qui sotto.

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Space world, The magazine of space news, Febbraio 1976. Vol. M-2-146
(foto di copertina dell’agenzia spaziale sovietica TASS-APN)

La rivista apre con una titolo davvero d’effetto e preciso nell’esporre un’idea chiara: the begininnigs of EVA, opening the door (trad.:l’inizio delle attività extra-veicolari: aprire la porta).
Per 4 anni cosmonauti e astronauti hanno attraversato il cielo continuando a “cadere” (il volo nello spazio è una lenta caduta) verso il rientro programmato. Uscendo verso l’esterno (compiendo l’eva: extraveihicular activity) per la prima volta si sono fermati, hanno segnato il passo. Hanno fatto il “picinic (solitario) lungo il ciglio della strada” (magari pensando ad Arkadij e Boris Trugaqrskij di Stalker). E’ vero che l’ambiente terrestre è sempre presente, protetto dentro le tute collegate alla cabina, ma la stessa tuta non è più sulla Vostok; è messa lì sul ciglio della strada assiem al cosmonauta. La foto pubblicata più sopra sembra lo scatto preso dallo specchietto retrovisore (in realtà è lo scatto fatto ad un monitor).
Nello stesso articolo dove viene pubblicata la foto di Leonov, compare anche la foto del primo astronauta americano. la mostro qui sotto:

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La foto è di tre mesi dopo (sembra passato molto più tempo però). Come recita la rivista, per tutte le immagini riprodotte qui sopra: Photos courtesy of Nasa.

Un’altra foto:

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Questa è nuovamente una “prima immagine” pubblicata questa volta nel mondo sovietico; tratta da K Zvedzam (trad.it.:verso le stelle) un libro non troppo interessante dal punto di vista del viaggio nel Cosmo ma mostra bene il lavoro collettivo a terra. Del 1986 pubblicato da Izdatelstvo “Planeta” Moscva 1986 (trad.it.: Pubblicazioni Planeta, Mosca, 1986)

Di questi due eventi oggi si possono trovare molte immagini anche di qualità sul web. Tra le altre queste due miniature molto nitide. A differenza della altre non lasciano molto spazio a fantasie o a racconti. Forse è questo il motivo per cui lanciano le “prime immagini” se ne trattiene l’immagine chiara in cambio della visione?

Ed white, Nasa in basso a sinistra; Aleksey Leonov, Agenzia Spaziale Sovietica, in basso a destra

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Roadmap 2007, estate

Dopotutto l’unico modo di imparare veramente la geografia è percorrerla fisicamente, con i piedi, con gli occhi, con i sensi, oltre che sui libri o sul web. E’ quello che esortava a fare Elisée Reclus, riscoperto geografo francese dell’ottocento del quale mi occuperò poi.
Per conoscere è necessario vedere di persona. Così questa estate sono partito per farmi un’idea più precisa su alcuni temi legati al mondo contemporaneo e al suo rapporto con gli oggetti e la sua storia. Voleva esser un viaggio fatto con i sensi prima di essere un viaggio di cultura. Un viaggio di riflessione sulle cose che nel tempo ho anche io accumulato e che sono espressione di un tempo e uno spazio molto allargato.
Qui mi ricollego anche a un post scritto da Giovanni che parla di queste cose legate a noi e al nostro contemporaneo e più in generale a molte cose di Roberta.

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taccuino di viaggio 2007, estate

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taccuino di viaggio 2007, estate

La domanda di partenza era: come raccontare il mondo contemporaneo attraverso i suoi oggetti? Questo si portava dietro tante altre domande quali ad esempio come il contemporaneo guarda gli oggetti del suo passato. In particolare, le collezioni antropologiche: come contestualizzarle oggi al di fuori di una dimensione enciclopedica, scientifica, per farla rientrare in una dimensione più ampia che individua l’oggetto, chi lo ha prodotto, per quale motivo lo ha prodotto, chi lo ha “raccolto”, dove si trova ora, chi lo guarderà e a quale scopo… Ci sono considerazioni sulla natura stessa degli oggetti esposti e il loro ruolo all’interno delle società. Ad esempio, come confrontare cose simili, per soggetto, come la riproduzione di una vacca in periodo celtico o una mucca in plastica, ad esempio, della Playmobil? La prima, del 700 a.c. è frutto di una abilità manuale di una sola persona che non esiste più. E’ deperibile e insostituibile, senza un valore economico per la sua singolarità. Se la si vuole vedere dal vero si deve andare al British Museum. La seconda è il frutto del genio di tante persone organizzate all’interno di un processo produttivo. Ha un prezzo, che si può aggirare intorno a pochi euro. La si può trovare in tutti i negozi di giocattoli. Come raccontare questa caratteristica del contemporaneo? E cioè di avere costruito un nuovo modo di guardare le cose mettendo in relazione cose molto distanti tra loro ma che appartengono comunque ad una idea di “meraviglia” condivisa. Come esporre tutto questo? Di questo si occupa per primo il Musée d’Ethnologie de Neuchatel. Lavorando da tempo sul modello della Wunderkammer, ibrida la collezione storica del museo con oggetti contemporanei per cortocircuitare i sensi delle cose, per arrivare più direttamente al contenuto delle tesi esposte.
La roadmap ha poi condotto al Quai Branly di Parigi, che ha ridisposto in modo completamente rinnovato le collezioni del Musée de l’Homme presentando non più solo oggetti d’uso provenienti da un altrove ma rendendoli presenti e contemporanei come nostri oggetti del desiderio. A Marsiglia l’incontro con due modi differenti di racontare l’etnologia: il MAAOA – ossia Musée des Arts Africains, Océaniens, Améridiens – che pone l’attenzione sulle collezioni storiche Marsigliesi, e il MuCEM, la naturale evoluzione di una serie di istituzioni francesi nazionali che si occupano di raccogliere e documentare la civiltà del mediterraneo partendo dalla Francia. A chiusura di questo giro c’è stata la visione della mostra Artempo a Palazzo Fortuny. La natura temporanea della mostra e la speciale location hanno permesso di esporre con maggiore chiarezza i temi contemporanei di una museologia contemporanea che guarda gli oggetti d’arte in genere non più e solo con la gelosia della tradizione. La dimensione del collezionismo e del collezionista (Fortuny) diventano la chiave di lettura per una dimensione nella quale il tempo è artefice dell’arte.

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immagine da: Stalker (1979) di Andreij Tarkovskij

“L’immagine è come una osservazione”. da Scolpire il tempo, Andrej Tarkovskij.
Andrej Tarkovskij, una figura guida per molti motivi. Altra persona da tenere cara e da non sbandierare troppo, per tanti, troppi, che lo fanno.
Di tutti gli scritti sull’immagine che Tarkovskij ci ha lasciato, sulla sua produzione e la sua lettura, ci sono poche pagine illuminanti nel libro Scolpire il tempo (Ubulibri, 1988), dove lui stesso parla degli haiku della tradizione giapponese.
Gli Haiku coltivano le immagini in un modo particolare: le coltivano in maniera che non significano nulla all’infuori di se stesse.

“Ecco ad esempio un haiku:

Un vecchio stagno.
Una rana è saltata nell’acqua.
Uno sciacquio nel silenzio.

Oppure:

Hanno tagliato del giunco per un tetto.
Sulle canne dimenticate
Cadono morbidi fiocchi di neve.”

Aggiunge:

“Da dove viene improvvisamente tanta indolenza?
Oggi sono riusciti a stento a svegliarmi…
Sussurra la pioggia primaverile.”

“Questi versi sono stupendi per l’irrepetibilità dell’istante afferrato e fermato che cade dall’eternità.
(…) Essi non si limitavano ad osservarla, ma senza agitazione e senza inquietudine ne ricercavano l’eterno significato. Quanto più esatta è l’osservazione tanto più essa è unica. E quanto più essa è unica, tanto è più vicina all’immagine.”

Forse queste che lui ha scritto sugli haiku, per spiegarne il significato e suggerire un modo di guardare, sono le parole più chiare per leggere la produzione di immagini usate da Tarkovskij nel suo cinema.

Le citazione sono tratte dalle pagine 98 e 99  del volume Scolpire il tempo (Ubulibri, 1988)

“Il mio scopo non è quello di creare la bellezza ma la normalità”
Dai. M. Davies, Chirurgo estetico, Londra
(citazione tratta da Chirurgia estetica, a cura di Angelika Taschen, Taschen, 2006)

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Asian Lednev con l’ Herpes Zoster (Varicella)

Ebbene, dopo tanti scritti e pensieri sul corpo eccolo puntuale che il MIO corpo si palesa in una forma, direi, infantile: la varicella.
Questo mi fa pensare molte cose: intanto un pensiero al mio sistema immunitario che purtroppo non ha un upgrade digitale (altre forme più complesse dovrò adottare; ben più complesse e lente).
Il secondo pensiero va al social park: in un momento in cui la mia immagine è sfigurata dalle “mille mille mille bolle… rosa” penso a quanta fatica ed energia si spende per curare il proprio corpo e alla facilità nell’apparire belli in SL.
Il solito gioco retorico che funziona sempre: un mondo nel quale si è tutti belli, tutto diventa normale (che poi è quello che suggerisce nell’incipit il chirurgo estetico).
Cambiamo prospettiva: se l’essere “diversamente” (non importa cosa) fosse proprio la base di partenza per ridisegnare tutto (second life) in una nuova, originale e personale chiave creativa piuttosto che ricalcare le modalità di RL (nota formula che tutti declamano ma in pochissimi casi ho visto applicare)?
Alla fine ci ricadono quasi tutti gli artisti, se non nella forma nel ruolo stesso di artista, nel suo statuto (qui mi rifersico anche ad un post di Laura). Second life propone un vero cambio di attitudine verso le cose tutto da raccogliere.

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Immagine tratta dal video pubblicato da Discover.

Un giorno dopo che scrivevo il post sul Fantastic voyage dentro il corpo, scopro oggi che la rivista Discover pubblicava un articolo sulle nanotecnologie applicate alla cura del corpo umano: l’articolo parla della ricerca degli scienziato Coreani che, analogamente a quanto si sta cercando in molti laboratori sparsi nel mondo, hanno sperimentato un modello di microrobot capace di immergersi nel nostro sistema sanguigno per trasportare medicinali e per risolvere problemi di ostruzioni del flusso. Il microrobot, composto da muscoli presi dalle pareti cardiache di un ratto, viene pilotato dall’esterno via WiFi. Certo, mi viene da pensare, il nostro corpo diventa spazio per uno strano zoo in miniatura: valvole cardiache suine, nanorobot salvavita dalla forma di granchi funzionanti con muscoli di topo… E’ come una nuova “arca” che trasporta l’intelligenza che la natura ha prodotto per la sopravvivenza delle varie specie animali.

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Interno di Virtual Hallucinations

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Interno di Virtual Hallucinations

Cercando nelle Land qualche relazione con la malattia mentale, ho trovato questo luogo interessante: Virtual Hallucinations. E’ un progetto finanzianto e voluto dalla Universty of California (UC Davis – Health System) e diretto dal Dr Nash Baldwin (sl-name) aka Dr James Cook (rl-name).

In questa clinica virtuale ci viene proposto di provare l’esperienza delle allucinazioni che normalmente vengono vissute dagli schizofrenici: la percezione deforme dell’ambiente intorno a loro, nella fattispecie il sentire voci e le distorsioni visive (vedere immagini strutturate come persone, cose). Non è un posto certamente glamour ma, dopotutto, non lo è nemmeno la schizofrenia.
La schizofrenia è un disturbo psicotico della mente: chi ne soffre diventa indifferente a ciò che accade intorno a lui, reagisce in modo assurdo o incoerente agli eventi esterni, perde il contatto con la realtà isolandosi in un mondo suo proprio. Ha caratteristica destrutturante della personalità, e va a compromettere tutti gli aspetti della vita del soggetto, sconvolgendo profondamente la rete delle relazioni.

E’ un invito all’immersione in questo caso non solo in second life: nelle false esperienze sensoriali.

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Estate 2002, traghetto Calais – Dover, © Fabio Fornasari

Ho sempre apprezzato la fotografia, la Polaroid in particolare, per il suo essere istantanea. Per questo non ho mai amato macchine con cavalletto. Anche oggi mi piace “fotografare” con un cellulare che “sporca” le immagini riprese ma non fa “pesare” la tecnologia. Quello che mi piace delle foto con il telefonino è che non tenti nemmeno di guardare in macchina. Come dire che guardi con il polso, con il braccio, con la spalla. E’ il corpo che guarda e gli occhi tacciono.

In questo blog cerco di non sbandierare troppi entusiasmi sulla tecnologia. Non perché non ne abbia di entusiasmi, anzi; semplicemente mi interessa lavorarci intorno, vedere cosa accade al contorno. Stesso discorso sulla comunicazione e l’innovazione in genere. Questo a premessa di un post letto in Ibridazioni sul Wii Fit. Rimando per il video al post originale, per segnalare semplicemente questa tecnologia che una volta di più non si limita a considerare il corpo come estensione di una mente ma, anzi, come nell’atletica leggera, mente e corpo diventano un unico organo.

Nello sport come nel digitale la parola abilità ha un significato preciso: essere abili significa avere la capacità di svolgere mansioni complesse conseguita con l’esperienza e l’applicazione. Si è abili quando il cervello e il corpo (attraverso una precisa mappatura che li tiene saldamente in relazione) sono tra loro “connessi”, quando sono educati ad esserlo. Essere diversamente abili significa la stessa cosa (come non pensare a Oscar Pistorius). Ciò che cambia è la mappatura del corpo. Chi si muove in second life sa perfettamente cosa significa essere “diversamente” abili: ne ha esperienza ogni volta che vi entra. Non è cosa semplice.Per chiudere: il digitale, con tutto il suo portato di innovazione, è intorno a noi. Tutti gli oggetti che usiamo sono estremamente sofisticati anche per il contenuto di questo “digitale” (era uno dei miei punti del decalogo digitale presentato al corso di Giuseppe).

Oggetti sofisticati comportano abilità sofisticate. Ognuno di questi oggetti richiede una nuova abilità (visiva, motoria, cognitiva in genere) che porta ogni volta a “ricomporre il nostro corpo” in relazione al mondo.

Compito: da approfondire intorno alla mappatura del corpo in relazione alle tecnologie.

Quando passa attraverso le nostre labbra il Tao è limpido e senza sapore
LAO ZI

Il Tao dell’uomo retto è insapore ma non stanca.
ZHONG YONG

Passare un’ora a parlare di amici immaginari, bevendo Champagne e fumando Avana con Liu, Monica e Deneb.

Mi ricordo un libro bellissimo: Elogio dell’insapore di Francoise Jullien. Parla del cibo, dell’insapore e della Cina, in una chiave particolare. Ripensandoci ci sono dei discorsi dentro quelle pagine, che possono essere riletti per SL; ci sono delle chiavi di lettura che possono fare un poco di luce su tanta seduzione in cose assurde come fare “aperitivi” o comunque gironzolare lì dentro.
Parafrasandolo per Second Life: il paesaggio del paradosso.
Andare incontro all’insipidezza, e all’insapore per raggiungere un centro che si mostra sensibile, l’ipotesi. Attraverso la condivisione di una esperienza (con gli altri avatar) attraverso il suono, la visione e i discorsi questo paesaggio dell’insapore diventa esperienza sensibile. E’ la dimensione immersiva che fa cambiare di segno l”insapore” di questa esperienza. Per chi non conosce come funzionano le pose non sarà immediato capire quanto dico ora: bere a ripetizione bicchieri di champagne, reiterare il gesto è il segno di una ripetizione che insiste su una debolezza del sapore, sulla sua mancanza. Ma questa reiterazione ha la capacità di creare una situazione sensibile per chi la vive in quel momento attraverso il proprio avatar. E’ un piccolo gesto, ripetuto, che contiene in se tutte le qualità del gesto reale. Una prova: avete mai animato l’avatar di qualcun altro? Non è la stessa cosa che muovere il proprio. Allora qualcosa accade dentro la nostra sensibilità, dopotutto. L’esperienza dell’insapore, della reiterazione di gesti sciapi, tende a portarci al centro del nostro avatar.